“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Giovedì, 29 Gennaio 2015 00:00

Meravigliosamente, solo la strada di un clown

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Leggera, eppure in direzione ostinata e contraria, una navicella raggiunge il porto. Qui, dove una partenza ha il valore di un ritorno, l’approdo.
Così, a gettare l’ancora al Teatro Nostos è un sorriso che pensa: qualcosa che accade, in verità, di rado e che ad un clown che si dica del tutto attore  appartiene come il senso della vita (sconosciuto ma, essenzialmente, trovato e compreso; sensibilità di cui l’arte ed il talento si fanno strumenti di parola, nelle stanze dei silenzi). Il pensiero è nel sorriso del maestro Vladimir Olshansky, che inaugura la prima rassegna di questa nuova moralità teatrale di cui il Nostos si fa custode e portavoce: Approdi, appunto.

Un’esperienza, quella della pièce conclusiva, che ha mosso i primi passi con uno stage sulla figura del clown-attore e sulla possibilità di percepirne e metabolizzarne le dinamiche espressive ed interattive: un laboratorio, diretto dal maestro, che, dal 19 al 21 gennaio, ha guidato l’interesse di un numeroso ed entusiasta gruppo di partecipanti.
Vladimir Olshansky, un clown d’altri tempi, se i geni della sua clownèrie sono nell’anima del cinema muto (da Chaplin, Linder a Keaton) e della regia teatrale russa di primo ‘900 (si guardi alla scuola di  Mejerchol’d e di Vachtangov). Geni di una nuova sperimentazione drammatica, quella nata dalla collaborazione con il clown russo Leonid Engibarov, cui si lega l’idea del Teatro di Clown: protagonista è il clown attore. L’incontro con Slava Polunin, poi, lascia il segno di una nuova svolta nella carriera di Vladimir Olshansky: è il tempo del  Gruppo Clown Lizidei, del  suo primo one man show, quindi (nel 1997, al teatro Old Vic di Londra) del personaggio del clown giallo diretto da Slava in Snow Snow. Un solco d’arte dalle radici così profonde che s’invera ancor più di vita quando l’humus diventa l’esperienza di Soccorso Clown: un’organizzazione no-profit di hospital-clown – di cui oggi Olshansky è direttore artistico – in grado di rendere la magia del sorriso agli occhi e alle emozioni di bambini e famiglie che non ricordavano più a cosa questo servisse.
Questo clown-attore (nel senso del personaggio) ha continuato a farsi conoscere e, soprattutto, a conoscersi sino all’idea di un nuovo progetto teatrale (nel 2000) nato dalla collaborazione con il Cirque du Soleil: il successo mondiale di Allegria  e Strange Games dicono, ancora oggi, di una nuova fenomenologia dello spettacolo circense.
Con la freschezza di una verità che si racconta al pubblico con discrezione, il personaggio del clown-attore si anima, prende calore e forma, come per divenire paradigma di un flatus vocis che si muove attraverso le stanze del silenzio e degli sguardi, quindi della gestualità accorta e delicata: un soffio che spinga gli altri, il soffio che spinga quello degli altri. Che non si cerchi la soluzione definitiva, la strada maestra: basterà tentare un buon sentiero (affinché gli uomini inizino a seguirlo, a capire di poter esserlo).
Perché, nell’identità di un clown, c’è  l’uomo comune “alle prese con un mondo insolitamente grande e complicato. Il clown è l’uomo messo a nudo… senza alcuna maschera – che – si mostra in ogni sua sfaccettatura”.
Così si delinea qualcosa di simile ad un’idea, quel che vive sotto traccia nella definizione di questo nuovo show, La strada di un clown.
Un racconto figurato dove la parola è nelle immagini: scene dipinte con i colori diversi degli sguardi e dei mimi più caratterizzanti. Un racconto che (ri)percorra il possibile cammino di un clown.
Molti poco sanno cosa sia la clownèrie, un clown e  la sua arte: tutto, spesso, si riconduce al pagliaccio che un po’ intrattiene un po’ spaventa i bambini.  Un clown, di certo, non è una maschera, qualcosa  da indossare per le feste né un talento di tutti: se esiste, è  a partire dall’anima. È, invece, “un attore dallo spiccato talento comico, con l’impulso a dedicarsi a sviluppare questo dono per tutta la vita”. Attore che, spesso, è l’autore, il drammaturgo del  repertorio che dirige.
La strada di un clown si fa, in questa pièce, elenco figurato, statuto a tutti gli effetti: ad ogni articolo, numerato in sequenza progressiva, corrisponde un aspetto del sistema delle idee sotteso.
Nel contatto con il pubblico, si giocano le mosse dei numeri successivi: diversamente, non c’è spettacolo. Tutto, poi, prosegue se il clown può lavorare di fantasia e lasciare che il pubblico lo guidi facendo altrettanto. Sarà, così, possibile che un palloncino (inesistente se non nell’immaginazione) possa essere gonfiato e schiacciato, che un naso o una piccola sfera spariscano o restino lì sotto il gioco del “prestigiatatore”, che un uovo possa restare in testa o nel piatto se il gioco è dell’assurdo.
Fantasia e capacità di adattamento, in nome della pantomima e della parodia. Gioia ed istinto suicida se una lettera d’amore ha un epilogo non sperato da chi ama, in nome di un ruolo drammatico.
L’uomo è in gabbia, ogni volta in cui desidera scappare dal problema vita. Scappa e non trova altro che l’infelicità ad attenderlo, sotto il tetto di un ombrello fiorito (necessaria illusione).
Tra poesia e metafora (che, poi, della poesia è strumento), la vita (s)corre. Tanto vale fidarsi di un clown con l’ombrello fiorito.
Nessuna illusione: nient’altro che una soluzione possibile lungo la strada di un sorriso che pensa: meravigliosamente, solo la strada di un clown.
(Qualcuno in sala chiede il bis, accordato. La sottoscritta, il tris: in attesa di un probabile ritorno).

 

 

 

Approdi
La strada di un clown 
drammaturgia, regia ed interpretazione
Vladimir Olshansky 
Aversa (CE), Nostos Teatro, 23 gennaio 2015
in scena 23 e 25 gennaio 2015

 

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