“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Giovedì, 08 Marzo 2018 00:00

Di Istria, storia e memoria

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Una sigaretta che non riesce mai ad accendersi, una nave per l’America su cui non ci si riesce mai ad imbarcare, pronta lì il mercoledì, ma sempre vietata da un imprevisto, un accidente, o semplicemente dalla storia, che frappone i suoi sgambetti fatalmente il lunedì.
Una narrazione che affonda nella memoria, individuale e collettiva, di un popolo fra i popoli, concentrato in quel crogiuolo multietnico che è quel lembo d’Italia un po’ sloveno e un po’ croato, o quel lembo fra Slovenia e Croazia che persiste un po’ italiano, che va a formare un triangolo isoscele fra Trieste, Pola e Fiume ed è da lì che proviene la materia prima di questo Esodo, è di lì che è originario Diego Runko, è nelle sue vene che scorre il sangue di cui s’imporpora questa storia, è nella sua memoria – personale e famigliare – che sopravvive il ricordo di cui si materia questa narrazione.

Una narrazione per capitoli, quella di questo Esodo messo in scena dalla Confraternita del Chianti, che ripercorre vicende e personaggi, che si snoda attorno a più “fuochi” scenici: quattro colonnine disposte a formare un perimetro trapezoidale sono i rispettivi centri di questi “fuochi” e, accanto a ciascuno di essi, Diego Runko si spoglia e si riveste, si trasfigura nei vari personaggi che costellano questa storia: oltre a Rudi, personaggio narratore che tiene il centro della scena, seduto, e che rivolge il proprio racconto memoriale ad un ragazzino, ad un “mulo”, come si dice nel dialetto di quelle parti, lo vedremo dar vita ad un giornalista croato, ad un soldato inglese di stanza in Istria, al prete Don Zeljko, croato di nascita, italiano per costrizione, all’amico d’infanzia dello stesso Rudi, Gildo. In tal modo costruisce – o meglio ri-costruisce – una versione storica degli accadimenti di un tempo lontano (quello a cavallo degli anni della Seconda Guerra Mondiale) per trasmetterli a questo ragazzino in ascolto, al quale offrire testimonianza e memoria di quanto accadde in quel triangolo di terra, da sempre al centro di spartizioni e rivendicazioni, da quando l’occuparono gli antichi Romani fino alla recente guerra dei Balcani, passando per Campoformio e per un paio di guerre mondiali.
È più vera la storia o la sua narrazione? E la narrazione, anzi le narrazioni, sono vere quanto è vero il ricordo, o quanto il ricordo – variato e variabile – è capace di trasfigurarle in una piccola mitografia verosimile, in cui il confine fra reale e immaginario sfuma perché funzionale ad un più ampio disegno? La vita è strana... ed è strana anche la memoria degli uomini, che talvolta colora i ricordi di tinte cangianti, che li rendono diversi, in certi casi più belli, in altri casi ancora più veri del vero; perché il tempo e la memoria sono narratori affascinanti, che sanno travestirsi pur restando uguali a se stessi. Ed è così che questo Esodo, questo canto memoriale a più voci, in cui si condensano le voci della storia e la storia delle voci, s’infarcisce di dettagli e particolari in cui la piccola storia individuale di Rudi, innervandosi sulla grande Storia degli eventi sensibili di quegli anni, si condisce di quel gusto un po’ naif dell’esagerazione, dell’evento roboante e (forse) millantato, per cui in questa vicenda che s’inscena appaiono sotto forma di improbabili cameo James Joyce (che pure in Istria insegnò inglese), Alida Valli (che pure a Pola era nata e cresciuta, come del resto Sergio Endrigo) e persino il Maresciallo Tito in un’estemporanea rissa da bar; ma sono tutti eventi e dettagli che, rimanendo sospesi tra il vero e il verosimile, fra la memoria e la fantasia, corroborano la sostanza essenziale dei fatti, che è quella che prende corpo e forma in una narrazione dettagliata e composita, condotta in coerente amalgama narrativa da parte di Diego Runko, avendo come termine ante quem della storia un evento ben preciso, ossia la strage di Vergarolla, avvenuta il 18 agosto del ’46 sulla spiaggia di Pola, strage ancora avvolta in una patina di mistero e della quale pure si dà una versione a metà fra storia e romanzo; perché quel che pare conti, nella storia ricostruita da Diego Runko e dalla Confraternita del Chianti è qualcosa di più e di diverso da una semplice ricostruzione fattuale degli eventi così come andarono: c’è in primis soprattutto la volontà di restituire la verità – varia, composita, densa e per questo non priva delle sue contraddizioni e delle sue zone di frizione – di un popolo fatto di persone, di gente in balìa di eventi più grandi, gente per conto della quale qualcun altro aveva deciso che quel lembo di terra compreso tra un triangolo isoscele a testa in giù dovesse essere terreno di battaglia e di spartizioni, tra asburgici e lombardo-veneti, tra fascisti e comunisti, tra filo-italiani e filo-slavi, tutti a cercare di liberare chi non sapeva di dover essere liberato, e soprattutto non sapeva affatto di volerlo, perché semplicemente votato ad una vita da trascorrere tra il tornio e il bordello, magari vagheggiando l’America e un viaggio in piroscafo per far fortuna, un’emigrazione “normale” e spontanea e non un esodo indotto e forzoso.
La narrazione affascina e appassiona, coinvolge ed emoziona, stratificata nelle diverse lingue di una babele di senso all’ombra della quale si consumava l’esodo della popolazione d’Istria, trasfigurata in una (Rudi) e tante (gli altri) figure che si susseguono sulla scena, raccontando di quel che accadde, certo, ma soprattutto del sentimento, individuale e collettivo, di gente che s’è trovata nel bel mezzo di una pluralità di conflitti, proprio malgrado, per la semplice sventura di trovarsi in una zona nevralgica e liminare.
Rudi/Diego alterna la parola narrata ai vari segmenti interpretativi destinati agli altri personaggi, assumendo il tono scafato dell’uomo vissuto, una sigaretta tra le dita che resta sempre in procinto di essere accesa, come quel piroscafo sul quale fu sempre in procinto d’imbarcarsi. Fino ad una data precisa, che è quella in cui si colloca la narrazione: il 25 giugno del 1991, quando la Croazia si dichiara indipendente; quando Rudi, finalmente, accendendosi la sospirata sigaretta, può ammettere che la sua America è tutta lì, tra i suoi morti e i suoi ricordi, sperando solo che non venga ancora in mente a qualcuno di venir lì a proporre loro di essere ancora, di nuovo liberati.
Un omaggio all'Istria, “terra di brava gente”, come recitano i cartelli stradali che dall'italia s'incrociano in direzione Croazia, un omaggo alla memoria, frammentata e misconosciuta della gente di quella terra che prende forma di teatro, sospendendosi fra verità e finzione sulla scena per trascolorare in quella verità profonda che appartiene all'essenza intima della Storia.





ESODO pentateuco #2
da ESODO
di Diego Runko
testo Diego Runko, Chiara Boscaro, Marco Di Stefano
drammaturgia Chiara Boscaro
regia Marco Di Stefano
con Diego Runko
musiche Lorenzo Brufatto
eseguite e registrate da Ensemble da camera Il canto sospeso
traduzioni di Craig Allen, Ester Barlessi, Brigita Lorger, Tamara Turšič
progetto grafico di Mara Boscaro
assistente alla regia Cristina Campochiaro
un progetto La Confraternita del Chianti
una produzione Associazione K., Dramma Italiano di Fiume – Teatro Nazionale Croato Ivan De Zajc (Rijeka/Fiume − Croazia)
in collaborazione con Teatro Verdi/Teatro del Buratto
con il sostegno di Regione Lombardia – NeXT 2015
lingua italiano, inglese, croato, dialetto veneto
durata 1h 10’
Napoli, Sala Ichòs, 19 gennaio 2018
in scena dal 19 al 21 gennaio 2018

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