"Quella di cui godevo in quei giorni afosi, camminando sui larghi marciapiedi di via Manzoni e di via Merulana, al riparo del fogliame dei platani, era indubbiamente una felicità partorita da un'illusione; l'illusione di un piccolo numero di strade e incroci capace di suggerirmi la sensazione, razionalmente insana, che esistesse per me, come per chiunque altro, un luogo capace di farmi sentire a casa, qualunque disastro fosse in corso o mi pendesse sulla testa"

Emanuele Trevi

Martedì, 17 Giugno 2014 00:00

Arte e Vita

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Il pubblico del festival gremisce la sala del Teatro Nuovo. Dovere sociale. Amici e parenti. Invitati di lusso. Qualcuno sillaba a fatica il titolo dello spettacolo. Fa caldo fuori, si agitano ventagli di ogni foggia e colore. Finalmente si apre il sipario e parte l’incanto. Peggy Guggenheim (Fiorella Rubino) arriva in scena dal fondo della platea. È Venezia, a casa sua, palazzo Venier dei Leoni, attende una troupe televisiva italiana per un’intervista. Veste un lungo camicione plissettato rosa champagne, con le maniche strette ai polsi e una macchia dietro. In braccio reca una serie di vestiti, di vari colori. Li racconta uno per uno. Balenciaga, Chanel, Vionnet. Ogni abito ha una storia, la sera in cui fu indossato, la persona con cui si trovava. “Io e Duchamp abbiamo ballato tutta la notte con questo vestito”. O la gonna lunga con cui era stata nello studio di un pittore, macchiandola del colore ancora fresco di una tela. “Mi offrii di andare a letto con il pittore se gli andava”. Si trattava di Pollock. Non aveva mai più lavato quella gonna.

All’inizio il monologo sembra poco convincente. Le parole si affastellano veloci, troppo veloci forse, troppo caricate, troppo evidentemente recitate. Ma è solo l’inizio, perché poi scivola fluido e accattivante, senza un’ombra di stanchezza, mantenendo sempre desta l’attenzione e l’ammirazione per la pulizia formale del lavoro. In scena, muto, l’assistente Roberto, cui è demandata l’esecuzione dei cambi scena, e la figlia Pegeen (Olivia Cordsen), che forse avrebbe reso meglio come personaggio muto.
Essenziale e versatile la scenografia. Domina il bianco. Bianca la tela di fondo, dello sfondo, che sembra proprio una tela pittorica, su cui si proiettano in immagini le opere collezionate da Peggy Guggenheim, non come quadri, o come sculture singole però, ma piuttosto come fondali, come il tappeto di sfondo su cui piroetta la vita eccezionale di una donna eccentrica per i suoi tempi, ma forse anche per i nostri. Bianca la poltrona/trono centrale nel primo quadro, che si trasforma, a scena aperta, in una toilette con specchiera nel secono e infine in una scrivania nel terzo. L’ultimo quadro invece è a scena vuota. Solo la tela di fondo che si tinge dei dripping di Pollock, mentre Peggy danza avvolta di veli bianchi sotto una luce lunare, quasi azzurrina.
Peggy comincia ad acquistare arte, spinta da Samuel Beckett, suo amante. Arte moderna, perché è viva, perché esprime la vita. Ecco due parole che si rincorrono e si intrecciano inestricabilmente nel lavoro portato in scena da Alessandro Maggi. Arte. Vita. C’è chi compra arte per prestigio. Chi per un investimento economico. Peggy Guggenheim è diversa. Si nutre di arte. Della vitalità degli artisti. Pollock, Brancusi, Marino Marini, Tanguy... Ha un gusto sicuro. Una capacità percettiva. Acquista le loro opere quando sono giovani, sconosciuti o misconosciuti. Da loro fiducia e denaro. Li mette in condizione di creare al riparo del problema materiale della sopravvivenza. “Loro avevano bisogno di soldi e io di arte”.
Focosa e passionale. Eccessiva. Autoreferenziale. Profondamente egoista. Ma anche teneramente sorella, figlia, madre. Il padre, la sorella Benita, la figlia Pegeen. Muoiono tragicamente, lasciando ferite insanabili nel suo cuore. Le restano i suoi bambini, come chiama le opere di sua proprietà, per i quali sente una responsabilità pari a quella di una madre nei confronti dei suoi figli, anzi forse maggiore. Un genitore ad un certo punto lascia che  suoi figli prendano ciascuno la propria via. Peggy è ossessionata da ciò che accadrebbe ai suoi bambini. Non può lasciarli a chiunque. Non c’entra il valore economico. Ma quelle opere devono restare a casa, in quello che chiama il loro habitat naturale, il veneziano palazzo Venier dei leoni.
Applausi convinti sigillano la chiusa di questa favola moderna in cui arte e vita si sono fusi in una personalità unica e complessa.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival
Peggy Guggenheim. Donna allo specchio
di
Lanie Robertson
un progetto di e con Fiorella Rubino
regia Alessandro Maggi
con Olivia Cordsen
scene e costumi Marta Crisolini Malatesta
musiche Pierluigi Pietroniro
luci Gaetano Napoletano
video Alessandro Papa
fotografie Tommaso Le Pera
direttore di scena Nunzio Romano
fonico Umberto Fiore
organizzazione generale Carmela Angelini
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, ENFI Teatro
durata 1h 10’
Napoli, Teatro Nuovo, 14 giugno 2014
in scena 14-15 giugno 2014

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