"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Lunedì, 06 Maggio 2019 00:00

L’Orlando seduto

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Lo spettacolo scritto e portato in scena da Lucia Calamaro (vincitrice di tre premi Ubu nel 2011 fra cui il miglior nuovo testo italiano o ricerca drammaturgica, per L’origine del mondo, ritratto di un interno), Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato) fa della mancanza di silenzi la sua cifra stilistica. Mancanza di silenzi che (se da una parte vengono invocati da una canzone spagnola) sono soppiantati dal chiacchiericcio convulso dei personaggi, vittime (e noi a nostra volta) d’una glossolalia incontenibile quanto ridondante, a tratti virulenta.

Tutti, a partire dal capocomico, Silvio Orlando, parlano e straparlano. Di tutto e di niente. Di tutto e di sé. E quindi, nuovamente, di niente. Affetti da abulia verbosa, agglutinando e affastellando aggettivi, provano ad affabulare la platea su cui rovesciano i loro sproloqui e monologhi, estenuandola e tramortendola. Quando il sipario si solleva, le rilassanti luci di Umile Valnieri mostrano la scenografia che Roberto Crea ha ridotto a paratie, radiografie sulla cui trasparenza sfarfallano e si sfaldano personaggi dalla consistenza ectoplasmatica e nebulosi come silfi: falene che battono convulse le loro ali di cera, irretite ognuna dal proprio effimero fuoco fatuo interiore fatto dalle nevrosi che le trafiggono – nessuna esclusa –, li vediamo sfilare. Tutti i personaggi, infatti, sono paludosi, tarantolati impantanati in una danza immobile sul posto, che non conduce da nessuna parte, minotauri del loro stesso labirinto ombelicale, sisifi eternamente condannati alla loro stessa autistica autonarrazione.
Il senso di tutto ciò può essere conferito solo dall’esterno, in quest’autopsia d’interni e interiora. Dall’altro più che dall’alto. Un altro da sé che è solo il pubblico (e non lo sa). Capofila di questa svogliata corte sconta, demiurgo di questa teomachia di solipsistici demoni e dei interiori, Silvio Orlando è gigantesco nel suo autocelebrativo gigionare, prestando il suo phisique du rôle da bigio burocrate minuto, al personaggio, perfettamente a suo agio nello sgranare idiosincrasie e antipatie. Indolente, oblomoviano, questo vedovo, rassegnato e dimesso, si crogiola nel suo autoindulgente e autocompiaciuto esilio dorato, vittima e carnefice del suo confino volontario, consacrando il crepuscolo della sua vita al romitaggio. L’Orlando imbolsito ci districa la sua routine rassicurante in una spirale costellata di un paio di libri (sempre gli stessi: Caproni, Plath), film (vecchi western: Santa Fe), musica (Rachmaninov), intermezzati all’attività che lo vede impegnato più di ogni altra: il capochinismo professionale, l’onironàutica opaca, il suo sitting asociale privo di causa e il tessere pensieri sfilacciati che impiega anche mesi a dipanare senza riuscire mai a pervenire al bandolo della matassa (tantomeno a decidersi a una soluzione gordiana). Silvio Orlando è padrone del personaggio cui presta la fisicità clownesca, espressivo anche nel minimo gesto, versatile e ironico, capace di sfumare con giuste pennellate la prolissità del suo personaggio, che sembra uscito dalla penna di Elias Canetti. Ciabatta pigro, in vestaglia d’ordinanza, travolgendo col suo fraseggio, dettando i tempi comici, conferendo al suo personaggio timida eppur vibratile fragilità tenera che non lo esenta da stoccate di ironia tagliante (anche a spese del pubblico, con una spruzzata di metateatro) che tocca talvolta punte di cinismo crudele, a tradire gli iceberg di un carattere niente facile che non lesina colpi bassi e precisi, contro la cui china più d’una chiglia si infrange. Perché è un duello quello al quale assistiamo. Il giorno inizia con l’invocazione dei figli e del fratello, orfani e orbati di lui dal suo bom retiro a vita privata (privandosi degli altri e privandoli di sé), attesi per il compleanno del solingo vedovo e per la commemorazione funebre della moglie/cognata scomparsa. Le due ore seguenti vedranno Silvio incrociare la spada del suo eloquio contro il fratello, Roberto, il figlio, Riccardo, e le due figlie, Alice e Maria Laura, in un alternarsi di colpi senza risparmio, affondi e ripiegamenti, in una schermaglia continua di rimbrotti e rimproveri. Dei cinque, nessuno si tira indietro, come pure nessuno si salva. Affiatati i siparietti fra il protagonista e Roberto Nobile (anche lui un viso morettiano), che porta in dote al suo personaggio, dottore/professore universitario in pensione, virtuoso della citazione e della moto, nonché padre frustrato, la sua voce calda e antica, e un’interpretazione sovraesposta e accelerata, contraltare ideale all’immobilismo sedentario del lezioso fratello, choosy anacronistico. Efficaci le schermaglie fra padre e figlio, un Riccardo Goretti capace di rinverdire il ricordo del compianto Carlo Monni, perfetto nell’incarnare i figli del nostro tempo che, incapaci di scalfire il proprio destino o quello del mondo, ripiegano le loro velleità interventistiche sui genitori, provando a scuoterli ed esserne riconosciuti. Invano. Forse di tutti è colui capace di strappare più sorrisi e a cui sono affidate le battute più brillanti, in un plot che esige molto al suo spettatore, in termini di attenzione e concentrazione. A Maria Laura Rondanini (che nella vita di Silvio Orlando è la moglie) è affidata la parte della figlia maggiore, nevrotica dottoressa dalle mille specializzazioni, circonfusa d’un’aura di ansia che sfoga nell’ordine maniacale, servizievole ma solo per rinfacciarlo, vederla incrociare la sua lama con quella dell’Orlando non-tanto-furioso richiama alla memoria un’altra attrice incline a questi ruoli da corda tesa: la Margherita Buy di Arriva la bufera (lì il personaggio di Orlando aveva un nome profetico: Mario Solitudine), di Fuori dal mondo e de Il Caimano (che ha regalato all’attore napoletano forse la sua scena migliore: quella in cui si accanisce a sforbiciare l’innocente maglione dell’ex moglie). Infine, ma non per merito, Alice Redini è l’ultima figlia, sciagurata vittima del morso di Calliope (o Euterpe? No, più probabilmente Erato), difetta del talento necessario a soddisfare le aspettative che ha riposto nel suo io poetante (come tutti si prodigano a farle notare) cui non resta che consolarsi nel riparo offerto dall’anaffettivo padre e i suoi abbracci a mani in alto.
Lo spettacolo di Lucia Calamaro è curioso perché mette in scena il tanto già vissuto (e visualizzato, raccontato, metabolizzato, elaborato...) dramma al centro di praticamente il 90% dei film italiani con velleità autoriali dagli anni ’80 in poi una volta ghigliottinato ogni tentativo di impegno civile: l’indocile naufragio dell’unica comunità sopravvissuta (ma, appunto, non tanto bene e i più scafati ci dicono sicuramente non per caso) all’individualismo contemporaneo, la famiglia, quest’istituto agonizzante in crisi perenne. E lo fa mostrandoci un padre non all’altezza del suo ruolo (che anzi lo rinnega), un fratello allo sbando (letterale; sia a piedi che su due ruote), tre figli troppo presi dall’autoanalisi sterile (chi ipocondriaco, chi bulimico, chi ossessivo compulsivo), che non si decidono a risolversi, e che riversano la loro mancata generatività (esito, sintomo e spia rivelatoria del loro malessere esistenziale) come una fiammata di ritorno, sulla causa scatenante del loro spleen apatico, del loro accomodante weltschmerz che li deresponsabilizza il necessario per rimandare l’inevitabile presa di coscienza e potersi lasciar andare all’inazione: il padre. Il padre di Silvio Orlando ha abdicato il suo ruolo. Ha rinunciato. Come da manuale lacaniano, come il padre putativo spirituale moderno, Ratzinger, anch’egli abiura il suo ruolo. Non sapendo far fronte a tutti coloro che lo tirano per la giacchetta, a una società matrifocalizzata, alle istanze di autorevolezza ma non di autoritarismo, da anni è svaporizzato. Hikikomori fuori tempo massimo, reincarnazione dello Zi’ Nicola eduardiano, abbraccia la via del kodokushi e, come da rito inuit, controcorrente nell’era dell’iperconnessione, si isola, tagliando ponti e alzando muri (in ciò molto più allineato), autocelebrandosi in una criogenesi precoce, riscaldandosi, a mo’ di bradipo, al tepore di mille, sempre sfuggenti, tramonti. La resistenza passiva che oppone ai tentativi dei suoi familiari di scuoterlo da quella solitudine sociale che lo attanaglia è incrollabile. È la non-storia di un non-ritorno sul posto, il nostos vagheggiato ma mancato, di chi ha visto il suo mondo andare troppo in là, e non gli resta che godersene il lungo crepuscolo.
Ma non tutto è come appare. Qui e lì, per chi li sa cogliere, infrattati negli interstizi fra una filippica contro la Coop e il poggiatesta posteriore della 500 (sic), si celano indizi che c’è anche altro. In questa veduta metaforica d’interni, cerebrale celebrazione dello pneumatico vuoto d’una landa degna di T.S. Eliot, che nessun mare di blatte bagna ma ciononostante lo spettatore vi annaspa, c’è più della deriva apparente. In questo deserto dei tartari che è l’inabitato paesaggio interiore di Silvio Orlando, la mancata accoglienza dell’orda d’oro kavafisica costituita dall’incontro con l’Altro, è rivelatrice di altro. Ché se l’aeterna precencia è un dono, se il silenzio nerudiano è una mancanza confortante nella memoria di chi ricorda, invece le assenze sono risposte precise e inesorabili, e non c’è peccato più grave che condannare all’inespressione e all’oblio forzato: “La morte non è nel non poter comunicare ma nel non poter più essere compresi”. Il finale regala un brivido agghiacciante, in quest’opera circolare, chiudendosi come si apriva, con Orlando che suona una campana inudita in una chiesa dove non è rimasto che lui a chiedersi per chi la suoni, a ricordarci che se non c’è nessuno ad ascoltarlo non per questo un albero cadendo fa meno rumore, e che persino Kafka aveva concesso a Josef K. la presenza di qualcuno che, affacciato alla finestra, lo vedesse morire. Ché l’Altro sia lasciato morire, nel silenzio e nell’oblio, in solitudine e nella nostra incoscienza civile, rende Si nota all’imbrunire (Solitudine da paese spopolato) un monito terribile e contemporaneo che ci restituisce alla nostra responsabilità: pur iperconessi siamo sempre meno interdipendenti, comunitariamente inabili, colpevolmente dimentichi che sarà solo attraversati dal riconoscimento dell’altro che perverremmo a una conoscenza, felice e reale, del nostro sé e del nostro mondo.      





Si nota all’imbrunire
(Solitudine da paese spopolato)

di Lucia Calamaro
regia Lucia Calamaro
con Silvio Orlando, Riccardo Goretti, Roberto Nobile, Alice Redini, Maria Laura Rondanini
scene Roberto Crea
costumi Ornella Campanale, Marina Campanale
luci Umile Valnieri
produzione Cardellino srl, Teatro Stabile dell'Umbria
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival − Napoli Teatro Festival Italia
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro Bellini, 3 maggio 2019
in scena dal 3 al 12 maggio 2019

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