“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Venerdì, 16 Marzo 2018 00:00

In memoria di Brenda

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Molfetta, uno spazio in pieno centro cittadino, in quell’intrico di vicoli che si susseguono per poi sbucare tra il porticciolo e il lungomare; lì, tra quelle strade strette e regolari, ad un angolo si trova la Pro Loco Babilonia, un ex frantoio che si reinventa sala teatrale, gestito dall'associazione culturale (e teatrale) Malalingua, di Marianna De Pinto e Marco Grossi; spazio accogliente e funzionale, anche piuttosto capiente e con tanto di foyer. Vi va in scena Vita oscena di Brenda Wendell Paes, di Gabriele Paolocà e Simonetta Damato (lei in scena, lui in regia) e va in scena, questo spettacolo, lì dove ha avuto la sua gestazione, prima di cominciare il  proprio cammino.

Il primo aspetto su cui vale la pena soffermarsi è la scelta del soggetto, della storia da rappresentare: chi è Brenda Wendell Paes? Un nome che, poco meno di un decennio fa, abbiamo letto e sentito per un breve periodo riecheggiare tra stampa e televisione, rimbalzando tra cronaca e politica; era l’epoca del cosiddetto “caso Marrazzo”, quello che vide l’allora governatore della Regione Lazio essere coinvolto in uno scandalo torbido e opaco che lo portò a dimettersi dal proprio incarico. Brenda era il trans brasiliano con cui Piero Marrazzo s’era accompagnato, divenendo così ricattabile. Ma non si trattò di un semplice scandalo sessuale: le vicende di quel 2009 che sembra così lontano si colorarono di tinte ancor più fosche per la successiva morte, nel rogo del proprio appartamento, di Brenda e per il coinvolgimento nella storia di quattro carabinieri concussi, in una storia fosca di ricatti e estorsioni. I morti saranno due: anche uno spacciatore coinvolto nell’intrigo venne ritrovato privo di vita in circostanze non del tutto chiarite. Insomma, una vicenda con i crismi del mistero irrisolto, che nel 2015 per giunta venne archiviata con un nulla di fatto. D’altronde, se ancora aspettiamo fideisticamente di conoscere la veità su Ustica, come possiamo pretendere di sapere cosa davvero sia accaduto ad un anonimo transessuale brasiliano? Le storie degli ultimi tendono a svanire, una volta sfumato il momento del primo clamore. E tra gli ultimi, c’è chi è più ultimo degli altri, come Brenda, esemplare da baraccone che ha partecipato a quel circo sordido che ruotava attorno al giro della prostituzione romana e che vedeva compartecipi (e ricattabili) personaggi della politica – come Piero Marrazzo, ma non solo lui – e vari altri attori che a quel circo partecipavano a vario ruolo, mangiafuoco e domatori, equilibristi abilmente in bilico fra legge e malaffare.
Oggi la storia di Brenda ha un’eco lontana, sfumata via quasi del tutto. Dopotutto, a chi importa davvero questa storia? Nel circo mediatico delle morbosità offerte in pasto ad un pubblico che ne è goloso c’è sempre dietro l’angolo un nuovo scandalo che possa titillare la prurigine voyeuristica dello spettatore medio, che convoglia nel proprio quarto d’ora d’indignazione le proprie rabbie non meglio identificate. E quello che accade viene ingurgitato e digerito dall’opinione pubblica senza che le domande lasciate inevase suscitino troppo desiderio di risposte chiarificatrici.
Eppure, questa storia rimasta a languire nel limbo delle memorie sfocate, oggi viene ripresa e diventa uno spettacolo teatrale; un modo non per tentare di ristabilire una verità storica (ché sarebbe pure velleitario stabilire quello che nemmeno la magistratura è stata capace di accertare), ma una possibile verità umana,  un modo per recuperare una memoria e una dignità, quelle di una persona morta in un clamore presto divenuto silenzio.
Bestia da circo, Brenda, viene letta vissuta e raccontata in questa chiave metaforica sulla scena: una pedana circense bianca e rossa da un lato del palco, sul quale la troviamo adagiata, un cerchio di luci bianche e rosse a pendere dall’altro lato della scena e una dichiarazione in esergo che non intende fare alcuno sconto edulcorante alla realtà: “Io so’ puttana che lavora”, detto mentre già è in preda alle proprie turbe, ostaggio di quegli spettri che l’avrebbero poi uccisa. Una tuta tigrata ce la consegna ulteriormente nella sua dimensione di bestia da esposizione, di corpo scritturato da un copione che per lei prevede una parte da recitare ingabbiata, prima di vestire gli abiti di scena del trans che si prostituisce.
Simonetta Damato, nel dare corpo e voce a Brenda, adotta un registro vocale che prova a imbastire l’inflessione sudamericana di quell’italiano parlato dai brasiliani ed è questo l’aspetto dello spettacolo che lascia qualche perplessità, rimanendo ad una spanna di distanza dal rischio di farsi caricaturale e lungo un bilico di innaturalità che a tratti rende faticosa la recita e che pur non compromettendo la resa attorale ne rappresenta un’asperità da smussare. Nella prestazione della Damato c’è però complessivamente una ottima capacità di resa scenica del personaggio, che sa alternare e dosare i toni pacati e quelli più concitati, che sa infondere intensità e spessore, e che contribuisce, in solido ad una felice concezione registica dello spettacolo, a tratteggiare un quadro espressionistico e composito della figura di Brenda, evocandone l’umanità, ricordando che, al di là del macabro e del sordido, esistevano una persona e una sensibilità, come viene rimarcato ricordandone il passato, l'infanzia, fatta di sogni mescolati con gli ormoni (per dirla col De André di Princesa). Il resto è storia, ripercorsa e ricostruita, con quel suo portato buio di compromissioni riguardanti politici e professionisti noti, per i quali Brenda poteva essere “l’abisso in cui buttare tutta la loro vergogna”, un abisso di sesso droga e silenzio, mentre contestualmente per lei i sogni avevano smesso di mescolarsi con gli ormoni e la speranza aveva ceduto il passo alla disillusione.
Sogni e speranze che sul palcoscenico, con biforcazione significativa, vengono affidati ad un microfono e ad un cerchio di luce, suddividendo di fatto in due la scena e, su di essa, la vita di Brenda: da una parte c’è la storia, quel che sappiamo e quel che possiamo immaginare, che avviene da un lato del palco, dall’altra c’è l’aspetto coscienziale, quello che s’evoca e s’immagina in un cerchio di luce, in un afflato di voce e che affresca l’idea di un animo dolente, di una vita presa in ostaggio per non essere mai più restituita a se stessa.
In questa bipartizione piace e convince la scelta registica, così come piace e convince l’idea metaforica del circo, caravanserraglio bestiale di bassa umanità in cui s’inserisce la vita di Brenda; ma anche circo mediatico – come più volte alluso anche su scena dalle sigle dei telegiornali che annunciano e “strillano” i titoli scabrosi. Circo bestiale, nel quale Brenda sopravvive – finché è sopravvissuta – come una tigre in gabbia, che è l’ultima immagine che la scena ci consegna, prima che Brenda ridiventi anima e coscienza in un cerchio di luce, prima che il buio la riconsegni, insieme al silenzio, all’oblìo.
Un oblìo che per un’ora ad ogni replica, questo spettacolo fende e dirada restituendo dignità postuma a una vittima irredenta di una società e di un sistema acquattati sotto una cappa di strisciante ipocrisia.

 

 

 


Vita oscena di Brenda Wendell Paes
di Simonetta Damato, Gabriele Paolocà
regia Gabriele Paolocà
con Simonetta Damato
lingua italiano
durata 1h
Molfetta (BA), Pro  Loco Babulonia, 11 febbraio 2018
in scena 10 e 11 febbraio 2018

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