“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Venerdì, 03 Dicembre 2021 00:00

"Solaris". Le nostre colpe, il nostro passato

Scritto da 

Confrontarsi con un testo importante della letteratura, da cui sono stati tratti due film, e rimaneggiarlo per il teatro non è cosa semplice. Stiamo parlando di Solaris, romanzo di Stanislaw Lem pubblicato nel 1961, conosciuto soprattutto per il film di Tarkovsky del 1972 e riproposto in un remake da Soderbergh nel 2002. Rifacimenti, reinterpretazioni, teorie hanno permesso all’opera di vivere oltre se stessa e creare materiale per continuare a riflettere. Non è necessaria una disamina sul genere fantascientifico cui appartiene il testo (serie A, serie B) perché è lui stesso a parlare e mostrare cosa c’è oltre l’elemento che lo rende di genere e fa storcere il naso a chi non ne è attratto. Però tenetelo a mente. La domanda che invece spesso ci si pone è: perché riproporre un testo di tanti anni fa?

La risposta del regista Andrea De Rosa potrebbe essere questa: “Ho letto Solaris durante la quarantena e mi aveva molto colpito questa idea che gli esseri umani potessero essere il virus e che il pianeta fosse costretto a reagire e a difendersi dalla loro presenza. Solaris è una vera e propria creatura, un pianeta vivente che attraverso il suo immenso oceano cerca di comunicare con gli uomini attraverso i loro desideri, che riesce a materializzare sotto forma di fantasmi”.
L’arte, un esempio è il campo letterario che ha visto la pubblicazione di saggi e romanzi sul tema o la riproposta di vecchi testi come La peste di Camus (tra i più venduti durante il lockdown), si è lasciata influenzare dall’emergenza sanitaria: giusto o sbagliato che sia l’importante è che non diventi l’unico punto di vista da cui osservare e analizzare il mondo. Ha portato di certo all’attenzione temi e problematiche dell’essere umano e del pianeta, ma verrebbe da domandarsi perché attendere una catastrofe per parlarne: l’arte non ha da sempre tentato di mettere in evidenza le contraddizioni del nostro mondo? Forse è questo, oltre al messaggio di Solaris, il vero motivo che dovrebbe essere (e che forse c’è) alla base della scelta del regista e di David Greig, autore del testo tradotto per l’Italia da Monica Capuani: il senso dell’arte. L’identificazione con l’oggi diventa solo una parte del tutto, un immediato punto di partenza che inevitabilmente è divenuto riferimento primario. Ma lasciamo da parte le domande senza risposta e immergiamoci nello spettacolo.
L’ambientazione è riconoscibile appena si entra in sala: siamo al cospetto di una navicella spaziale costituita da una grossa pedana nera inclinata, un letto nero e in basso, a livello delle poltrone (le file sono state ridotte per avere lo spazio giusto e un po’ di distanza tra attori e pubblico) pochi elementi a indicare due stanze. Veniamo accolti da due interpreti in posizione, tanto da pensare lo spettacolo sia già iniziato. In quei minuti è possibile mettere a fuoco una televisione che manda programmi in bianco e nero che, sembra, una figura completamente coperta da una sorta di mantello che stia guardando, immobile. Dall’altro lato ad attirare l’attenzione è invece un passeggino, anch’esso nero. Le luci si abbassano, silenzio.
“Chi sei tu?”. Sulla navicella spaziale che orbita intorno a Solaris arriva Kris Kelvin, psicologa e scienziata. La vediamo entrare da una botola che crea l’ingresso circolare della navicella. Si libera della tuta e si guarda intorno, incerta. Non la accoglie nessuno.
“Chi sei tu?”. La voce arriva da lontano: è Snow, uno dei tre scienziati della missione. È in evidente stato di confusione, non si lascia convincere dalla risposta di Kelvin, nome cognome professione. Al principio non comprendiamo il motivo di questa insistenza, di questa domanda-mondo la cui importanza si rivela poco a poco. Sartorius, l’altra scienziata, cammina per la sua stanza girando intorno al passeggino, a scatti, senza emozione alcuna. Ogni tanto cerca di calmare un bambino che piange, sshh. Gibarian, il terzo scienziato e maestro di Kris è morto: secondo Snow si è ucciso, Sartorius crede sia suicidio, aveva un cancro. Cosa succede su quella navicella?
L’atmosfera di tensione si avverte grazie all’oscurità, a quel nero predominante che riceve luce solo quando gli attori parlano. A donare un po’ di luce è una specie di oblò della navicella, che funge anche da coperchio della botola, da cui è possibile vedere Solaris. Le immagini sono splendide, filmati tratti da materiali d’archivio, studiati perché possano ricordare le descrizioni del romanzo: la luce blu e la luce rossa che si alternano in queste orbite che il pianeta compie formando un otto, o il simbolo dell’infinito, contro ogni legge della fisica. Kris (che nel romanzo è un uomo) viene messa in guardia, cose strane accadono. Quando si addormenta una donna entra nella navicella e le si stende di fianco. È Ray, la donna che ha amato. È impossibile che sia lì eppure le somiglia così tanto. È un sogno? Sono reali, sembrano reali. Si tratta dei “visitatori”, questo il nome che hanno pensato per loro. Vengono da Solaris, quest'immensa distesa di mare, almeno a prima vista: all’inizio mandava loro degli oggetti, poi dei mostri. Anche la bambina che piange viene da lì, l’ha trovata Gibarian. Ma non parlano.
“Lei parla”.
Ray parla. Ha con sé uno zaino con dei cd che fa ascoltare a Kris, sono alcune delle canzoni che hanno ascoltato insieme. Ha anche un libro: Cime tempestose, il romanzo preferito di Kris. Provano a farle delle domande, carpire informazioni. “Non lo so” ripete spesso. Non ricorda la sua vita, non conosce i titoli delle canzoni, il tipo di musica, dove si trova. Sa di essere australiana ma non conosce il nome della spiaggia più grande del suo paese. Accenna ad alcuni momenti vissuti con Kris, ma nulla di più. A tratti appare spaventata e confusa, in altri arrogante quando si rivolge a Snow.
Nel breve tempo dello spettacolo appaiono chiari due processi. Da una parte Ray alterna confusione a consapevolezza: tenta di uccidersi, di tornare al suo oceano e viene recuperata dagli scienziati. La seconda volta, invece chiede a Snow di farla sparire per sempre, distruggerla. Sa che il suo posto non è lì, non è umana, non è Ray. Kris, invece, dalla consapevolezza rasenta quasi la follia: in due brevi monologhi scopriamo che Ray è stata la sua compagna fino a che non si sono separate, forse perché lei ha preferito la carriera. Un giorno un'amica le dice che è morta, risucchiata da un mulinello in mare, lei che era una nuotatrice provetta oltre che oceanografa. Non può essere, si è lasciata andare, è colpa sua. Ora che è lì non può lasciarla di nuovo, qualunque sia la sua natura. Chiede ai colleghi di rimanere, di non abbandonare la missione perché hanno stabilito finalmente un contatto con Solaris, possono studiare, scoprire, analizzare il pianeta. Ma i viveri scarseggiano e la situazione non è sostenibile. Kris decide di rimanere. “Inventatevi quello che volete ma lasciatemi qua” perché il sogno è più bello della realtà.
Non siamo in grado di spiegare Solaris. Gibarian (Umberto Orsini) che appare solo in video, all’interno dell’occhio-finestra, attraverso dei messaggi lasciati proprio a Kris la definisce “una grande grossa palla di coscienza”. È un pianeta senziente, un bambino curioso che cerca il contatto con l’uomo inviando i visitatori. Come se leggesse nella loro mente riuscendo a creare qualcosa di simile. Ma perché lo fa e soprattutto ne è consapevole? Difficile dire se si tratti di una possibilità di redenzione o una condanna a rivivere sempre le proprie colpe. Molto bello, a proposito, quanto dice Sartorius: paragona il pianeta a un Dio fallibile, onnisciente e onnipresente ma limitato, che non si accorge delle conseguenze dei suoi atti. Da qui dunque l’incognita sul senso dei visitatori: la bimba nel passeggino che secondo Gibarian è un messaggio di speranza, diventa per Sartorius un incubo perché crede sia la figlia di sei anni che ha perso. Snow riceve la visita della madre morta, la figura incappucciata e quasi mummificata sulla scena. Gibarian, invece, ha ricevuto come visitatore il cancro, causa della morte della madre.
È un confronto costante con il sé questo testo, è tanto altro dalla semplice fantascienza. Un confronto con le proprie colpe, il proprio passato e le conseguenze che le scelte hanno su noi stessi e sugli altri. Snow e Sartorius scelgono di andare avanti, Kris di soccombere, di lasciarsi travolgere perché lì fuori, per lei, non è vita. È chiaro che l’altro tema importante riguarda la volontà di conquista dell’uomo, e da qui il riferimento al virus. Il contatto con Solaris non è un semplice interesse scientifico ma vuole far raggiungere all’uomo una conoscenza superiore delle cose anche a discapito dell’equilibrio del pianeta; inoltre quest'intromissione può portare a un controllo e a un addomesticamento dell’Altro inteso come altro mondo, altro essere. Il discorso diventa quindi universale se a Solaris diamo di volta in volta una diversa connotazione.
La regia di De Rosa ha apportato alcuni cambiamenti, come la coppia Kelvin/Rey, formata da due donne: non è chiaro il motivo, forse per dare una spinta alle questioni queer odierne o per aumentare la parte femminile dell’equipaggio (già Greig lo aveva fatto col personaggio di Sartorius). Qualcuno ha ipotizzato che sia stata una scelta funzionale al testo perché le due donne diventano specchio l’una dell’altra, ma credo che il tema della colpa sia già perfetto per costringere qualcuno a analizzare se stesso. Un altro punto meno riuscito riguarda i passaggi degli attori da stanza a stanza: non ci sono porte che possano mostrare l’azione quindi alcune volte sembra stiano tutti insieme in un unico spazio, altre volte che siano invece separati ma con la possibilità di sentirsi, altre volte ancora sembrano isolati. Dal punto di vista recitativo non tutte le prove risultano allo stesso livello e lo spettacolo dà una sensazione di distacco e freddezza che l’atmosfera e la drammaticità non riescono a colmare: Snow (Werner Waas) ha un tono piatto e incolore in quasi tutte le scene che lo riguardano, la sua confusione si palesa soltanto all’inizio, persino durante l’interrogatorio a Ray non si trova urgenza e curiosità nella sua voce. Sartorius (Sandra Toffolatti) ha una voce molto calda e coinvolgente molto bella da ascoltare quando canta, ma a me la sua recitazione pare monocorde: anche quando rivela di sua figlia. Un plauso alle due attrici più giovani, Federica Rosellini e Giulia Mazzarino (in ordine Kris e Ray) che rendono bene i loro personaggi e la gamma di emozioni richieste; è soprattutto Ray a riuscire in questo passando dalla confusione all’arroganza alla paura in poche battute. L'adattamento di Greig in definitiva funziona perché riesce a dare un’idea del mondo inventato da Lem e dalle universali e attuali tematiche che ne hanno fatto un testo classico.

“Noi uomini partiamo per il cosmo pronti a tutto: alla solitudine, alla lotta, al martirio e alla morte. Anche se per pudore non lo proclamiamo a gran voce, spesso siamo convinti di essere persone straordinarie. In realtà quello che vogliamo non è conquistare il cosmo, ma estendere la Terra fino alle sue frontiere. Certi pianeti saranno desertici come il Sahara, altri glaciali come il polo o tropicali come la giungla brasiliana. Siamo nobili e umanitari, non vogliamo asservire altre razze ma solo trasmettere loro i nostri valori e, in cambio, impadronirci del loro patrimonio. Ci consideriamo i cavalieri del Santo Contatto, e questa è la menzogna numero due: la verità è che cerchiamo soltanto la gente. Non abbiamo bisogno di altri mondi, ma di specchi. Degli altri mondi non sappiamo che farcene, quello che abbiamo ci basta e ci avanza. (...). Quello che volevamo: il contatto con un’altra civiltà. E adesso che ce l’abbiamo, vediamo che si tratta solo della nostra mostruosa bruttezza, della nostra follia e della nostra vergogna ingrandite al microscopio!” (Stanislaw Lem, Solaris)





Solaris
di David Greig
nella traduzione di Monica Capuani
tratto dall’omonimo romanzo di Stanislaw Lem
regia Andrea De Rosa
con Federica Rosellini, Giulia Mazzarino, Sandra Toffolatti, Werner Waas
e con (in video) Umberto Orsini
filmati tratti dai materiali d’archivio di European Space Agency
concessi da Esa/Nasa
scene e costumi Simone Mannino
disegno luci Pasquale Mari
progetto sonoro G.U.P. Alcaro
video D-Wok
foto di scena Federico Pitto
produzione Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Teatro Nazionale di Genova
Napoli, Teatro Mercadante, 18 novembre 2021
in scena dal 17 al 28 novembre 2021

Lascia un commento

Sostieni


Facebook