"Adesso tocca a noi, agli uomini senza talento. È arrivata la nostra ora!"

Sándor Márai

Martedì, 06 Marzo 2018 00:00

Una gioia confusa e noiosa

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La mia prima volta a uno spettacolo di Pippo Delbono. Senza aspettative particolari se non il sentimento positivo dell’attesa dinanzi a un regista noto da decenni, pluripremiato e con collaborazioni eccellenti (Odin Teatret, Pina Bausch, per fare due nomi su tutti) e il titolo dello spettacolo, La Gioia, che ha evocato in me spazi e movimenti, ritmiche e armoniche possibilità. Nessuna conoscenza pregressa diretta: solo articoli letti su di lui. Con interesse, dunque, sono andata a vederlo.

Lo spettacolo è un racconto in prima persona di sensazioni, parole cardine della vita, eventi occorsi a Delbono e amici. L’inizio sembra interessante: vengono introdotti termini importanti quali la follia – con un rimando all’Enrico IV − la paura, il sogno. Delbono, in una fase della sua vita delicata, dal punto di vista psicologico, come ha detto in un’intervista, contrappone la prevedibile e arida logica alla libera e poetica follia e sul palco fa avvicendare gli attori della sua compagnia vestiti in maniera molto caratterizzata e con sguardi e movenze provocatorie e deliranti su uno sfondo nero illuminato ad intermittenza da una luce tipo flash. La follia è la diversità e il coraggio di cambiare e non aderire a schemi fissi e comodi. La follia è anche sofferenza per l’emarginazione attuata da parte della maggioranza “normale” della società.
Le premesse c’erano tutte, insomma.
Peccato che lo spettacolo si perda poi in un vortice di non sense (non quello divertente), di insipidezza e noia. Non vi è approfondimento semantico né artistico di alcuno dei concetti accennati, la voce di Delbono è l’unica che sentiremo per l’intera durata dello spettacolo ed è sgraziata, straziata, trascinata, lamentosa. Le voci, oltretutto, sono in buona parte registrate, nessun attore dice una parola. La scenografia è anch’essa discutibile: a parte la bella disposizione di barchette di carta in file parallele ad occupare tutto lo spazio scenico, vi è in un’altra “scena” un’ammucchiata di vestiti e in un’altra una quantità notevole di foglie autunnali a ricoprire lo spazio. Da ultimo, si osserva una disposizione di fiori (finti) dai mille colori veramente kitsch, eppure opera di Thierry Boutemy, che ha collaborato per Sofia Coppola nel film Maria Antonietta. Soprattutto, a parte la scarsa bellezza della scenografia, quest'ultima è stata utilizzata male: minuti interi a spargere i vestiti, le foglie e sistemare le barchette e la parte che con ogni sfondo si svolge, dura pochissimi minuti – meno del tempo dell’allestimento... A parte il tripudio finale dei fiori di Boutemy, non vi è correlazione con ciò che viene detto (anzi, trasmesso dalla voce registrata). I racconti sono basati su esperienze dirette o riportate a Delbono da amici, ma sono francamente piuttosto banali, privi di ritmo e di pathos, con nessun messaggio tangibile né ipotizzabile, nessuna parabola nascosta. Le canzoni sono sparate a volume altissimo con gli attori o lui stesso che muovono le labbra in un playback che dopo un po’ diventa imbarazzante.
Si fanno cenni, pure cenni fini a loro stessi, al buddhismo (l’avidità, la collera e la stupidità impediscono di raggiungere la luce), alla vergogna che si prova a stare male quando si ha tutto – eppure, la depressione esiste e agisce come un nemico interiore − al solito tema dei migranti – dico solito perché qui è soltanto accennato, non indagato, non razionalizzato, non partecipato emotivamente, quindi privo di forza morale e scenica − e si fanno cenni alla morte, ai campi di concentramento, alla paura. Ma è tutto sfilacciato e impalpabile: le parti sono prive di identità e non correlate, così da fare sembrare l'insieme una saga di luoghi comuni. E soprattutto, ribadisco, assistere a uno spettacolo teatrale in cui vi è un’unica voce narrante, per giunta quasi sempre registrata, è davvero singolare e molto poco appassionante.
Alla fine, in un’estatica – ma non coinvolgente – atmosfera, vi è l’apologia in salsa hard rock della fede.
Delbono urla la sua gioia, gioia che crea spazio, scioglie il vuoto e fa superare il dolore, e urla il suo desiderio di trovare un orizzonte che rifulga di luce eterna... ma poi fa confusione tra l’eterea eternità e l’amore carnale che dopo questo climax religioso tira in ballo. Lo spettacolo termina con la considerazione che non bisogna desiderare essere altro da quel che si è, perché, oltre le tenebre che ciascuno vive, ognuno è il fiore più bello possibile (per se stesso). E avviene qui la liaison con l’inondazione kitsch dei fiori già descritta.
Insomma, che dire... un senso di domanda inevasa mi attanaglia: ha senso chiamare questo allestimento “spettacolo teatrale”? A me è parso un one man show etero-diretto e privo di presenza reale degli attori e delle voci sulla scena. Pezzi di vita riportati senza logica né, tanto meno, pathos creativo, episodi privi di costruzione e di messaggi, diretti o reconditi.
Troppo poco, per un artista così importante e decantato. Peccato.

 




La Gioia
di
Pippo Delbono
con Dolly Albertin, Gianluca Ballaré, Bobò, Margherita Clemente, Pippo Delbono, Ilaria Distante, Simone Goggiano, Mario Intruglio, Nelson Lariccia, Gianni Parenti, Pepe Robledo, Zakria Safi, Grazia Spinella
composizione floreale Thierry Boutemy
musiche Pippo Delbono, Antoine Bataille e autori vari
luci Orlando Bolognesi 
suono Pietro Tirella
costumi Elena Giampaoli 
scena e attrezzeria Gianluca Bolla
responsabile di produzione Alessandra Vinanti 
organizzazione Silvia Cassanelli
direttore tecnico Robert John Resteghini
produzione Emilia Romagna Teatro Fondazione
coproduzione Théâtre de Liège, Le Manège Maubeuge – Scène Nationale, Compagnia Pippo Delbono
si ringraziano Enrico Bagnoli, Jean Michel Ribes, Alessia Guidoboni – assistente di Thierry Boutemy e Théâtre de Liège per i costumi
foto di scena Luca Del Pia
lingua italiano
durata 1h 30'
Bologna, Teatro Arena del Sole, 3 marzo 2018
in scena dal 1° al 4 marzo 2018

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