“La sua vita fu un gomitolo di illuminazioni e di sbagli”

Il'ja Grigor'evič Ėrenburg, su Marina Ivanovna Cvetaeva

Domenica, 04 Marzo 2018 00:00

L'esilio politico dell'uomo flessibile

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Stiamo all'inferno con una dignità inimmaginabile. 
(Mariano Dammacco; L'inferno e la fanciulla)



Nel quarto episodio de Lo splendore dei supplizi, il penultimo spettacolo di Fibre Parallele, due operai sequestrano un dirigente aziendale e – poiché il dirigente è vegano – lo sottopongono alla tortura di ingoiare carni e derivati animali: le sottilette, il latte, le uova e la mortadella, la maionese, il prosciutto, i petti di pollo (“due pacchi: li ho trovati in offerta”).

Queste “due teste di cazzo”, così gli operai si autodefiniscono, hanno perso il lavoro e perdendo il lavoro hanno perso tutto il resto – “la macchina, la casa, i figli, la dignità” – e così adesso riscattano la propria condizione umiliante, il proprio fallimento esistenziale ed economico, realizzando una rivolta alimentare. Il “mangiapiante”, il “mangiamerda”, che neanche li saluta quando li incontra tra le scale del palazzo, diventa il loro “capro espiatorio”: “a noi, a quelli che la pensano come noi” – gli dicono – “sembra che questo mondo invece di andare avanti va indietro. E poi è normale” – aggiungono subito – “che una mattina due coglionazzi, siccome non hanno niente da fare e hanno i nervi a fior di pelle...”. E d'altronde: tu lo sai – chiedono al vegano – “che cosa significa guardare in faccia tuo figlio perché non gli puoi comprare il motorino?”, lo sai “che cosa vuol dire fare una fila di tre ore per avere un cazzo di documento al Comune?” o che si prova “quando la tua squadra retrocede in serie B?” e lo sai “quando non tieni più una lira” e “gli amici neanche ti guardano in faccia” mentre tu continui “a votare per un partito che non ti rappresenta?”. Stame ngazzate, dicono in barese. Siamo arrabbiati perché “il citrone, gira gira, e va sempre in culo all'ortolano”. E mo' basta. Quindi passano ai fatti. Tolgono la benda al “professore” (così lo chiamano) e cominciano a rimpinzargli la bocca, come fosse una fogna o una discarica, come fosse una sacca, un pozzo, l'abisso, mentre nel contempo gli schiacciano le uova sulla fronte, gli versano il latte sulla testa, lo colpiscono al petto usando per manganello un salame. Ridono sguaiatamente i due operai: addosso le tute blu della fabbrica, sotto al naso i baffi finti della messinscena teatrale; ridono mostrando una grottesca decadenza del conflitto sociale e, nel contempo, realizzando quello che è forse l'ultimo sussulto di lotta di classe che appartiene al teatro italiano.
Agiscono in due, assieme, è il 2013.

 


Nel 2005, dunque otto anni prima, Andrea Bajani pubblica per Einaudi un libro intitolato Cordiali saluti, in cui racconta di un letterato con ambizioni poetiche che è stato assunto perché scriva missive delicate, ironiche e dolci, finalizzate a dire a un lavoratore che è diventato “un esubero”, che alla ditta non serve più, che deve prendere le sue cose e andarsene via: “Oggi mi hanno chiesto di scrivere una lettera di licenziamento.” – leggo nel romanzo – “Da pochi giorni non c'è più il direttore vendite, la gente si aggira per gli uffici a contare le sedie vuote e quelle piene. Per farle diventare vuote, le sedie, bisogna che qualcuno comunichi agli interessati le necessità aziendali in seguito alle quali si è resa necessaria l'interruzione della proficua collaborazione intercorsa tra la società e il dipendente messo alla porta”.
Così il protagonista di Bajani umanizza il lessico burocratico, usa il tono colloquiale e pare mettersi davvero in contatto con la persona licenziata, come se la stesse guardando negli occhi, come se la tenesse per mano o sottobraccio, come se le assicurasse io ti capisco, posso comprenderti, sono dalla tua parte, cercherò di stare vicino a te e alla tua famiglia, finché la mannaia non cala inesorabile, sorprende la vittima tagliandole il collo, la testa gli rotola: quel che andava fatto è stato fatto; avanti il prossimo. “Innanzitutto buon compleanno!”, “Scrivere a lei è come scrivere a me stesso”, “È con grande gioia che mi accingo a scriverle queste poche righe di ringraziamento” e noi “la lasciamo andare affinché possa dare libero sfogo alla sua creatività”, noi licenziandola la stiamo “salvando dalla routine quotidiana”, “si consideri libero”, guardi che “il futuro le si spalancherà davanti come un mare calmo dietro le montagne”, sappia che “la licenziamo per farle un favore”. 
È componendo queste frasi da Bacio Perugina industriale che le persone licenziate – sul momento – non sentono il colpo, il bruciore della ferita, il dolore che provoca, il sangue che scorre: se ne accorgono soltanto la sera, dopo essersi aggirate per strada nel tentativo di rimettere in ordine i fatti: se ne accorgono mentre infilano le chiavi nella porta di casa o quando guardano un figlio che gioca in salotto o una figlia che intanto sta facendo i compiti in camera sua; se ne accorgono incrociando lo sguardo ignaro di una moglie o un marito, nell'atto di mettersi a tavola per cena, o quando posano la testa sul cuscino, provando per la prima volta la voglia di non svegliarsi, domani mattina. Se ne accorgono soprattutto quando sono da soli, sentendosi soli davvero, come pressati da un pensiero che non sanno come si pronuncia. È una “sberla mentale”, per dirla con Houllebecq (Estensione del dominio della lotta), che “mi scaglia nel più profondo di me”: “La ricchezza di ciò che va morendo in me è prodigiosa” scrive Houellebecq: ora “sono al centro del baratro. Sento la mia pelle come frontiera e il mondo esterno come uno schiacciamento. L'impressione di scissione è totale; ormai sono prigioniero in me stesso. Lo scopo della mia vita è mancato. Sono le due del pomeriggio”.

 


Lo scorso anno è tornato tra i più venduti in classifica L'uomo flessibile di Richard Sennett, Universale Economica Feltrinelli, undicesima edizione: la prima è del 1999. Ne L'uomo flessibile Sennett analizza le conseguenze del nuovo capitalismo sulla vita personale alternando pagine d'ampia visione – analisi pluricontinentali – a scorci selettivi, microscopici, dedicati ad alcuni lavoratori: il fornaio della panetteria di Boston, che non impasta più il lievito con la farina ma si limita a premere un pulsante; Rose, che sacrifica la costruzione di una vita privata per obbedire ai turni in ufficio; Enrico, i cui figli sono costretti di continuo al trasloco – cambiano casa, scuola, quartiere e amici, clima, abitudini – subendo/seguendo così la volubilità impiegatizia del padre. Monadi esemplari – operaie, aziendaliste, contadine o sottoproletarie – che servono a Sennett per articolare un discorso complessivo sull'occupazione e l'impiego: ormai quasi assenti del tutto le rappresentanze collettive, le catene di montaggio (dis)umanizzate e lineari, l'esperienza uniforme e in comune, Sennett non può che descrivere esperienze singole, che vengono relegate in capitoli che stanno l'uno accanto all'altro senza comunicare tra loro.
È un bel libro, quello di Sennett: nel leggerlo apprendo che il fallimento non è più “un accidente straordinario” ma viene messo in conto come “un fattore endemico”, come una voce di spesa (e un episodio biologico) inevitabile; che il lavoro sta diventando “intellegibile” e che conta sempre di più il macchinario che viene adoperato – l'unico elemento fisso in azienda, in fabbrica o in negozio – invece che colui che lo adopera; che “nuove strutture di potere e di controllo” puntano a mettere “gli esseri umani nelle condizioni di non interessarsi gli uni agli altri” e ancora: scopro che per ogni lavoratore diventa sempre più difficile “sviluppare una narrazione identitaria” e  “una storia della propria vita coerente”, che corpo e psiche “subiscono l'induzione alla costante ristrutturazione di sé” e che ogni uomo, ogni donna, si sta abituando a ridurre il campo delle prospettive possibili, calcolando il proprio tempo non sul futuro ma sull'immediato.
C'è una parola su cui Sennett insiste, fin dal titolo, ed è flessibilità: “Il termine flessibilità è entrato nella lingua inglese nel '400 per indicare inizialmente la constatazione che i rami di un albero, anche se piegati dal vento, dopo un po' tornano nella stessa posizione” – scrive – e dunque flessibilità “indica sia la capacità dell'albero di resistere, sia quella di tornare alla situazione precedente”. Applicata agli esseri umani, ci dice Sennett, non serve per delineare nuove forme contrattuali (come spesso sentiamo dagli esponenti politici, dai ministri dell'Economia, da qualche esperto in uno studio tv) ma per farci comprendere – in maniera opaca e incorreggibile – che non dobbiamo più considerarci parte di una foresta ma solo singoli arbusti e che tra noi rimane in piedi “chi resiste al vento senza farsi spezzare”.
D'altro canto guardando il corso assunto dalla letteratura italiana negli ultimi cinquant'anni  e la maniera nella quale è mutato il racconto che si fa del lavoro lavorato in questo Paese noto che siamo passati da Silone, Ottieri, Dolci, Volponi, Rea e Fenoglio, Parise, Moravia, Frassineti – coi loro titoli da capannone olivettiano o da corteo sindacale (Vogliamo tutto di Nanni Balestrini) – a una produzione editoriale che (fatta salva la saggistica: penso a Servi di Marco Rovelli o ai libri di Alessandro Leogrande, a partire da Uomini e caporali) mette in ordine ad esempio Pausa caffè di Giorgio Falco, Mi spezzo ma non m'impiego di Bajani, Mi chiamo Roberta, ho quarant'anni e guadagno 250 euro al mese di Aldo Nove: il tempo è cioè momentaneo, la condizione presente viene espressa da un gioco di parole, non c'è alcun “noi” – “il pronome pericoloso” per la “nuova economia” lo definisce Sennett – ma solo Roberta. Avvenuta quindi la polverizzazione atomistica di cui parla Guido Mazzoni ne I destini generali, dove leggo che “le persone vivono esistenze scisse, frammentarie e attimali”, in uno stato di “isolamento disgregativo” in cui trova valore soltanto “il privato” –, polverizzazione che ha tra le sue conseguenze la Soggettività smarrita, di cui ha scritto Federico Chicchi, ridotta sempre più in uno Stato di minorità (Daniele Giglioli) – al cospetto dello spettro del licenziamento, o nel momento in cui arriva davvero la lettera tanto temuta, non restano che “lavoratori competenti, qualificati ma ormai politicamente disarmati” (Laura Bazzicalupo) non in grado neanche di colpire il proprio datore di lavoro con un salame, come faceva Fibre Parallele: d'altronde “l'agire politico” viene percepito soggettivamente come “impossibile” afferma Giglioli “non perché è proibito” ma perché viene ritenuto “ineffettuale, senza esito, svuotato di ogni concretezza”.
Così, in poco più di mezzo secolo, siamo passati dall'“azione partigiana” del “prendere partito” a una “posizione depressiva”, per dirla con Melanie Klaine: “Fragilità, senso di colpa, lutto, perdita dell'oggetto buono. L'abbiamo fatta grossa, ora tocca farsi piccini”.

 


Mentre leggo dell'ERT che manda in scena La classe operaia va in paradiso, quasi cinquant'anni dopo il film di Elio Petri, a me viene in mente che c'è un piccolo spettacolo che sta girando l'Italia con lo stesso passo (e la stessa ostinazione) con cui una formica compie i chilometri: s'intitola Esilio, è scritto e interpretato da Mariano Dammacco e Serena Balivo e chi lo incontra raramente se ne dimentica.
Esilio mostra un uomo (interpretato da Serena Balivo) che, licenziato, si distacca dal consorzio sociale, facendosi come un'isola; mostra i suoi tentativi di mantenere un contatto col resto del mondo di fuori e il lento ma inesorabile crollo del suo mondo di dentro – un terremoto interiore, una riduzione in poltiglia che non produce alcun rumore avvertibile – e mostra il progressivo cambiamento che porta quest'uomo prima a resistere, mentendosi per non provare dolore, e poi ad adattarsi alle circostanze, col solo fine di sopravvivere. Mostra – come forse nessun altro spettacolo – l'adesione al modello della flessibilità, Esilio: un'adesione, prima che contrattuale, comportamentale e di pensiero, politica e culturale. Come l'albero di Sennett, insomma, l'uomo di Esilio assume una posizione che permette ai suoi rami di resistere al vento.
Sul palcoscenico – un quadrato che ha per unico arredo una piccola panca posizionata sul fondo a sinistra – quest'uomo si aggira ora zigzagandolo, ora percorrendone di continuo la parte anteriore, ora traversandolo prima di fermarsi in un fermo-immagine, per poi riprendere il moto: simile, ad un tempo, a una marionetta, a una vignetta vivente, a un bambolotto caricato a corda e a un personaggio da carillon l'uomo, ricevuto il licenziamento, compreso che lo “hanno buttato”, alterna incredulità e sgomento, vergogna e tristezza, spirito di reazione, spossatezza, di nuovo incredulità, di nuovo sgomento e vergogna: entra in un bar per chiedere un caffè, fingendo una fretta che non ha (“si sbrighi con quel caffè, non ho mica tempo da perdere, devo andare a lavorare io”); con un binocolo osserva la vita degli altri, che intanto prosegue, mentre la sua sta sparendo (“il mio mondo scompare, la mia casa scompare, l'intera palazzina dove avrei comprato casa scompare, la scuola dove avrei accompagnato mio figlio scompare” e “scompare mio figlio, scompare la madre di mio figlio, il matrimonio, il viaggio di nozze, scompare il bacio la mattina prima di andare a lavorare”); prova a ripristinare rapporti (l'ex fidanzata, un collega) che si sono dissolti all'istante e torna a chiedere la paghetta al papà (“la paghetta, ti ricordi papà?”, come “quando tu eri giovane e forte e il venerdì sera mi davi la paghetta”) e nel fare tutto questo usa ogni tanto un intercalare – “quante matte risate” – che è il modo che lui ha per fare in scena ciò che noi facciamo ogni volta nella realtà quando − con il contratto che scade tra due giorni, il conto in banca senza un euro, le bollette che non sappiamo come pagare, una dipendenza lavorativa mortificante o l'ennesimo detto alla richiesta di una prestazione lavorativa gratuita – incontrando qualcun altro che ci chiede “come va?” noi rispondiamo “bene, tutto bene”: “C'è un modo di dire” afferma non a caso Serena Balivo in un'intervista con Gerardo Guccini, “che nella drammaturgia non figura” ma che racchiude tutto il pensiero dell'uomo e questo modo di dire è “va bene, dài, dài...”.
E dunque.
“Va bene, dài, dài” anche se guadagno quattrocento euro al mese e mi sveglio alle cinque di mattina, tutti i giorni, domenica compresa; “Va bene, dài, dài” anche se lo stipendio mi serve a stento per affittare la stanza che condivido come se fossi ancora uno studente; “va bene, dài, dài” anche se la laurea non è servita a niente, se domani mi hanno cambiato il turno con un arbitrio improvviso, se mi hanno annullato le ferie, se sto ancora dai miei,  se a quarant'anni mi chiamano “ragazzo”, se mi hanno costretto a firmare dimissioni in bianco, se mi hanno chiesto di lavorare di più senza che le ore di straordinario mi siano riconosciute; “va bene, dài, dài” anche se non posso permettermi l'affitto di una casa, una sera al ristorante invece che in pizzeria, di pensare di poter avere un figlio, di mettere da parte qualcosa; “va bene, dài, dài” anche se non ho un partito da votare, un sindacato a cui rivolgermi, un collega che con me faccia fronte comune, un futuro da ipotizzare e “va bene, dài, dài” anche se ho partecipato a uno spettacolo per il quale – a distanza di due anni – non sono stata ancora retribuita, se da settimane provo una messinscena che forse non farà neanche una replica, se scrivo questo articolo senza ricavarci alcun effettivo guadagno economico.
Esilio, rappresentandosi (attraverso l'ostentazione della recita, il trucco, il travestimento di due taglie più grande, le sopracciglia, i due nei e le basette disegnate, i baffi finti, la parrucca, le pose innaturali e studiate, un testo diviso in quattordici brani, il rifiuto del mimetismo dialogico, la relazione costante tra la parola poetica e il gesto esplicativo, le traiettorie calcolate, un telefono senza filo, i passi compiuti battendo la punta del piede prima del tallone, elaborando una condivisione vocale a mezzo tono, semiaspirata, essa stessa fintissima e andando in scena su una pedana di un metro e quaranta per un metro e quaranta perché tanto misura lo spazio nel soggiorno di Dammacco, lì dove lo spettacolo e nato ed è stato provato) ci rappresenta dunque davvero: assolvendo a una funzione primaria (e irrinunciabile) del teatro.

 


Nell'aria, prima che Esilio cominci, s'ode il rumore delle onde e d'altronde la pedana è circondata da una stoffa scura, increspata, intarsiata da lamine dorate: sono il segno del naufragio in corso. L'uomo, durante lo spettacolo, scarica da sé tutto quello che non gli serve – convinzioni politiche e certezze acquisite, dignità e ricordi lontani, diritti, affetti, bisogni e necessità che sembravano irrinunciabili, la conoscenza del proprio mestiere, l'abitudine di distinguere ancora tra il Bene e il Male, il credo dell'esistenza di Dio e della Giustizia, i propri pensieri, i progetti che aveva e che non avrà più – così come chi sta su una zattera che rischia la deriva alleggerisce il peso dell'imbarco: come un rifiuto, ciò che non serve viene buttato dunque in mare. L'uomo si separa quindi dall'Anima (Mariano Dammacco) – l'alito vitale, la “voce interiore”, la “coscienza” o, se preferite, la consapevolezza e il rispetto di sé – ed è così facendo che lentamente ridirige la propria rotta verso gli altri, adeguandosi agli standard in vigore: fa dunque “due, tre, mille lavori” per conto di “un'agenzia”, confessa guardandoci: “Loro mi chiamano e mi dicono, per esempio, c'è da fare il lavavetri dei grattacieli per tre giorni oppure c'è da fare il pupazzo dei biscotti in un supermercato per due settimane oppure c'è da costruire la Piramide di Cheope in otto ore e io volo” ed è in questo modo che, illudendosi di “accumulare un sacco di esperienze” e di avere “possibilità di crescita professionale”, è diventato una cosa, un oggetto – uno strumento – a disposizione h24 degli altri e adesso quando qualcuno gli chiede “come stai?” lui può fare esattamente come facciamo noi: “Sto bene, benissimo, grazie. E tu come stai?”.
Poi cala il buio, la tenerezza che abbiamo provato per l'uomo durante lo spettacolo sfuma – sfuma la nostra voglia di abbracciarlo, l'affetto che abbiamo sentito per lui, sfumano pure le risate che ogni tanto ha provocato – e addosso non ci resta che il disagio, questo nostro stesso silenzio, un'amarezza che prima non sentivamo.
Come va?
“Non va bene”, dovremmo avere adesso (e finalmente) il coraggio di dire.

 

 


Le foto relative ad
Esilio, poste a corredo dell'articolo, sono di Pino Montisci e sono tratte dal sito della Piccola Compagnia Dammacco; l'immagine relativa a Lo splendore dei supplizi è di Luigi La Selva

 



Esilio
ideazione, drammaturgia, regia
Mariano Dammacco
con la collaborazione di Serena Balivo
in scena con Serena Balivo, Mariano Dammacco
luci Marco Oliani
cura dell'allestimento Stella Monesi
produzione Piccola Compagnia Dammacco
con il sostegno di Campsirago Residenza
con la collaborazione di L'arboreto – Teatro Dimora di Mondaino
e di Associazione CREA/Teatro Temple, Associazione L'Attoscuro
lingua italiano
durata 50'
Aversa (CE), Teatro Nostos, 2 febbraio 2018
in scena 2 febbraio 2018 (data unica)



Mariano Dammacco

Esilio
illustrazioni di Stella Monesi
L'alboreto Edizioni, Mondaino (RN), 2017
pp. 85

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