“Sprezzatura è un ritmo morale, è la musica di una grazia interiore; è il tempo, vorrei dire, nel quale si manifesta la compiuta libertà di un destino”

Cristina Campo

Lunedì, 10 Giugno 2013 02:00

Sono andata lontano

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Il nastro di corso S. Giovanni a Teduccio ci porta via dalla città, ci conduce ad una strada senza uscita, ai binari morti della prima stazione ferroviaria d’Italia, oggi il museo di Pietrarsa. Questi binari si illuminano per condurci al mare, di cui inaliamo a pieni polmoni l’odore. A mani rigorosamente libere e non perché è una rapina. O forse sì. Rapina nel senso di ratto, siamo rapiti in un’altra dimensione, passando attraverso alcune delle cento (o più porte) che si potrebbero aprire in una esperienza sensoriale.

Siamo di fronte al mare e marina, o meglio marinara, l’atmosfera, almeno nella mia percezione. Una piccola orchestra, allegra nel ritmo e triste nel tono, accoglie l’arrivo di una piccola compagnia, il pubblico, che credeva di andare a vedere uno spettacolo e si è trovato a viaggiare. All’improvviso. Senza avere il tempo di preparare un bagaglio, di preconcetti.
Un allegro controllore (ma sarà il mare, continuo a percepirlo come un marinaio...) ci munisce di biglietto di viaggio, a nostra scelta la destinazione, a meno che non siano finiti i posti, ma sono fortunata e il mio desiderio di andare lontano è accontentato. Avanzo sulla terrazza col mio bravo talloncino verde. Una ciliegia, un sorso di vino, si parte. Non sappiamo dove andiamo, ben venga un bianco filo di Arianna a tenerci uniti. La sala delle carrozze è buia (bisognerà ritornarci di giorno!), le note dell’orchestra si spengono sempre più fioche dietro di noi. I sensi cominciano ad acuirsi.
Una torcia illumina brandelli di locomotive, chissà quanto antiche. Odore di citronella, le candele fuori, ma anche legno, canfora o forse c’era d’api. Una luce, una donna su un trapezio/altalena. Vecchi vestiti, dall’aria retrò, cadono come coriandoli, insieme a coriandoli di ritagli, da una vecchia valigia. Buio. La nostra guida è piccolina, minuta, ha i capelli corti e un sorriso dolce. Ha una vecchia lanterna, tira fuori un involto, profumato di lavanda. Ci consegna una benda. Mani leggere ci dispongono in fila, come nella parabola dei ciechi, ciascuno con una mano sulla spalla dell’altro. I nostri piedi, così ciechi di solito, sentono il suolo, avvertono i salti di quota. Il nostro orecchio, abituato solo a mantenerci in piedi e segnalarci la nostra posizione nello spazio, si desta, ci avverte quando lasciamo lo spazio aperto, sentiamo l’aria più spessa, o forse più bassa, eppure senza toccare nulla, prima di toccare attorno a noi, sappiamo che siamo al chiuso. Un vagone ferroviario. Altre mani, più ruvide, forse un uomo, ci conducono a sedere. Sentiamo il velluto, lo immagino rosso, le tende pesanti, l’odore del legno e della cera. Odore di antico, odore di un altro tempo. Cosa abbiamo portato per questo viaggio? Non sappiamo rispondere alla voce che ha sussurrato complice la domanda, se non parole sciocche e banali. Meglio non portare nulla forse. Qualcuno va via, forse più d’uno. Forse sono andati via tutti? I sensi addormentati cercano risposte. Quando riprendiamo il dominio di noi stessi, attraverso la restituzione della vista, riceviamo visite, compagni di viaggio. Persone di un altro tempo, di un altro mondo. Suggestioni evocative. Malinconia di fondo. Come se quel vagone portasse con sé ricordo di guerra, deportazioni. Non è un vagone piombato, sembra piuttosto lussuoso anzi, ma tutto è intriso di malinconia. Forse per quell’idea di partenza improvvisa, al buio, la notte o molto presto la mattina. Chissà cosa troveremo, forse ha fatto bene una delle compagne passeggere di viaggio a portare con sé tutti i nostri animali, così non ne sentiremo la mancanza. Nuovamente bendati usciamo dal vagone e vaghiamo in una foresta. Chissà com’è lo spazio fuori. Sentiamo gli uccelli e procediamo spediti seguendo una ragnatela di corde e funi. Proseguiamo di nodo in nodo, lasciando la corda per la fune, la fune per la corda, arrestandoci al nodo, assistiti da sapienti mani, che senza condurci ci indirizzano al filo successivo. Finché arriviamo.
Il nostro arrivo è un punto di partenza, una sala d’aspetto, con dure panche di legno. Riceviamo una tavoletta, una matita e un morbido foglio di carta. Se volessimo scrivere qualcosa. O magari disegnare. O lasciarlo bianco.
Il viaggio è finito. Sono andata lontano e sono tornata.

 

 

 

 

Napoli Teatro Festival
Cento Porte
drammaturgia
Teatro dei Sensi Rosa Pristina
regia Susanna Poole
abitanti Antonio Aiese, Rosaria Bisceglia, Rossella de Rosa, Roberta Di Domenico De Caro, Selvaggia Filippini, Davide Giacobbe, Salvatore Margiotta, Carlo Melito, Antonio Pastena, Riccardo Pisani, Federico Poole, Susanna Poole
scene Selvaggia Filippini
aiuto scenografa Roberta Di Domenico De Caro
paesaggio sonoro Davide D’Alò
paesaggio olfattivo Marzia Macedonio
disegno luci Davide Giacobbe
produzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
in coproduzione con Teatro dei Sensi Rosa Pristina
lingua italiano
durata: 50’
Napoli, Museo Nazionale Ferroviario di Pietrarsa − Sala delle Carrozze, 8 giugno 2013
in scena 6, 7, 8, 12, 13 giugno 2013

 

 

 

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