“Io amo troppo il teatro per diventare un critico teatrale...”

Gilbert Keith Chesterton

Venerdì, 15 Luglio 2016 00:00

E tu, Viskovitz, quale bestia sei?

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Soiree da brividi, a dispetto della calura disarmante di un luglio incipiente. Artefice, l’imperdibile performance di Paolo Cresta e di Carlo Lomanto: performativa l’istrionica interpretazione di  viaggio in un mondo così vicino a quello umano, per caratteri e sonorità emotive. Un viaggio inter/extra la natura di viventi… anche come noi.

Lontano da ogni immaginazione l’idea che i nostri compagni di terra e di mare possano, in realtà, vivere una vita che non sia intesa nel senso esclusivamente biologico bensì anche esistenziale: una vita che sia esistenza, appunto, con la difficoltà, talvolta drammatica, di interagire con i propri simili e non, nella darwiniana lotta per la sopravvivenza. Spazi da occupare o da condividere, risorse di cui approvvigionarsi, istinti e pulsioni da assecondare: c’è una legge da rispettare, un ecosistema da salvaguardare. Eppure, forse, piccoli drammi di intervita si muovono e nessuno mai vi presterebbe ragione, ma neanche fede.
Qui si va al di là di qualsiasi buonismo di sorta, di spazio non ve n’è; ce n’è, invece, per indossare sui nostri sguardi quelli di un’altra possibile esistenza che ha vita e forma.
Si avvicendano le scene (almeno cinque), quali tappe di questo viaggio fenomenologico. Il primo sguardo incrociato è quello di un esemplare di lumaca: quali umani occhi ne avrebbero immaginato il possibile dramma? Di disagio, straniamento, incomprensione  è la condizione vissuta da Viskovitz alle prese con il primo innamoramento: né maschio né femmina del tutto, dunque ermafrodita, per natura “costretto” ad unirsi alla madre, al padre, ai figli; autofecondante. Che ne è della sua libertà di scegliere la sua lumaca compagna, di unirsi a lei senza che questa sia già in una nuova fase mutante? Ljuba dista almeno “due anni lumaca” da lui ed è un problema. È un problema perché non c’è libertà di scelta, né di attesa né di  coscienza, ma gli sguardi ipocriti osservano (“che schifo, cosa ci tocca vedere!”): gli stessi sguardi ipocriti e svilenti che gli umani non si risparmiano quando si registra un’assenza di conformismo a certe regole sociali che, talvolta, con l’etica ben poco hanno a che fare. Così a Viskovitz, poi sorpreso dalla paura di invecchiare, non resta che l’antro del proprio guscio in cui rintanarsi e vivere i suoi giorni migliori, quelli che la legge naturale impone. Per sopravvivere.
Sonorità ironicamente sacre e sguardi complici per entrare in una nuova scena, per fermarsi ad una nuova tappa del viaggio: stavolta Viskovitz è una mantide religiosa ed il suo destino è tristemente segnato. A nulla varranno i consigli degli amici  − “che hanno preso i voti!” − di lasciar perdere: Visko non ha paura ma è pronto ad innamorarsi. Ljuba è già nel suo cuore e per il piccolo mantide non c’è scampo perché nell’amore troverà la morte. Psicologia, anche questa, talvolta così vicina all’umano sentire e talaltra così insensibilmente lontana.
Giochi di sguardi e sonorità al limite del grottesco ci portano in una nuova scena, per incontrare il suino Viscovitz. Una storia che diverte e che intenerisce al contempo: qui il maschio conquistatore, colorito e con un umano pensiero fisso – il sesso −  resta ingabbiato in un sentimento speciale che non lascerà scampo alla sua dignità di suino. L’amore per Ljuba  lo renderà vittima della prigionia circense: venduto al migliore acquirente, avrà in sorte un destino inimmaginato. Sed lex… La stessa, durissima, che vede il re leone innamorato di una gazzella in fuga dalla sua realtà e desiderosa di una nuova vita: un’avventura avvincente, di certo, ma dove può finire l’amore di Visko se Ljuba, forse per salvarlo, fugge ancora ingannandolo? La forza ha la meglio, quella del più forte e la legge della natura sopra tutti: se ne immagini il pur ironico (qui)  ma crudissimo epilogo.
In terra come in mare, vita al singolo se vita e morte è per gli altri, perchè il cerchio non si spezzi. Ognuno al suo preciso posto perché dalla morte abbia inizio la vita e, ciclicamente, dalla vita la morte. Le onde s’infrangono sbattute dalla corrente, così com’è sbattuta la vita di una spugna di mare, la vita di uno squalo che non può avere paura. Fragile ed incapace di cedere alla crudeltà di dover divorare anche i suoi stessi simili, come i genitori, bersaglio di suo padre che lo incita a diventare grande, con grande fatica, il piccolo Visko, infine, diventa un vero squalo.
Il viaggio s’interrompe tra mare e terra, tra gli applausi incalzanti e le richieste di bis. Tra gli spettatori più curiosi, anche i bambini. In fondo, questo viaggio è per tutti: c’è chi immagina di diventare grande e valoroso, c’è chi ricorda di essere stato bambino fragile e curioso. Comune, la sensazione di vivere in un mondo dove il confine più alto è l’idea che certi confini esistano davvero. Vita e forme diverse, sì ma a dirci di un unico tutto, di un’esistenza che ha ragion d’essere in ogni esempio di vita. Istintivi e razionali. Piccoli e grandi. Fragili e forti. Paurosi e coraggiosi. Sudditi e liberi sotto una stessa legge: sopravvivere, esistendo. Gli animali e noi. (Gli) Animali come noi.
Consigli meditativi: E tu, Viskovitz, quale bestia sei?
Consigli per gli acquisti: questo viaggio inter/extra la natura di viventi, tout court.

 




N.B.
A corredo dell'articolo immagini tratte da Alieni di pianura, di Denis Riva (Logos Editore, 2011, pp,48), opera contenente sedici acqueforti che compongono un bestiario artistico (link all'opera).

 

 

 

Brividi d'estate
Animali come noi
regia Paolo Cresta                         
con Paolo Cresta, Carlo Lomanto
musiche e voce Carlo Lomanto
produzione Il Pozzo e il Pendolo
lingua italiano
durata 1h
Napoli, Real Orto Botanico,7 luglio 2016
in scena il 7 luglio 2016 (data unica)

 

 

 

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