“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Mercoledì, 19 Giugno 2019 00:00

Madre Courage... fatti ammazzare!

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Lo spettacolo comincia con gli attori schierati di spalle al pubblico. Tanti. Come soldati. Tutti tranne lei. La protagonista. Al centro. La vediamo e attraverso l’eccezionale scenografia di Luigi Ferrigno vediamo loro che guardano lei. Loro che, in un gioco di prospettiva, sono schierati insieme a noi. Perché è lei, indubbiamente, la protagonista indiscussa dello spettacolo. Sulle sue spalle si regge l’intero gioco.

Comincia così, con un monologo fitto. Si presenta. Donna e madre, con tre figli. Durante la guerra. Ma la guerra non è una cosa malvagia, per loro, anzi, tant’è che si sparla della pace. Mette disordine la pace. Non piace. Procura il caos. Durante la pace tutto vale niente. La guerra catapulta ogni cosa nel suo valore. E quello che vale ha un prezzo. E non fai a tempo a dire prezzo che dici mercato. Perché è questo che fa, la mamma. Mercanteggia. Le piace il commercio. Le piace molto. E quindi, viva la guerra. Guerre ce ne sono tante, ma questa è speciale, ci tiene a precisare uno dei personaggi, l’ottimo Mauro Marino nei panni del Cappellano, un Don Abbondio in salsa luterana. È una guerra di religione, che di anni ne durerà ben trenta. Trent’anni sono lunghi da passare. Si fa presto a salire e scendere lungo l'ascensore sociale per le alterne vicende storiche e i rovesci della sorte. Non si fa a tempo a fare un figlio che lo si perde per la via. Sì, perché la nostra Madre Courage non fa solo la vivandiera, s’ingegna, s’improvvisa curandera e predice il futuro, e fra una lettura di carte al Reclutatore di passaggio (Tito Vittori), fa anche la vivuer. La bon viveur. E in conseguenza di ciò, prolifera. Ma per quanti bei figli abbia Madama Courage – tre –, il destino che profeta loro, nel tentativo di salvarne uno, premonisce, in un effetto Rosenthal, la fine di tutte e tre. 
E quindi, che senso ha parlare di una guerra europea, di religione, ambientata nel centro dell’Europa, oggi che l’Europa vive il periodo più lungo di pace che le sia mai stato concesso di godere? La guerra oggi è un oggetto alieno, avulso dalla nostra quotidianità, bandito nel ricordo da una realtà pacificata, insieme agli scherani che si tira dietro: la fame, la carestia, il caos, l’immoralità. Le morti senza senso. Le vite senza senso. Se non fosse che tutte queste cose le abbiamo dietro l’angolo, e lo sappiamo, per quanto giriamo la testa, per quanto la infiliamo sotto la sabbia, o contro il cuscino, per quanto cambiamo canale, o ci versiamo la cera nelle orecchie.
Si sa che quel succede in tempo di guerra non vale in tempo di pace. Lo sa bene uno dei figli di Madre Courage, che lo apprenderà sulla sua pelle, l’Eilif Nojocki di Andrea Paolotti, che per più d’un verso non può non ricordare Francesco Montanari. Quel che in guerra è consentito, la borsanera, il saccheggio, lo stupro, la violenza senza colpa, in pace non si può più (“La pace è solo disordine; non c'è che la guerra per metter ordine”). Cambiano le condizioni, ma le persone sono le stesse. Forse era questo che mandava ai matti, Brecht, e gli ha fatto scegliere di raccontare la storia di questa Filumena Marturano, questa barricadera senz’altra causa che la propria, o meglio, la sopravvivenza. La necessità affina l’ingegno, e Madre Courage, Mamma Roma ante-litteram, col suo carro, col suo smistamento clandestino di camicie e cibo, grappa con cui tentare i soldati il giorno di paga, di ingegno ne ha tanto. Tanto quanto quello che manca al suo secondogenito, tirato su onesto perché troppo stupido per essere furbo (“Ti ho insegnato a essere onesto, perché intelligente non sei”). Il mondo è dei furbi, e per ogni furbo che nasce ci sono due polli. Come i capponi che traffica col cuciniere/casanova dell’ufficiale, il sempre bravissimo Giovanni Ludeno (il Dario Scaglia delle serie tv 1992, 1993 e, a breve, 1994), qui nei panni di Pieter-della-Pipa-ceci-n’est-pas-une-pipe, traviatore impenitente che conduce alla perdizione la sciagurata Yvette, una bravissima Anna Rita Vitolo, fragile e fatale a un tempo.
Il problema di quando si diventa troppo abili a sopravvivere è che poi ci si scorda del motivo per cui si vive. E Madre Courage, distratta, troppo intenta a far fronte a tre bocche da sfamare, confonde il mezzo con il fine, e il fine, i suoi tre figli e la loro felicità (quello che si suppone a una madre dovrebbe premere) finisce per essere subordinato al mezzo: il carro. Questo grande carro invisibile, sempre celato, fantasmatico MacGuffin hitchcockiano, stella polare e motore primo di tutte le umane vicende, alle cui stanghe sono imbrigliati i destini di questa carovana umana: la robba. L’accumulo. Il surplus. L’avidità. Cambiano i tempi, cambiano i termini, ma resta sempre lo stesso male. Si vis bellum, para pacem.
Sono belli i personaggi di Brecht perché sono veri. Vividi. Umani. Sono contraddittori. Si smentiscono. Come nella realtà. La loro caratterizzazione non è lineare e sfuggirebbe ai pronostici di un profiler. Come noi. E Madre Courage è afferrata dalla stessa impreparazione che coglierebbe noi al cospetto di un dilemma morale. Ma per la Courage non ci sono soluzioni salomoniche, e Maria Paiato è molto più che brava nel trasmetterci la paradossale natura d’una madre che è buona ma dura con i figli tanto quanto disinvoltamente è dura e basta nel condurre gli affari cui è votata con tutta se stessa, in spregio d'ogni scrupolo. Ma questa durezza non rimarrà isolata. Sarà destinata a straripare. Perché la morale, e qui sta la modernità del testo di Brecht, non ha natura interstiziale, non vive in compartimenti stagni in cui confinarla. Non si sta negli scomparti che l’umano erige per tutelarsi. Della consistenza di fusuma questi argini di carta di riso, presto o tardi, si permeano, si gonfiano, e il comportamento d’un ambito si ripercuote in un altro, in un’osmosi inarrestabile quanto involontaria. Le colpe delle madri, l’accettazione dell’amoralità ferale della guerra e dell’economia cinica, ricadono sui figli, svezzati nelle gavette, e chi s’ingrassa nelle retrovie poi deve pagare il conto al furiere. Almeno nel teatro epico brechtiano, dove tutti sono inguainati nei loro spolverini o folte pellicce che l'armadio di Teresa Acone ha riversato loro addosso.
E allora noi crediamo all’affetto filiale di Anna Fierling, arcitruffatrice e vagabonda. Siamo mossi a commozione quando deve fingere di non riconoscere il corpo del figlio morto, un Mario Autore che deve giocare di sottrazione per incarnarne lo spirito naïf di Fejos alias Schweizerkas. D'altra parte, nemmeno ci stupiamo quando questa Pietà michelangiolesca mancata gioca al ribasso contrattando la pelle di quello stesso figlio. È sempre lei. Il suo personaggio ha finito col diventare proverbiale dell’attaccamento quasi morboso d’una madre per i suoi figli, dello sfibrarsi di ogni remora, d’ogni freno inibitore della morale, della mancanza di scrupoli. Ma la causa finisce per essere soverchiata, e il mezzo la sovrasta, addivenendo fine di se stesso. E questo lo conosciamo bene, a nostra volta. Ci abbiamo a che fare ogni giorno. Anche Madre Courage combatte la sua guerra, una guerra interna, civile ma anche no, contro se stessa, contro quella parte di sé, quel demone interiore che sprona al possesso, al guadagno, all’avere più, a collocarsi in una posizione di superiorità rispetto agli altri. È lo spirito weberiano dell’etica capitalistica dei calvinisti: la demonizzazione della povertà, stigmate rivelatrice dello sfavore divino. Madre Courage si ripete che tutto quanto fa lo fa per i figli: per non farli andare in guerra, per far trovare un marito alla figlia, muta, l’afasica spalla, Kattrin, la bravissima Ludovica D’Auria che regala corpo e viso al suo personaggio, incarnazione dell’ultimo scampolo d’umana morale rimasto, orba in un Paese di cecità morale, non a caso, figlia del trauma che ha in spregio la guerra che dà loro il pane, sfortunata eroina che batte il tamburo lentamente, novella Oskat Matzerath.
Paolo Coletta sceglie di stemperare la tragicità della storia con una resa che sa essere anche esile, fatua a tratti, volgendo al riso, sempre amaro, di quando in quando, interrompendo l’azione con canzoni dal vivo, come fosse una specie di triste cabaret, quello al suono del quale danza la leonessa scarmigliata, la matriarca indurita che sa e può essere più dura di qualsiasi patriarca.
La sua morale distorta si riflette sulla parete di fondo, obliqua come lei, di sguincio come la natura dei personaggi brechtiani, che ci rimanda l’immagine distorta di un palcoscenico calpestato con forza, contro il quale si sfracellano i corpi, sollevando le sabbie del tempo. Quello sfondo che si piega sempre di più, lasciando che dal buco, il pallino rosso, l’occhio osservatore che da Hal 9000 in poi occhieggia tutti noi, led del decoder, spia del portatile, alert del videofonino, rovesci il suo eterno narrare. Fino a che da due monologhi nascerà un dialogo. Il dialogo di questa Mater dolorosa cui non resta più nessuno con cui dialogare, Medea privo di coro, voce solitaria, che si riallaccia all'incipit, condannata a ripetere i suoi errori, in un tempo a somma zero che ogni rappresentazione rinverdisce.








Napoli Teatro Festival Italia

Madre Courage e i suoi figli
di Bertolt Brecht
traduzione Roberto Menin
drammaturgia musicale e regia Paolo Coletta
con Maria Paiato, Mauro Marino, Giovanni Ludeno, Andrea Paolotti, Roberto Pappalardo, Anna Rita Vitolo, Tito Vittori, Mario Autore, Ludovica D'Auria, Francesco Del Gaudio
musica Paul Dessau
scene Luigi Ferrigno
costumi Teresa Acone
light designer Michelangelo Vitullo
organizzazione e distribuzione Massimo Tamalio
foto di scena Sabrina Cirillo
produzione Società per attori, Teatro Metastasio di Prato
in collaborazione con Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia
lingua italiano
durata 2h
Napoli, Teatro Nuovo, 15 giugno 2019
in scena 14 e 15 giugno 2019

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