“La memoria è una forma di coraggio”

Jean Vilar

Sabato, 23 Ottobre 2021 00:00

Leopardi, con teiera e sabbia

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Il palco del Teatro TRAM a Port’Alba è occupato da un cantiere completo: trabattello, telai in tubature, un tavolo da lavoro sul proscenio, luci polverose e teli di plastica poggiati qua e là in attesa che un qualche lavoro edile riprenda. Accanto al tavolo, unico scoperto, si intravede sulla sinistra dello spettatore una grande poltrona in stile barocco. Completano il cantiere qualche casco di sicurezza e una serie di valigie.

È questa la scena pensata dal regista Mirko Di Martino per rappresentare dieci delle ventiquattro Operette morali di Leopardi che, pur essendo state scritte nel 1824 sotto forma essenzialmente di dialogo, l’autore non aveva pensato per una messa in scena in quanto testo che, attraverso la filosofia, fungesse da critica pungente alla società ottimistica dell’epoca positivista e alla sua razionale visione dell’esistenza, ispirandosi a Luciano. Al romanzo Candide di Voltaire invece aspirava con lo stile ironico e satirico, spesso beffardo, che permea tutta l’opera. Due attori sulla scena, Antonio D’Avino e Nello Provenzano, che interpretano le dieci storie surreali: da La scommessa di Prometeo al Cantico del gallo silvestre, e inoltre: Dialogo di un Folletto e di uno Gnomo, Dialogo di Malambruno e di Farfarello, Dialogo di un fisico e di un metafisico, Dialogo di Federico Ruysch e delle sue mummie, Dialogo della Natura e di un Islandese, Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez, Dialogo di un venditore d’almanacchi e di un passeggere, Dialogo di Tristano e di un amico.
Paiono evidenti le ragioni della scelta delle Operette, scelte per la riapertura della stagione del TRAM dopo un anno e mezzo di pandemia: sono infatti un mezzo di riflessione sull’esistenza e sul genere umano e servono dunque a riproporre gli interrogativi fondamentali che ci si aspettava che gli uomini del secondo millennio si ponessero, durante il “fermo immagine” mondiale causa-Covid. Se ciò non è avvenuto, all’interno di una società che si scopre più bieca ed egoista, spetta alla cultura interrogarsi e interrogare attraverso l’arte e per mezzo di una delle sue massime e immediate rappresentazioni: il teatro. Leopardi diventa allora una scelta obbligata per la lucidità del pensiero e per l’uso della parola, che è ad un tempo il risultato della voce dell’anima e uno stiletto affilato che la scava e la taglia.
I due attori sono dunque tutti i personaggi e nello stesso tempo uno solo: è l’uomo che ha capito il grande inganno dell’esistenza ed è quello che è ingannato e al quale non rimane che il dolore, il sonno, il “tedio”. D’Avino e Provenzano sono vestiti infatti in abiti moderni, giacca e pantaloni grigi, stazzonati, polverosi, tagliati in superficie. Appare così un Leopardi modernissimo, eternamente in cantiere appunto, che ancora può cercare, può essere ricreato, può ancora leggere il presente. La sua modernità trova attuazione nelle Operette morali, indubbiamente, ma è già nello Zibaldone giovanile che la sua lucida analisi trova ragione di essere. È del 1820 il lungo frammento La teoria del piacere in cui un Leopardi ventiduenne, che solo l’anno prima aveva scritto quel capolavoro che è L’infinito, spiega analiticamente perché gli essere viventi (e quindi non solo l’uomo) sono condannati fin dalla nascita ad essere infelici non a causa del peccato originale ma per il desiderare. È il desiderio infatti che spinge gli esseri viventi verso un infinito che nella realtà, mondo del finito, non potrà mai soddisfare. Questa lucida consapevolezza da misura ai suoi versi, musica ai periodi sintattici, esprime rabbia, dolore e delusione alla maniera “classica” e cioè con il controllo della ragione e dell’intelligenza.  Rispetto a tutto ciò l’interpretazione attoriale, pur di pregio e convincente, difetta quando è sopra le righe, urlata, colma di una rabbia “irrazionale” e quando, in qualche quadro eccessivamente iperattivo, eccede nella gestualità scenica. Indubbiamente è una chiave di lettura moderna, concentrata sul presente e perciò leggibile in questo senso. Una trovata scenica suggestiva è la sabbia − in una grossa teiera di metallo − che la Natura, annoiata, nel Dialogo della Natura e di un Islandese versa in una serie di imbuti posti su un’asse di legno mentre l’Islandese elenca i suoi mali e le chiede il motivo della sua presenza al mondo e del suo dolore. La Natura dichiara all’uomo la propria indifferenza al suo destino, considerando il dolore un mero componente della spietata concezione meccanicistica dell’universo che vede tutto nascere, crescere e morire. L’indifferenza della Natura, rappresentata nel testo come una donna gigantesca appoggiata a una montagna, è infatti resa col gesto lento e inesorabile della sabbia che scorre attraverso il becco della teiera, scivolando nell’imbuto e cadendo a terra. La stessa scena chiude i dieci quadri dei dialoghi, anche se le parole del poeta di Recanati non sono assolutamente sabbia del tempo, come dirà D’Annunzio, bensì trovano corpo e vita su un palco, nel 2021. E d’altronde, afferma Di Martino nelle note di regia: “A guardarle una dietro l’altra, queste operette, sembra di assistere a una serie antologica distopica, un Black Mirror dell’Ottocento: in quale altro testo potremmo trovare un folletto e uno gnomo che discutono della scomparsa del genere umano, un mago che evoca un demone, morti imbalsamati che risorgono, uno scienziato che ha scoperto il segreto della vita eterna, la natura che ha preso le forme di una enorme donna distesa sul fianco di una montagna?”





Operette morali

di Giacomo Leopardi
adattamento testo e regia Mirko Di Martino
con Antonio D’Avino, Nello Provenzano
scene Giorgia Lauro
aiuto regia Angela Rosa D’Auria
produzione Teatro dell’Osso, Il Demiurgo
in collaborazione con Teatro TRAM
Napoli, Teatro TRAM, 15 Ottobre 2021
in scena dal 14 al 31 ottobre 2021

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