“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 22 Dicembre 2021 00:00

Non era solo un uovo: due solitudini si incontrano

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Ho incontrato Silvio Orlando con il film La scuola di Daniele Luchetti. Ero adolescente e qualcosa di quel docente che è sempre dalla parte degli studenti, calmo ed empatico, mi aveva catturata. Ho seguito la sua carriera in maniera frammentaria, consideravo infatti il cinema un passatempo e prediligevo la lettura. Ricordo però nitidamente che Il papà di Giovanna mi riportò a galla alcune delle sensazioni avvertite con la visione del film di Luchetti.

Ritrovai Silvio Orlando, la sua aria impacciata e sognante, i suoi rari sorrisi e, almeno per me, una grande capacità di trasmettere emozioni attraverso lo sguardo e la voce. Succede però qualcosa: arriva il teatro, in poche e dilazionate occasioni: un mondo che solo in questi ultimi anni vivo con vero interesse e voglia di conoscere. Non ricordo l’anno ma posso risalire al mio primo Silvio Orlando in teatro: Il mercante di Venezia, Teatro Bellini di Napoli. Non mi rimane adesso quasi nulla purtroppo dello spettacolo, se non poche scene, ma è stato l’inizio di un’altra visione di Silvio Orlando, confermata poi con Si nota all’imbrunire e, ancora di più, con l’opera in scena al Mercadante, La vita davanti a sé. Succede così che per me ci sono due Silvio (mi perdonerà l’uso del solo nome, nutro la poco segreta speranza di conoscerlo un giorno): l’attore da cinema e l’attore da teatro. Io preferisco il secondo. Non è questo il luogo per una disquisizione sui due ultimi film in cui ha recitato, Ariaferma e Il bambino nascosto, dico solo che ormai il ruolo di maestro o di padre di famiglia mi pare gli si sia appiccicato addosso e mi sembra che non riesca a staccarsene. Rimane la bravura, certo, ma anche in ruoli diversi rispetto a quello del maestro scolastico è come se non riuscisse a modificare l’aria dimessa e l’espressività che mi appare sempre la stessa, dopo anni di carriera. Perché lo preferisco di più in teatro, dunque? Per la varietà di ruoli che gli permette di mostrarsi in vesti differenti, di osare di più e di mettere al servizio dei testi l’espressività di cui è veramente capace. E quindi: “Io mi chiamo Mohammed, ma mi chiamano tutti Momò per far prima”.
La scena e l’attenzione sono tutte per lui. Silvio Momò. Siamo di fronte al riadattamento teatrale del libro La vita davanti a sé con cui Romain Gary vinse il Goncourt nel 1975. E che riadattamento! Tutto quello che serve è lì, davanti a noi: un palazzo di sei piani, una poltrona, delle sedie, un materasso e alcune candele. Dietro ci sono quattro musicisti. Al centro del palco c'è lui.
Entriamo nei ricordi di Momò vivendo con lui una parte della sua vita, e della sua crescita, avvenuta al sesto piano senza ascensore nella casa di Madame Rosa, a Belleville. “Con tutti quei chili che si portava addosso e con due gambe sole, questa era una vera e propria ragione di vita quotidiana, con tutte le preoccupazioni e gli affanni. Ce lo ricordava ogni volta che non si lamentava per qualcos’altro, perché era anche ebrea”. Ironia amara, che prosegue per l’intero quasi-monologo; ironia perfettamente riuscita grazie a una recitazione impeccabile, contrappuntata da pause poste al punto giusto per (far) cogliere i doppi significati. Insieme a Momò, nell’appartamento-rifugio della maitresse in pensione, altri figli di puttana. Sì perché Madame Rosa accoglie i bambini, figli di prostitute, ricevendo in cambio un assegno per mantenerli. Non è l’unica in città, c’è anche Madame Sophie che imbottisce di tranquillanti i ragazzini per farli stare calmi. Ma Madame Rosa è migliore perché è lei a imbottirsi di tranquillanti lasciando i bambini a far quello che vogliono: tanto lei non se ne rende conto e rimane immersa nella sua poltrona rossa.
Ci sono insomma un arabo e un’ebrea ma non è una barzelletta: è invece una storia d’amore tra due solitudini. Madame Rosa non se lo merita di salire fino al sesto piano visto che nessun altro arabo, ebreo e nero del paese era costretto a farlo. Faceva da madre a modo suo, dando ai bambini un tetto e del cibo, e anche una certa protezione. Anche se era un poco razzista, con gli arabi ma non con Momò. Lui, invece, a differenza degli altri non aveva mai visto la madre. Qualcuno mandava dei soldi ogni mese, poi più niente. Le altre mamme andavano a trovare i figli, “è stato così che ho incominciato ad avere dei problemi con mia madre. Mi sembrava che tutti ne avessero una fuori che me. Ho incominciato ad avere dei crampi allo stomaco e delle convulsioni per farla venire. Per dare più nell’occhio ho perfino cagato dappertutto nell’appartamento”. Iniziano a imitarlo anche gli altri bambini perché Momò era il più grande. Lo faceva per principio ora, perché tanto la mamma non andava a trovarlo, dopo la minaccia di essere spedito al brefotrofio. Ogni volta che Madame Rosa rientrava in casa e sentiva la puzza urlava “è Auschwitz”.
Il vuoto di Momò rimane sempre lì, sotto la superficie, a un millimetro dalla pelle visibile, pronto ad espandersi. Come quando, dopo aver preso un cane, lo vende a una signora ricca che potrà all’animale dare una vita migliore di quella che si fa da Madame Rosa: perché quella non è vita. Riceve cinquecento franchi in cambio ma li butta via. Al sentire la notizia subito viene portato dal dottor Katz, pronunciato “Kaz”: “Non è che la pazzia si trasmette, è genetica?”. Lui questo lo origlia senza capire, troppo felice di essere stato visitato con tanta cura perché si sente importante quando qualcuno gli dedica tempo. Chissà perché Madame Rosa crede che voglia ammazzarla mentre dorme. O ancora, quando ruba un uovo in una drogheria e viene scoperto dalla proprietaria. “Preferivo rubare dove c’era una donna, perché l’unica cosa che ero sicuro era che mia madre era una donna, non può essere diversamente”. Lui − al centro con quest’uovo nella mano, dopo un racconto ironico − riesce a riportarci tutti davanti alla sofferenza. Un lieve cambio di tono, uno sguardo fermo e sincero, e siamo lì con Silvio e Momò. “Ho preso un uovo e me lo sono messo in tasca. È venuta la padrona e io mi aspettavo che mi desse uno schiaffo per farmi ben notare. Invece mi si è accoccolata vicino e mi ha accarezzato la testa. Mi ha perfino detto: come sei carino! Sul primo momento ho pensato che volesse riavere il suo uovo con le buone e l’ho tenuto stretto nella mano, in fondo alla tasca. Bastava soltanto che mi desse uno schiaffo per punirmi, è questo che deve fare una madre quando si accorge di te. Invece si è alzata, è andata dietro al banco e mi ha dato un altro uovo. Poi mi ha baciato. Ho avuto un momento di speranza che non vi posso descrivere perché non è possibile. Sono rimasto tutta la mattina davanti al negozio ad aspettare. Non so mica che cosa aspettavo. Di tanto in tanto la buona donna mi sorrideva e io rimanevo là col mio uovo in mano. Avevo sei anni poco più poco meno e credevo che fosse un grande amore mentre era soltanto un uovo”. Un tuffo di speranza, un sogno di affetto. Un uovo di carità, di compassione che con l’amore non c’entra niente.
Un tuffo di speranza si ripresenta quando per strada incontra una donna bionda che gli rivolge la parola. Crede lo voglia rimorchiare, in realtà lo trova tutto solo a piangere. È grazie a lei che Momò scopre il cinema: “Quando alla prima non funzionava e la voce non interveniva al momento giusto, bisognava ricominciare. E qui veniva il bello: tutto si metteva ad andare all’indietro”. Gli occhi sognanti ci raccontano di come ha iniziato a immaginare Madame Rosa quando era giovane e bella. Torna ancora più indietro coi ricordi e vede delle gambe con degli stivali alti fino alle cosce e una minigonna di pelle. “Ho fatto uno sforzo terribile per alzare gli occhi e per vedere la sua faccia, sapevo che era mia madre ma era troppo tardi, i ricordi non possono alzare gli occhi”. Sono carogne i ricordi: alcuni ti danno sollievo, le esperienze che hai vissuto e le persone che hai conosciuto ti hanno arricchito pure se non ci sono più. Poi ci sono quelli che ti mettono tristezza perché sono passati o perché sono esistiti e allora ti colpevolizzi ancora, rovinandoti il presente. E poi ci sono quelli a metà. Ritroviamo Silvio Momò con Arthur, il suo ombrello rivestito per creargli una faccia. Anche se dice di usarlo solo per racimolare soldi, in realtà sembra proprio qualcosa di simile all’amico immaginario dei bambini, solo che questa volta ha una forma concreta. E quando ne parla sorride con divertimento o con dolcezza e quasi lo culla come un fratellino minore.
Un giorno si presenta al rifugio il padre di Momò, uscito dopo undici anni dal manicomio. Ricordate la paura di Madame che Momò fosse “psichiatrico”? Presto detto, il padre aveva ucciso la madre tagliandole la gola per gelosia. Era una prostituta pure lei, e il padre il suo protettore, però la preferiva alle altre e così l’ha uccisa. Madame si inventa una storia grottesca, dice che ha cresciuto Momò da arabo pur essendo ebreo e Moise da ebreo pur essendo arabo. Si è confusa. Lui però non ne vuole sapere di avere un figlio ebreo, non si è mai visto per un arabo, e tanta è l’agitazione che muore. Perché Madame di lasciar andare Momò non ne vuole proprio sapere. Mentre sa di essere malata, quasi alla fine dei suoi giorni, ma da sola cosa farebbe? In qualche modo si fanno compagnia e si guardano alle spalle. Pure se Momò le fa gli scherzi, come quando di notte suona il campanello di casa per farla spaventare e per farle credere che i nazisti sono lì per portarla via. Lui c’è in quegli ultimi giorni. Pur di non farla andare in ospedale dice al Dottor Katz che i parenti stanno arrivando da Israele per salutarla. Prova a farla riprendere invitando i vicini: quattro uomini neri quasi nudi iniziano a suonare e ballare intorno a lei ma non risponde, non si accorge di nulla. Arriva il giorno in cui decide di portarla giù in cantina. Lì, dove Madame va a rifugiarsi quando ha paura. Si nascondeva lì, ad esempio, per sfuggire ai nazisti. Prova a mostrarle il disegno di Hitler che conserva, di solito la rianima. Accende le candele e la trucca, le pitta e ripitta la faccia, le versa una boccetta del suo profumo preferito. Bisogna voler bene.
Silvio Orlando − attraverso la sua bravura ovvero per mezzo della capacità che ha di tenere la scena, di mostrare il dolore, di far ridere e piangere (la lacrima mi è scappata) − afferra un testo importante della letteratura e lo rende ancora più d’impatto. A ciò aggiungeteci Simone Campa, Gianni Denitto, Maurizio Pala e Kaw Sissoko con la loro splendida musica, che mescola più culture, e la loro attiva presenza: soprattutto nella scena del ballo, con lo stesso Silvio Momò e il fido Arthur a girare intorno alla poltrona e a Madame. Il pathos dunque non si perde mai in questo quasi monologo: “quasi monologo”, come ho scritto più volte, perché Silvio Orlando in alcuni momenti diventa anche gli altri personaggi. E il pathos non si perde neanche quando qualche spettatore, per ben due volte, interrompe lo spettacolo e il silenzio collettivo e la concentrazione dell’attore e del pubblico accendendo il cellulare. Silvio li riprende e poi ricomincia dal principio, ricapitolando i fatti.
Lo ripete per tre volte e non sbaglia mai.





La vita davanti a sé
tratto dal romanzo La vie devant soi
di
Romain Gary/Emile Ajar
riduzione e regia Silvio Orlando
con 
Silvio Orlando
e con l’ensemble dell’Orchestra Terra Madre
direzione musicale Simone Campa
chitarra battente, percussioni 
Simone Campa
clarinetto, sax 
Gianni Denitto
fisarmonica Maurizio Pala
kora Djambe Kaw Sissoko 
scene Roberto Crea
disegno luci Valerio Peroni
costumi Piera Mura
foto di scena 
Gianni Biccari
produzione 
Cardellino srl
Napoli, Teatro Mercadante, 9 dicembre 2021
in scena dall’8 al 19 dicembre 2021

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