“E comunque si andrà a teatro perché là ci sono ancora esseri che sudano, che piangono, si tagliano, sbagliano, cadono, si disperano o sono felici. Si andrà a vedere questo evento come qualcosa di non manipolabile, di non bidimensionale”.

Antonio Neiwiller

Martedì, 17 Febbraio 2015 00:00

Come hai detto che si chiama?

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– Beh, allora, sei andato venerdì? Dov’era? Al Lanificio, mi pare?
– Esatto.
– Allora? 
– Bel posto, tanta gente, bell’atmosfera, come al solito.
– Come hai detto che si chiama il cantante?
– Truppi, Giovanni Truppi. Plurale, sia il nome che il cognome. 
– Beh, com’è stato?

– Carino.
– E basta?
– Un bel concerto.
– Non ti starai sbilanciando un po’ troppo?
– E cosa vuoi che ti dica, un bel concerto.
– E dài, racconta un po’, no? Che tipo di musica fa? Ha una bella voce? Canta bene, canta male? Queste cose qui, insomma.
– Non è facile farne una descrizione, bisognerebbe andare a vedere un live, o, in alternativa, ascoltare qualche pezzo.
– Vabbè, ho capito, più o meno, non ti sto mica chiedendo una recensione!
– Hai presente, che ne so, i Massimo Volume, Le Luci della Centrale Elettrica, oppure... vediamo... Il Teatro degli Orrori, Gli Offlaga Disco Pax?
– Più o meno... per grosse linee, via...
– Come immaginavo... Insomma, sta un po’ in quel filone in cui cantare non è considerata una necessità primaria, o, perlomeno, non una condizione esclusiva per comporre una canzone.
– Non ci ho capito granché, ma sembra interessante...
– Lo è, se ti piace il genere, ovviamente. Diciamo, però, che qui siamo ad uno step successivo, abbiamo superato il livello e approdiamo all’estremizzazione del concetto di canto parlato... insomma dal rap ne abbiamo fatta di strada.
– Che intendi?
– Hai presente Lavezzi?
– Lavezzi?
– Sì, lui, il Pocho. Ricordi quando faceva le sue incredibili, infinite, imprendibili galoppate? Ricordi come sembrava stesse sempre per perdere la palla, ma poi con un guizzo improvviso riusciva a recuperare terreno all’avversario e a dribblarlo?
Beh, Truppi a me ricorda un po’ Lavezzi: parole, come dribbling, incontrastabili dribbling fulminanti. Parole e ancora parole, infinite parole vaganti senza apparenti necessità metriche, parole maltrattate, dilatate, parole rovesciate, parole rincorse, parole perse, riprese e riperse, eppure, alla fine, incastonate in quelle strofe, in quei brevi spazi, in quelle frazioni di secondo su cui non avresti scommesso.
Truppi a me ricorda Francesco Baccini, con i suoi strambi personaggi, reali o meno, poco importa. Chissà se esiste davvero Sabino, a cui vuoi bene “anche se non lo conosci”, chissà se esiste davvero quel Superman del sesso, o è solo frutto di fantasie vendicative di presunte ex.
Truppi a me ricorda la geniale follia di Fortis, mentre confessa i suoi intenti omicidi ai danni del misterioso erede di Vincenzo.
Truppi a me ricorda Rino Gaetano. Me lo ricorda nella inconfondibile leggerezza compositiva, nelle musiche semplici ma non banali, in grado di creare feeling aggregativo quando le ascolti. Me lo ricorda nelle storie, in quel suo modo di raccontarle con ironia e delicatezza: rude la voce, tenero il cuore. Capace, com’è, di parlare di secrezioni oculari e con lo stesso, impalpabile disincanto, di affrontare il disagio della sofferenza, e quel dolore che provoca dolore.
Con la sua chitarra sincera e diretta, senza filtri o artifici, corde vibranti e nulla più, Truppi, senza filtri o artifici, parla cantando, dice, racconta. E per far questo non ha bisogno di rime, perché noi, quando parliamo, quando raccontiamo, non lo facciamo mica in rima.
Sul palco suona la chitarra, e poi il piano, e poi di nuovo la chitarra, e poi ancora il piano con una mano, mentre, con l’altra, batte sul rullante eseguendo Nessuno. Così, senza un attimo di Respiro. E non si avverte la mancanza del basso, scelta azzardata ma, evidentemente, funzionale, grazie ai suoni pieni e corposi, ed alle ritmiche inaspettate ed inusuali che catturano l’attenzione, e anzi, a tratti, la monopolizzano.
A me Truppi ricorda Baccini e Fortis, Gaetano e Capovilla.
A me li ricorda perché Truppi è Baccini, Fortis, Gaetano e Capovilla tutti insieme, mescolati, forse reinterpretati e omaggiati, o forse no, in un’attitudine personale, unica e originale, ma, soprattutto, nuova.
A me Truppi, ricorda Truppi.
Giovanni Truppi, plurale, sia il nome che il cognome.

 

 

 

Giovanni Truppi live
voce, chitarre, piano, rullante Giovanni Truppi
chitarra, tastiere, backing vocals Francesco Motta
batteria Luciano Turella 
Napoli, Lanificio 25, 13 febbraio 2015

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