“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Martedì, 19 Luglio 2016 00:00

Agonia di disperazioni fuggiasche

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A Torre Annunziata, diffusioneteatro, ovvero un luogo dove il teatro ha una casa sicura, in cui viene trattato con cura, coltivato, insegnato, talvolta inscenato; questa è una di quelle volte, una di quelle in cui chi qui è stato qui ritorna, chi qui è passato o s’è fermato per un tempo più o meno lungo, qui riporta quel che nel tempo ha acquisito e aggiunto. È il caso di Luisa Guarro, che porta a diffusioneteatro il suo Sette minuti.

Spettacolo compatto, asciutto, secco come il clima del deserto in cui s’ambienta, diretto come una voce chiara che parla andando al nocciolo della questione, raccontando l’autentico pulsare di cuori che anelano a continuare a battere. E il battito di un cuore lontano è metronomo che, in apertura e chiusura, scandisce questo desiderio, il Kuwait un eldorado lontano in cui riparare per cercare una possibilità di vita, il deserto un mare di sabbia da attraversare scansando possibilmente la morte, alla ricerca di tutto ciò di cui la vita di un palestinese è stata privata.
Questa fuga ha un costo, i soldi per comprare una speranza sono sempre troppo pochi, gli aguzzini che ne approfittano sono sempre troppo feroci e spietati e le vite in ballo finiscono alla mercé di un gioco mortale: attraversare il deserto, varcare confini, superare dogane e check-point a bordo di un camion cisterna; tre uomini accettano il gioco, tre disperazioni in fuga, vite in ballo per poterle svoltare, risolvere e chissà, magari un giorno ricondurre alla martoriata terra d’origine, la Palestina. Il gioco è duro, non garantisce riuscita sicura, ad ogni posto di blocco la cisterna del cassone è il rifugio in cui si sospende la vita rischiando la morte, sette sono i minuti di autonomia tra le pareti di lamiera arroventate dal sole. Tre uomini dai nomi diversi e dagli abiti uguali, perché ciascuno ha una vita e una storia, ma tutti accomuna un'unica sorte, percorrono insieme la medesima sfida alla disperazione indotta.
La scena è nuda, essenziale, occupata da un unico parallelepipedo squadrato, che degrada a scalare da un lato, evocazione materiale del camion cisterna, animato dai sobbalzi dei corpi d’attori che lo occupano, mimando i sussulti della guida fra le sabbie desertiche. Attori le cui interpretazioni intense eppur misurate contribuiscono a rendere la messinscena fortemente evocativa di una condizione profuga e disagevole.
Seguiamo il viaggio della speranza di tre uomini e del loro traghettatore, un caronte disilluso, per il quale i tre profughi sono una fonte di guadagno, possibilmente da condurre vivi a destinazione, lo seguiamo e ne siamo partecipi, percependo empaticamente il dramma di chi fugge, la loro impotenza verso chi ne sfrutta la debolezza: dalla scena alla platea arriva tutto ciò, scrostato d’ogni superfetazione retorica, nudo e crudo, come i corpi dei tre uomini che si spogliano prima di calarsi nel container che li trasporta.
Sette minuti possiede un’essenzialità ficcante, diretta, senza mediazioni apologetiche, è drammaturgia precisa che s’esprime con poche, calibrate scelte di regia, funzionali a rendere senso ed atmosfera; così ci ritroviamo ad esempio all’inizio uno dei trafficanti di profughi, ferace e protervo, esprimersi in un truce dialetto napoletano, come a connotarne l’etica camorristica.
E una candela accesa che lenta si spegne è il simbolo di una tragedia che piano si consuma, in una circolarità che lega inizio e fine, come quel battito che apre e chiude con il suo cessare la rappresentazione; una circolarità che macabra accomuna chi muore e chi quella morte aiuta a compiere e che ci mostra, inginocchiati in egual postura, un corpo sperante all’inizio, un corpo disperato alla fine.

 

 

N.B.: Su Sette minuti si veda anche: Caterina Serena Martucci, "Perché non vi siete ribellati alla morte?", (Il Pickwick, 11 maggio 2013)

 

 

Sette minuti
liberamente ispirato al romanzo Uomini sotto il sole
di Gassan Kanafani
scritto e diretto da Luisa Guarro
con Luca Gallone, Rosario Giglio, Ivano Russo, Antonio Spiezia, Omar Suleiman
disegno luci Paco Sommonte
realizzazione scenografia Omar Suleiman
assistente alla regia Lisa Imperatore
produzione Osservatorio Palestina
lingua italiano, napoletano
durata 50’
Torre Annunziata (NA), diffusioneteatro, 23 giugno 2016
in scena 23 giugno 2016 (data unica)

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