“Sono la lepre molto avanti alla muta dei miei critici”

Virginia Woolf

Domenica, 07 Febbraio 2016 00:00

"Accabbai", il dolore che si trasforma in pace

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C’è un muro di Bellezza dietro cui si cela ciò che ci è ignoto. Credo fortemente sia da questo celarsi che sorga ciò che chiamiamo “fascino”. Le radici di questa parola s’affondano nel latino e forse anche nel greco antico, secondo alcune lezioni che vorrebbero la parola origini dalla sovrapposizione di “fascis” (rametto) e “bàscanos" (incantatore).  È di rametti ed incantesimi, sussurri, piccole risate e bisbigli che è fatto il mondo di s’accabadora rievocato da Alessandra Asuni in Accabbai – un rito, andato in scena al Teatro Civico 14 di Caserta.

Il basalto che pavimenta le strade del centro storico della piccola cittadina non sa d’essere protagonista propedeutico dell’inscenamento di un atto unico consumato tra tredici persone, come non lo sa la piccola chiesa dedicata a San Francesco,1 il cui ingresso è ad oggi murato.
Veniamo fatti entrare da un ingresso secondario del teatro che dà su un ampio cortile, tipico dei palazzi che hanno qualche secolo da raccontare. Dalla piccola porta entriamo in una stanza – che io so essere quella dei camerini (è meraviglioso come certi spettacoli riescano ad inserirsi agli interni degli spazi dei teatri, modificandone le geografie) – da cui trapelano fascino e mistero: dai piccoli sgabelli, ai teschi caprini appesi al muro, dalle fascine alle pietre, dalla stuoia che funge da tavolo alle candele che bruciano la loro luce nella penombra.
Compare la femmina accabadora – figura quasi nuragica, strappata dal ventre della Sardegna e portata a noi in dono dalla Asuni. Quella della accabadora è una figura molto controversa in antropologia: pochissime le fonti autorevoli, sebbene Alessandro Bucarelli, medico legale e antropologo criminale dell’Università di Sassari, riporti che gli ultimi casi noti della attività di una accabadora risalgano al 1929 e al 1952. Crudelmente materna, sacerdotessa delle anime, cuna2 e tumba ultima,3 l’accabadora prendeva per mano i morenti  e li accompagnava in un sonno senza sogni.
Non rivelerò di cosa consista il rito – ogni spettatore ha diritto alla scoperta – posso solo velatamente narrare di come chi vi partecipi faccia un salto nel passato, nel secolo scorso, in quello che lo precede e in quelli ancora più lontani dove la tutela, la purificazione, il rilascio, il dono, la trasformazione della sofferenza in pace erano affidati a donne, curatrici, curanderas, attittadoras,4 accabadoras.

Come nasce Accabai, quale il motivo di questa ricerca?
Alessandra Asuni: Nasce ancor prima di iniziare la mia collaborazione con Marina Rippa (gruppo teatrale di ricerca f.pl. femminile plurale), in occasione di uno studio, circa cinque anni fa. Era un periodo in cui mi interrogavo fortemente sul meccanismo della messa in scena, sul ruolo del regista e dell’attore: sentivo sempre più forte l’esigenza di approfondire il rapporto tra artista e partecipante; volevo sapere cosa accadesse in chi partecipava ai miei lavori, quali le loro reazioni e i loro stati d’animo, quali le energie in gioco. Insomma, volevo sapere come si potesse andare in scena... oltre. Quindi, sperimentai. Portai questo lavoro, che avevo sì, in mente, ma che non avevo mai strutturato prima di allora, in scena all’AltoFest e notai che ci si poteva scambiare tantissimo e che, soprattutto, ogni volta era diverso, come erano diverse le persone che vi prendevano parte. Quello che posso dire è che sento che Accabbai e queste forme di teatro siano uno scambio equo per entrambe le parti.

Perché la Sardegna?
Alessandra Asuni: Perché, anzitutto, sono sempre stata appassionata di riti. Riti di comunità, di passaggio, di purificazione... Inoltre, sono sarda, anche se da anni impiantata a Napoli. Accabbai è la memoria che ho della Sardegna, che mi risuona dentro che vorrei donare.

Tanti i simboli in gioco. Parlami di uno di essi.
Alessandra Asuni: L’elemento dell’acqua. L’ho scelto perché è profondamente legato al rito sacro dei pozzi in Sardegna: quando la luna “entrava” – specchiandosi – nel pozzo, che in quelle regioni ha una forma che suggerisce il sesso femminile,5 la sacerdotessa della comunità vi si immergeva dentro e dava la sua benedizione al popolo per tutto l’anno. Sono rituali che affondano nel periodo prenuragico, quando vigeva il culto delle grandi madri. Anche le pietre tombali avevano un che di singolare: se il defunto era di sesso maschile, venivano scelte rocce quanto più simiglianti a dei falli, mentre, se era invece di sesso femminile, venivano scelte rocce tonde. Nel rito di Accabbai, se hai notato, avevo con me tante pietre tonde.

Non solo le pietre, ma lune nei loro quarti e nei loro interi, ed erbe di campo, anime legate con fili a fogli di preghiere, gesti forti, apotropaici, liberatorii. L’accabadora prende il dolore e lo trasforma in pace, si fa inseguire fuori dal teatro, nel vicolo, si incastona come una gemma tra le porte murate della chiesetta, sotto il suo timpano seicentesco che raffigura una croce emergente da un teschio, e danza e sussurra con le anime liberate. C’è un gatto, ovviamente nero, che osserva nel silenzio la scena, prima di dileguarsi nel buio.

 

 

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Note:

1) Chiesetta di San Francesco a Caserta
2) Latino, “culla”.
3) Latino, “tomba”.
4) Attittadoras, donne che avevano allattato un figlio, alle quali era affidato il compito di nutrire il morto con le proprie lacrime, come riportato da Intrecciblog: Antologia della femmina agabbadora
5) Pozzo sacro nuragico

 

 

Su Accabbai si veda anche:
Caterina Serena Martucci, In silenzio e in punta di piediIl Pickwick, 2 giugno 2013
Simona Perrella, L'arte dell'accabadoraIl Pickwick, 22 ottobre 2013

 

Accabai – un rito
di e con Alessandra Asuni
collaborazione allo studio e alla drammaturgia Marina Rippa, Massimo Staich
produzione f. pl. femminile plurale
lingua sardo
durata 40'
Caserta, Teatro Civico 14, 30 gennaio 2016
in scena 30 gennaio 2016 (data unica)

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