“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Mercoledì, 18 Giugno 2014 00:00

Il puzzle dell'esistenza

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Prendete un puzzle completo che raffiguri un’anonima folla su un marciapiede di un’anonima città situata ovunque. Gettate il puzzle a terra, fatelo in mille o diecimila pezzi. Provate poi a ricomporlo, sagoma dopo sagoma. Una folla silenziosa si ricompone davanti ai vostri occhi. Così ha fatto Giuseppe Sollazzo con questa sua opera presentata per il Napoli Teatro Festival al Mercadante. Ha messo in scena trenta attori di varie nazionalità che interpretano personaggi che raccontano, solo attraverso il linguaggio gestuale, le loro storie fatte di attimi, di sogni, di ricordi, tutto così quotidiano ed effimero che potrebbe riproporsi di continuo su qualsiasi strada dell’esistenza.

Non esiste scenografia, essa è data dai movimenti continui dei trenta personaggi e dai loro modi sempre cangianti come gli abiti. Palco, quinte, tutto nero. La parete di fondo, si scopre quando inizia lo spettacolo con le luci, è un sottile diaframma che lascia intravedere dall’altra parte altri personaggi come flash che compariranno poi sulla scena davanti. Un diaframma che sembrerebbe onirico o forse solo mnemonico. Infatti la pièce inizia con una esecuzione di cinque uomini con le braccia alzate, di spalle, vestiti di grigio, ad opera di un sesto uomo in divisa da ufficiale che li ammazza con un colpo di pistola alla testa. Un bambino corre incontro al cadavere del padre, anche lui con il suo cappottino grigio, suonando una malinconica fisarmonica fin quando una crocerossina vestita di bianco lo porterà via con sé. Questo bimbo comparirà altre volte sul palco e la sua storia sembrerà intrecciata a quella di una donna in abiti anni ’30 che canta una canzone yiddish, unico canto che segna lo spettacolo, a parte le musiche ed il respiro affannoso che domina la scena all’inizio e alla fine della rappresentazione. Il respiro affannoso del mondo.
Dunque le varie tessere del puzzle raccontano un’umanità varia con un occhio attento al dettaglio, al gesto, allo sguardo, al fluttuare di una gonna, alla marcetta eseguita con piede dispettoso dalla sposa che non vuole più maritarsi. Sul palco vi è l’ordinaria violenza subita ed imposta dalle prostitute e di chi le sfrutta. Passaggi di soldi e di pistole da una mano all’altra. Prostituzione, spaccio di cocaina, sirene di polizia, cani che abbaiano. Dalle quinta di destra e di sinistra i trenta attori entrano ed escono velocemente per pochi secondi o più minuti, come l’uomo vestito di bianco a cui cadono dei fogli per terra, amanti abbandonati, uomini cacciati di casa in mutande dalle mogli che interagiscono con giovani donne con dei fiori in mano al primo appuntamento. Sacerdoti, uno linciato da una folla cieca oltre che muta perché sospettato di pedofilia, un altro con vizio del vino, un cameriere di un bar che porta una pila di bicchieri sul vassoio e che per due volte viene investito da pattinatori, fuori scena, quando si sente solo il rumore di vetri rotti. Un funerale con il morto che diventa fantasma che protegge con le mani la moglie dalla pioggia, per poi scappare dietro ad una giovane procace. Uomini d’affari che seguono il loro capo da bravi yes-men. Non manca nemmeno l’esibizionista con l’impermeabile che, scopriremo molte scene dopo, essere un venditore di orologi ben disposti all’interno del soprabito. Turisti, pompieri, poliziotti corrotti e incorruttibili, su tutti quasi sempre prevale l’egoismo ed il senso di deresponsabilizzazione. Compare anche Cappuccetto Rosso che si fa beffe del lupo, un uomo in cerca di evasione riportato a casa con la coda tra le gambe dalla moglie.
Un filo rosso che lega le storie che vediamo ricomporsi davanti a noi non c’è, probabilmente e volutamente non c’è, ma non se ne avverte la necessità. Queste vite che si srotolano davanti al pubblico sono monadi che contengono orrori di oggi e di ieri, sono esistenze costruite con continui passaggi di oggetti da una mano all’altra, costruite con un senso di morte sempre presente dall’inizio alla fine, con la presenza costante di uomini in divisa che opprimono, usano violenza. Eppure queste esistenze possono raggiungere attimi di tenerezza quando gli sguardi si incontrano e parlano d’amore, quando due bambini, un maschio ed una femmina vestiti di bianco, che sembrano due piccoli Adamo ed Eva, raccolgono la mela ed escono di scena tenendosi per mano. La parola è superflua, è la sovrastruttura che, come diceva Pirandello, apre l’abisso all’incomunicabilità perché ognuno alle parole dà il senso che vuole e che non è il senso dell’altro.
Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti si chiude con le uniche battute di tutta l’ora e quindici minuti. Un ragazzo incrocia una ragazza. Si guardano.
“Come ti chiami?”.
“Marlena”.
Si sono riconosciuti.
Anche le musiche sono varie, dall’aria della Tosca di Puccini, O dolci baci e languide carezze, lo Stabat, Blu Valentines di Tom Waits, tango, pop.
La regia voleva mettere in scena ”un catalogo di emozioni umane che lo spettatore è chiamato a completare”. Come in puzzle, appunto.

 

 


Napoli Teatro Festival Italia
Il giorno in cui ci siamo incontrati e non ci siamo riconosciuti
Fantasia scenica senza parole per attori e musica
drammaturgia e regia Giuseppe Sollazzo
con Bruno La Brasca, Brisa Calleri, Benjamin Nunes, Dilve Velluttini, Claudia Limatola, Fosco Perinti, Jelle Saminnadin, Jean Boissinot, Isabelle Mérie, Regine Geraud, Sandy Santor, Soizic Fonjallaz, Sonia Maganuco, Valerie de Monza, Jean Louis Cortina, Henry Thibault, Jérôme Cusin 
e con (in alternanza) Antonio Bruno, Marlene Szpak, Orsola Russo, Giusi Palmisani, Gabriele D’Aquino, Antonio Tomberli, Paolo Esposito, Mario Troise, Antonino Scialdone, Antonio Ciotola, Antonio Clemente, Lucio Piezzo, Laura Casalino, Giustina Raffone, Susy Liberti, Nando del Vecchio, Maria Teresa Iacomino 
elementi scenici e costumi Lili Kendaka
disegno luci Guido Levi  
movimenti mimici Ivan Baciocchi
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Associazione Jules Renard  
durata 1h 15’
lingua spettacolo senza uso di parole
Napoli, Teatro San Ferdinando, domenica 15 giugno 2014
in scena 15 e 16 giugno 2014

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