“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Martedì, 01 Marzo 2016 00:00

Memoria storica e coscienza politica

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Mamma compie 70 anni, tornato in scena a Galleria Toledo, è spettacolo che possiede più d’un lustro di vita; ritorna, con la regia di Alessandra Asuni, che nel frattempo ha realizzato Accabbai, Matrici, i lavori con le donne di Forcella (quelli compiuti, come Pe’ devozione, e quelli destinati a compiersi in forma più evoluta e complessa come La scena delle donne), realizzazioni sceniche in cui l’approccio antropologico si è felicemente coniugato con la capacità evocativa della regista.

Riprendere uno spettacolo di qualche anno addietro come Mamma compie 70 anni, oltre ad offrire l’opportunità del recupero di una visione a chi magari se lo fosse perso a suo tempo, consente anche di soffermarsi su un’analisi comparativa e diacronica sul percorso della Asuni; la prima riflessione che ne scaturisce è che, sebbene in Mamma compie 70 anni siano ben presenti e riconoscibili talune peculiarità che caratterizzano la cifra espressiva della regista – tanto nel modo di concepire lo spazio scenico quanto nelle scelte visive che lo connotano – nel complesso, ad uno sguardo che nel frattempo si sia confrontato con le sue opere successive, questo lavoro appare necessariamente come meno maturo, pur possedendo in nuce la capacità di offrire uno sguardo registico originale e poetico.
Lavoro “politico” in senso profondo, Mamma compie 70 anni parla all’oggi dicendo di ieri, è messinscena che racconta dell’importanza della memoria storica in funzione di una coscienza civile che travalica il sentimento del tempo: i settant’anni compiuti da una madre – che non ha potuto piangere né il corpo d’un marito né quello d’un figlio, seppelliti in momenti diversi chissà dove in chissà quali fosse comuni – segnano una coordinata temporale che stabilisce un prima (la guerra civile spagnola, il franchismo) e un dopo (la fine del franchismo), lasso di tempo ampio in cui lo scavo memoriale degli affetti perduti s’accompagna all’acquisizione progressiva della coscienza politica di ciò che si è stati e di ciò che si deve necessariamente diventare.
La scena è costituita da panni ammucchiati circolarmente a formare un cratere nel mezzo; lì dentro due fratelli – Manuel e Luis – scavano alla ricerca di un corpo paterno da recare in dono alla madre per poterlo piangere; sono due fratelli, sono due operai, che profittano di uno sciopero per poter scavare in una delle tante fosse comuni in cui il franchismo ha seppellito aneliti di libertà e voci di dissenso. Come quella di Federico Garcia Lorca. Lo scavo alla ricerca di una memoria perduta, di un feretro negato, si dipana come pretesto, come strumento per i due fratelli per uno scavo interiore nelle rispettive coscienze, frutto di sensibilità diverse, laddove l’uno si dimostra più cinico e disilluso, sensibile solo alla materialità della carne e l’altro, animo più dolce, ispirato dalla poesia di Garcia Lorca, raccoglie in sé una sensibilità più delicata. Il confronto tra i due fratelli, non a caso operai, non a caso abbigliati allo stesso modo, diviene così il pretesto per comparare le vessazioni della dittatura con le rivendicazioni del mondo operaio; la parabola di Luis, il più burbero dei due, ricorda in tutto e per tutto quella del “Massa Ludovico, detto Lulù” interpretato da Gian Maria Volonté in La classe operaia va in paradiso di Elio Petri, quello che produce come una bestia e se ne frega delle rivendicazioni operaie, fino a che, per un accidente, scopre la lotta di classe e ne diventa parte; “un pezzo, un culo” ripete Massa Ludovico, detto Lulù nel film per incentivarsi alla produzione, “un pezzo, un culo” ripete Luis ai margini della fossa comune per ribadire la propria abnegazione senza se e senza ma alla catena di produzione, quella in cui si finisce per essere “più morti dei morti”, chiusi nell’ingranaggio della fabbrica da prima che il sole sia alto fino a quando è di nuovo buio.
Sicché il discorso eminentemente storico-politico che sembrerebbe sottendere a Mamma compie 70 anni, confinando la vicenda in un altro luogo e in un altro tempo,  possiede in realtà un più ampio respiro e un più largo raggio, estendendo in termini generali la propria parabola alla formazione di una coscienza (di classe, quindi civile, quindi politica) che travalichi il dove e il quando. Il corpo sepolto e non trovato di Federico Garcia Lorca è una sorta di nume poetico della coscienza, della libertà negata ma non annientata, della ricerca di verità attraverso la poesia, e lo scavo alla ricerca dei poveri resti paterni s’arricchisce di forza simbolica ed evocatrice allorquando i due fratelli dalla fossa comune in cui avevano freneticamente rimestato invano, cavano i balocchi richiesti ad un genitore che non c’è più e, insieme ad essi, un quaderno sdrucito, veicolo di parole, del poeta e proprie, attraverso le quali Manuel darà voce alla propria coscienza denudando ad un tempo quella del fratello, in un tenero disvelamento che andrà di pari passo con la presa di coscienza, di pari passo con il sorgere di un pallido sole sullo sfondo.
Scavo memoriale, elaborazione coscienziale sono le direttrici lungo cui si muove Mamma compie 70 anni, senza la prosopopea dell’apologo militante, con la lucidità poetica della metafora teatrale.

 

 

 

 

Mamma compie 70 anni
(dedicato a Federico Garcia Lorca, a 80 anni dalla morte)
drammaturgia e regia Alessandra Asuni
con Andrea de Goyzueta, Fabio Rossi
scene e costumi Davide Lucchesi
musiche Antonello Murgia, Raffaele Natale
suoni ed effetti Raffaele Natale
maschere Selvaggia Filippini
produzione Ente Teatro Cronaca Vesuvioteatro
in collaborazione con Tourbillon Teatro, l’Asilo ex-Asilo Filangieri
lingua italiano
durata 50’
Napoli, Galleria Toledo, 26 febbraio 2016
in scena dal 25 al 28 febbraio 2016

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