“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Lunedì, 24 Giugno 2013 02:00

In processione lungo il Tunnel

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La suggestione illustre di una messinscena favolistica che già nel titolo evoca una gatta, facilmente fa ripensare a La Gatta Cenerentola, la favola in musica di Roberto De Simone, che riaffiora assistendo a La Iatta Mammona del Collettivo Internoenki.

A complemento di tale suggestione, interviene a conferir quell’aura magico-sacrale che avvolge lo spettatore il contesto in cui essa si svolge: il Tunnel Borbonico, nel suo dipanarsi cunicolare e sotterraneo, offre alla rappresentazione la possibilità di distendersi e svilupparsi col ritmo e la cadenza rituali propri di una processione; il ritmo e la cadenza, ne La Iatta Mammona, sono scanditi con sincronia quasi matematica, in una gestualità che ricorre e si riproduce con il seriale ed immutabile ripetersi delle formule rituali, ed in una verbalità che ricorre e si riproduce in una serie di invocazioni, preghiere e litanie che altrettanto immutabilmente si ripetono nella loro forma ritualmente codificata.
Esile intreccio la vicenda che chiameremmo trama e che s’incentra su una storia d’ordinario degrado, in un contesto di quel Sud rurale ancorato ai retaggi di una religiosità ancestrale, in cui fede e superstizione si mischiano in una poltiglia credula e fideistica: Ninuzza è gravida, nel suo grembo il frutto d’un peccato commesso con Don Niculino, il parroco. Colpa inizialmente celata dietro sacra apparizione (“Ninuzza ha visto la Madonna”), dipoi estirpata, come torsolo estratto da una mela, per “ripulire” il misfatto, sebbene con assai più truce rimedio, ovvero l’aborto forzato e clandestino.
Esile intreccio la trama, sostanza di scena compone la visione, condotta nell’umido cavo ventre di Napoli come si conduce in processione una via crucis: il pubblico, come preso per mano dalla guida d’un lemure, segue le tappe della vicenda della “iatta”, di Ninuzza che vive di chiesa ed in chiesa consuma il proprio peccato, a lei speculare nella vicenda quella di una gatta vera e propria, nera come il malaugurio, che significativamente partorisce i suoi cuccioli nel mentre Ninuzza perisce d’aborto e d’ingiustizia.
La lingua di cui si materiano parole, canzoni e cantilene è un impasto di vernacoli spuri, in cui ora si riconosce un’inflessione apula, ora un accento di Sicilia, e fors’anche un sillabare sardo o campano: è una sorta di “lingua franca” quella de La iatta mammona, idioma che in una sorta di ideale isoglossa accomuna le società retrive abbarbicate negli anfratti del ventre cupo del Meridione.
Quel ventre cupo com’è cupo il ventre di Ninuzza, condannato a non vedere germogliare il frutto della sua effrazione carnale. La nomea di santa subitanea converte in taccia demoniaca, il peccato travestito di santità deflagra in scandalo di lussuria, inaccettabile, intollerabile alla salvaguardia dell’apparenza di chi è custode dei valori del sacro. Sicché l’estirpazione dell’escrescenza della colpa è l’unica soluzione possibile e necessaria, una flagellazione che fa il paio col calvario di Cristo, di cui si dà lettura da un breviario, mentre un battipanni scuote e flagella il corpo di Ninuzza, massacrato da un aborto occultato da bianco lenzuolo che drappeggia sudario.
Dall’alone peccaminoso del rosso lussuria che le luci riverberano sulle pareti tufacee, il dolore trascolora nel biancore terreo in cui trascolora la morte. Il viaggio gravido di Ninuzza, cui lo spettatore è accompagnato in cantilenante processione, raggiunge il suo triste epilogo, attraversando quadro dopo quadro, tappa dopo tappa, gli stadi del suo calvario, percorsi in un’iperbole processionaria, un itinerario teatralizzato che sfrutta appieno le possibilità offerte dalla location.
La suggestione illustre man mano svanisce, facendo posto ad una autonomia di visione conchiusa, favola triste e buffonesca ad un tempo, d’un’inciviltà antica bardata dietro paramenti sacrali.

 

 

 

Fringe E45
La Iatta Mammona
testo e regia
Terry Paternoster
con Teresa Campus, Valentina Cocco, Irma Carolina Di Monte, Ramona Fiorini, Terry Paternoster, Gianni D’Addario, Salvatore Langella, Angelo Lorusso, Urbano Lione, Ezio Spezzacatena
assistenti alla regia Donato Paternoster, Alessio Vichi
produzione Terry Paternoster – Collettivo Internoenki
paese Italia
lingua italiano dialettale
durata 45’
Napoli, Tunnel Borbonico, 19 giugno 2013
in scena 19 e 20 giugno 2013

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