"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Martedì, 24 Dicembre 2013 00:00

Rouge ou noir! Rien ne va plus!

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Sul palco del Teatro Nuovo vi sono pochi elementi scenografici essenziali a definire una cucina malmessa di una casa, una volta signorile, di un professore di matematica dell’Università. Un tavolo al centro con la sua tovaglia di ordinanza a quadretti bianchi e blu, una poltrona rivestita di rosso sulla destra, unico tocco di colore e di vitalità. Poi un giradischi quasi vicino alla parete in fondo, a sinistra un cucinino sbrecciato, pieno di ammaccature. La parete in fondo delimita questo locale dal resto della casa, dalla vita “altra”. In questa stanza che trasuda vecchiume e sciatteria si incontrano quattro uomini di mezza età, ognuno a suo modo fallito e sconfitto dagli scarti imprevedibili della vita. Quella cucina è il luogo dove si ritrovano per giocare a carte. Sono Jucatùre napoletani, “indefiniti” per definizione, per la scelta del regista Enrico Ianniello che, traducendo il testo del catalano Pau Mirò, ha volutamente ambientato la storia in una situazione atemporale, ageografica, in pratica anteponendo un alfa privativo ad ogni cosa, per descrivere la vita di questi quattro giocatori ironici ormai privati di tutto.

Approdato al Teatro Nuovo nella scorsa stagione sulla scia del successo senza precedenti della versione spagnola Els Jugadors (I giocatori), premio Butaca per il miglior testo in lingua catalana, Jucatùre nella traduzione di Ianniello ha da poco vinto il premio Ubu 2013, l’Oscar italiano del Teatro, come miglior testo straniero. Vittoria meritatissima per il lavoro svolto su un testo nuovo, drammatico senza essere angosciante, leggero senza essere banale.
La storia di questi quattro personaggi si rivela allo spettatore nel corso di sei quadri narrativi nei quali, nel corso di flashback dialogati, si ricostruisce cronologicamnte la vicenda. L’anziano professore di matematica (un perfetto Renato Carpentieri), oppresso freudianamente da un padre malato che tornerà da morto a perseguitarlo nei sogni, stanco per le notte insonni passate al capezzale paterno, sbaglia una formula durante una lezione ed un giovane saccente e maleducato lo prende in giro. Il Professore non tollera, non accetta che proprio la matematica lo abbia tradito, quella scienza che “ha le regole. È l’unica cosa che funziona nella vita”, dice. Allora ha una reazione incredibile perfino a se stesso: si avvicina al giovane e con il bastone (“Gli aggio araput ‘a capa!”) lo ha colpito alla testa mandandolo all’ospedale.
La pièce inizia, infatti, con l’arrivo dei tre amici tutti vestiti elegantemente per andare in tribunale a testimoniare al processo sulla buona reputazione del Professore, ignari, però, del reato commesso dall’accademico. Lo scopriranno in quel momento e resteranno sbigottiti. Ma nemmeno loro sono uno specchio di moralità. La loro vita non è definita dal nome proprio, ma dalle loro qualifiche professionali e così si chiamano tra loro. Il più irruente, polemico, amante del turpiloquio e della prostituta ucraina Irina − solo accanto a lei si sente al proprio posto − è il Becchino (Enrico Ianniello, che definire bravissimo è poco), reso simpaticissimo dal tic che lo aiuta ad esprimersi per superare una balbuzie devastante, una “pepitola” invalidante. L’altro amico è l’Attore (uno strepitoso Tony Laudadio), ovviamente fallito per i suoi vuoti di memoria, alla ricerca di quella parte che sa che non arriverà mai. È il personaggio più evidentemente borderline, dalla mimica facciale che vale più di mille battute, ladro nei supermercati per necessità e per il brivido di adrenalina che lo invade quando i giovani vigilantes brufolosi lo acciuffano. L’unica scarica di vita che ancora prova. Si incanta a guardare i vasetti di yogurt, colto da momenti di atassia. I dialoghi sovente surreali tra Ianniello e Laudadio sono un capolavoro di tempi teatrali, frutto di una lunga gavetta insieme e di una rara sintonia sul palcoscenico.
L’ultimo personaggio è il Barbiere (Giovanni Ludeno, calato perfettamente nel ruolo), che ha venduto il suo salone per debiti di gioco dopo aver perso tutto al casinò insieme ai suoi tre compari. Divenuto dipendente del suo stesso salone e poi licenziato, è tormentato non dalla dipendenza dal gioco e nemmeno dai probabili tradimenti della moglie, ma dalla paura ch'ella lo lasci. Così trova spesso rifugio nella casa del Professore, diventando suo confidente e sarà colui che accetterà per primo il suo folle progetto nel corso della quinta scena.
Dunque, gli amici testimonieranno al processo, i giorni passeranno segnati dai cambi di abiti, dai furti al supermercato, dalle partite a carte che smorzeranno discussioni tragicomiche: in assenza di denaro, di amore, di lavoro. Verso le ultime scene, appunto, oppresso dai debiti a seguito di ciò che ha commesso, e dai sogni ricorrenti in cui compare il padre che gli suggerisce una soluzione assurda, il Professore, durante una di queste partite a carte, lancia sul tavolo la sua posta. Una posta altissima, assurda, incredibile. Un guizzo di vita e di follia, di adrenalina come vuole l’Attore.
Si tace sia sulla proposta del Professore che sulla scena finale, lasciando nella suspance i lettori, futuri spettatori di Jucatùre, perché il testo e la messa in scena sono costruiti proprio sull’attesa di questo colpo di scena finale surreale, assurdo eppure possibile ed attuato.
Vite senza vita che custodiscono ricordi di una gioventù quando essa si faceva sentire senza sovrastrutture, quando ogni possibilità era ancora attuabile, si trovano ad un tavolo di una cucina scalcagnata, maschere tragicomiche di quello che poteva essere e non è stato.
Professore anche nella vita dei suoi amici, il personaggio di Carpentieri suggerisce fino alla fine un modo per tornare a vivere, tipico dei giocatori incalliti. E tutto riprende come prima tra mazzi di carte e brandy scadente e rubato. “Noi non giochiamo per vincere. È eccitante la piccola possibilità di vincere”.
Applausi a scena aperta e alla fine. Un piccolo gioiello.

 

 

 

 

Jucatùre
di Pau Mirò
traduzione di Enrico Ianniello
regia di Enrico Ianniello
con Renato Carpentieri, Enrico Ianniello, Tony Laudadio, Giovanni Ludeno
collaborazione artistica Simone Petrella
costumi Francesca Apostolico
produzione Teatri Uniti
in collaborazione con OTC e Istitut Ramon Llull di Barcellona
lingua Napoletano e Italiano
durata 1h 20’
Napoli, Teatro Nuovo, 20 dicembre 2013
in scena dal 20 dicembre 2013 al 6 gennaio 2014

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