“La storia è un profeta con lo sguardo rivolto all’indietro: da ciò che fu e contro ciò che fu annuncia ciò che sarà”

Eduardo Galeano

Sabato, 09 Luglio 2016 00:00

Il teatro crudele di Roberto Arlt

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Non cantiamo vittoria troppo presto,
il grembo da cui il mostro nacque è ancor fecondo
Bertolt Brecht, La resistibile ascesa di Arturo Ui

 

 

Recentemente le edizioni Arcoiris hanno pubblicato due pièce teatrali di Roberto Arlt, presentate per la prima volta al pubblico italiano, Saverio il crudele e L’isola deserta, nella bella traduzione di Raul Schenardi e Violetta Colonnelli: il primo è definito dallo stesso autore una “commedia burlesca in tre atti”, il secondo un  “atto burlesco”.

Nel primo, Saverio, un modesto venditore di burro, cade nel tranello ordito da Susana, una ragazza di famiglia ricca, assieme ai suoi amici: la ragazza – gli viene detto – è impazzita, e per guarirla egli dovrà impersonare la parte di un Colonnello in una farsa in cui lei, regina detronizzata, riacquisterà il proprio regno dopo la decapitazione del militare usurpatore. La commedia, a questo punto, assume un forte taglio di critica sociale nel rappresentare la trasformazione di un comune e pacifico cittadino, perlopiù antimilitarista, in un feroce Colonnello guerrafondaio. Tanto più se pensiamo che la pièce debutta in Argentina nel 1934  – come ci informa Carolina Miranda in una esaustiva postfazione – a sei anni di distanza dal golpe del generale José Félix Uriburu e intende rappresentare la trasformazione in negativo del Paese e della società. Probabilmente, allora, nella figura del timido rappresentante di burro Saverio, possiamo intravedere un’allegoria del paese che ha subito, appunto, una crudele trasformazione.
Ma, al di là dell’allegoria, forse troppo facile e scontata chiave di lettura, in quest’opera lo strale critico dello scrittore si abbatte anche sull’uomo comune, sulla società tout court, intrappolata nei suoi meccanismi di sopravvivenza quotidiana. Saverio è l’uomo comune al quale, appena viene offerta anche la più piccola opportunità di fare carriera, di raggiungere il potere, non esita a calpestare ogni ideale (ma ne avrà mai avuti di ideali quest’uomo comune?). E la critica di Arlt, infatti, intende colpire anche la strisciante mancanza di ideali che serpeggia nella società, fra il popolo, fra i lavoratori. A questo proposito non si possono non ricordare le Aguafuertes (Acqueforti), i suoi scritti di carattere giornalistico in cui Arlt dipinge le ipocrisie e le stranezze della società della capitale argentina. Saverio, allora, si trasforma quasi in un antesignano dell’Arturo Ui di Brecht (sotto il quale si cela la figura di Hitler), la cui ascesa era “resistibile”: in una società ‘sana’ non sarebbe stato possibile per un simile personaggio raggiungere fama e potere.
Il metateatro di Arlt mette in scena una farsa della follia, in cui lo stesso Saverio assume le vesti di un folle miles gloriosus: viene davvero spontaneo pensare alla commedia di Plauto quando leggiamo la scena seconda del secondo atto in cui Saverio, parlando con Simona, vanta fanfaronescamente  la sua autorità di colonnello. Crudele, si diceva, è anche la società, ma anche e soprattutto, cinica: ed ecco che assume quasi il valore universale di un cinismo che, purtroppo, sempre si ripete, il personaggio del mercante d’armi inglese, vestito elegantemente come un tranquillo e agiato giocatore di golf, il quale afferma: “Mi permetto di richiamare la sua attenzione sul nostro nuovo prodotto chimico, il gas Croce Viola. Il suo inventore ha appena ricevuto il premio Nobel per la Pace”.
Ma folle è presentato anche il personaggio di Susana: pensiamo allora alla miss Annie di Un viaggio terribile (Un viaje terrible, 1941) − sempre recentemente pubblicato da Arcoiris – la bellissima ragazza che fa innamorare il protagonista per poi abbandonarlo alla sua solitudine e tornare alla propria inesauribile follia. Vittima della follia è anche Saverio, proprio da essa trasformato in mostro: folle, quindi, è la stessa società cinica e ‘vuota’ che riesce a trasformare un innocuo cittadino in un mostruoso dittatore assetato di sangue e distruzione. E la colpa, in fondo, è proprio della società – sembra voler suggerire Arlt – se nascono tanti ‘mostri’: Susana e i suoi amici si comportano in modo crudele col mite Saverio, tanto da fare diventare, all’interno di una logica perversa, lui stesso “crudele”.

Anche L’isola deserta, il breve “atto burlesco” che chiude il volume, ci mostra la crudeltà di una società, precisamente della società del lavoro in cui gli uomini si trovano ad essere disumanizzati e alienati.
La storia è incentrata su un gruppo di impiegati che, nel loro ufficio al decimo piano, cominciano a fantasticare di libertà e viaggi soltanto guardando le navi partire. I sogni di viaggi in paesi lontani ed esotici si concretizzano in una danza quasi tribale e catartica, fomentata dal fattorino mulatto Cipriano, in cui tutti si immaginano di trovarsi liberi e felici in un’isola tropicale. Fino all’arrivo del Capo, il quale spezza i sogni e l’incanto delle danze, licenziando tutto il personale e facendo mettere dei vetri opachi alle finestre.
Il senso del ‘mostruoso’ che si cela nella vita di tutti i giorni, sottoposta ai quotidiani rituali del lavoro e della ripetitività, è bene espresso in un monologo di Manuel: "Non lo so. La vita non si sente. Si sta come un verme solitario in un intestino di cemento. Passano i giorni e non si sa quando è giorno e quando è notte. Mistero. (Con disperazione) Ma un giorno ci hanno portato in questo decimo piano. E il cielo, le nuvole, i camini dei transatlantici ci sono entrati negli occhi. Ma allora, il cielo esisteva? Ma allora, le navi esistevano? Ed esistevano le nuvole? E noi, perché non abbiamo viaggiato? Per paura. Per codardia. Guardatemi. Vecchio. Malandato. Che me ne faccio dei miei quarant’anni di contabilità e pettegolezzi?".
Prima, gli impiegati lavoravano in uno scantinato e non si rendevano conto di ciò che c’era fuori; poi, dopo il trasferimento al decimo piano, cominciano a rendersi conto di tante felicità intraviste nella partenza delle navi, simbolo di sogni e di immaginazione, di viaggi verso paesi lontani. E cominciano a vedere, a capire che c’è qualcosa, nella vita, al di là della routine quotidiana e del lavoro.
Come nel mito della caverna di Platone, gli impiegati finalmente riescono a rendersi conto di ciò che li circonda. Ma sarà una breve illusione: il Capo li licenzia in tronco e ordina che vengano messi dei vetri opachi alle finestre per negare lo sguardo, per negare i sogni di libertà, per negare la libertà. La società quotidiana, intrappolata nei suoi meccanismi cinici di potere e controllo, continua ad essere crudele e a generare i suoi mostri.

 

 

Roberto Arlt
Saverio il Crudele; L'isola deserta
traduzione Raul Schenardi, Violetta Colonnelli
postfazione Carolina Miranda
Salerno, Edizioni Arcoiris, 2016
pp. 120

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