“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Giovedì, 19 Marzo 2020 00:00

Io e te, forse

Scritto da 

Tesoro mio,
ho appena ricevuto il tuo pacco. Grazie infinite!
Le ghette già le ho addosso, sento un meraviglioso
tepore ai piedi: ne avevo proprio bisogno. La sciarpa è
perfetta, il maglione invece è largo. Non ho appetito,
tossicchio, ho una vescica sul fianco destro ma almeno
dormo bene. Oggi il cielo è nuvoloso, fa freddo. E i muri di
pietra intorno al giardino mi sembra diventino sempre più alti.
Dimmi nei minimi particolari come è andata la recita ieri.
Io intanto lavoro a una commedia: sarà spassosissima.
Cade una pioggiarella sottile. Snap abbaia di continuo:
sente la tua assenza.  E quanto mi piacerebbe andare al mare. 
Dio ti protegga. Ricorda di mangiare la tua adorata avena.
Ti abbraccio.
Il tuo A.
(lettera di Anton Čechov a Ol’ga Knipper)

 

 Non conoscendosi, credono non sia mai successo nulla
fra loro. Ma che ne pensano le strade, le scale, i corridoi,
dove da molto tempo potevano incrociarsi?
(Wislawa Szymborska)

 

 Tu sei il mio tu più esteso deposto sul fondo mio. Tu.
Non c’è un’altra forma del mondo che si appoggi al mio
cuore con quel tocco, con quell’orma.
(Mariangela Gualtieri)

 

 Credevo fosse amore. Invece era un calesse
(Massimo Troisi) 

 

“E andremo al mare e prenderemo l’ombrellone e la sdraio. Parleremo dei film e pagheremo le bollette”. E “faremo mille volte la valigia e quando torneremo faremo mille lavatrici. Ci taglieremo i capelli e ci chiederemo se stiamo bene oppure no”. E “faremo tanti caffè e io metterò sempre lo zucchero e tu non lo metterai mai. Andremo a comprare i regali di Natale e ogni volta ci chiederemo se quel regalo piacerà all’altro come quello dell’anno precedente”. Io ti racconterò i sogni che ho fatto mentre tu ti divertirai a farmi i tarocchi. E “ci saluteremo la mattina, prima di uscire di casa, e il primo che tornerà cucinerà la cena”. “Ci scambieremo i libri”, sentirò la musica che tieni sul tuo ipod, “d’estate faremo benzina e mangeremo i panini all’autogrill”. Io mi abituerò al fatto che tu lasci i tappi dei barattoli ovunque, che ti fai scivolare dalle mani ogni cosa, che dimentichi quello che ti ho detto, che abbandoni le lentine a contatto dove capita mentre tu ti innamorerai dei rumori che mi piace registrare e risentire: il vento, il fracasso che produce un oggetto quando si rompe, il cigolio che fanno le porte automatiche di un vecchio autobus quando si aprono. E quando sarai triste poggerai la testa alla mia testa, tempia a tempia, come hai fatto a metà spettacolo questa sera. Litigheremo e ci diremo “vai via, non voglio più vederti” per poi tornare a cercarci in salotto. Quando avrai freddo ti riscalderò sfregandoti le mie mani sulla schiena o soffiandoti all'interno del maglione, per poi chiederti se vuoi un tè. Tu finalmente imparerai il mio numero di cellulare per intero, io mi ricorderò qual è la marmellata che vuoi. Andremo a Venezia. Troveremo una pizzeria che vada bene ad entrambi. Racconteremo agli altri come ci siamo conosciuti. Sposteremo cento volte questi mobili. Guarderemo un film sul divano mentre quel po’ di pioggia che c’è fuori ci piacerà pensare sia un nubifragio che ci impedisce di uscire. E ci troveremo ad aspettare, chissà cosa, in silenzio. “Vedremo spuntarci i capelli bianchi”, “metteremo lenti sempre più spesse”, “sentiremo il nostro odore cambiare”. E “faremo l’amore in modo sempre più intimo”. E “avremo un figlio” – sì avremo un figlio – “che avrà le orecchie grandi come noi, anzi più grandi delle nostre”.
E staremo insieme per il resto della vita, forse.
E forse saremo felici.
Fino all’ultimo giorno, io e te.
Forse.



Oppure.
Oppure non capiterà nulla di tutto questo e, dopo un anno in cui avremo provato a stare assieme, usciremo dalla stessa porta, in momenti diversi, per non vederci più. Io non avrò superato la paura terribile di veder distrutte le cose a cui tengo – retaggio, chissà, di una storia passata e lunghissima, interrottasi quando ero a un passo dall’altare – mentre tu non avrai imparato a controllare, tra tanta dolcezza e fragilità che ti contraddistinguono, certi scatti d’ira che fanno a pezzi ogni cosa. Non sarà bastato mostrarci nudi, sudare all’unisono, provare ad appartenersi quasi ogni notte; non sarà bastato programmare viaggi e raccontarci i pensieri né farmi vedere da te mentre mi lavo i denti, come mi sveglio al mattino, quanto mi sono preso cura della pianta che mi hai regalato, in che modo rido quando rido e come sono brava, se mi ci metto, a fare il tiramisù. Non ci terrà uniti neanche la preoccupazione che ho provato quel giorno in cui non rispondevi al telefono, preoccupazione con la quale – nel mio modo assurdo e scombinato – cercavo di dirti quanto io già tenessi a te; non ci terrà uniti il momento nel quale abbiamo interrotto ogni discorso per chiederci “perché proprio noi due?”, perché proprio io e te tra milioni di combinazioni casuali o volute, poi abbiamo sorriso e abbiamo compreso – senza neanche dircelo – che ci volevamo un po’ più di bene rispetto a un minuto fa; non ci terrà uniti la sensazione che abbiamo percepito, quasi fin da subito, di conoscerci già: come se ci fossimo incontrati in una vita precedente. Non ci salveranno l’odore buono della tua pelle, i lunghi sguardi che ci siamo dati, la paura di farti soffrire, il barattolo pieno di smarties, la sensazione reciproca di “sapere già tante cose di te”, l’idea di tenerti per mano, questo qualcosa di indelebilmente tuo che stai lasciando dentro di me, tutta la fatica che faccio – e che non ti nascondo – per condividere i miei spazi perché diventino i nostri. La tua passione per il radicchio, la mia fissazione per i compleanni; l’abbraccio con cui sopperisci alla caldaia che si è rotta; questi mesi trascorsi, intensi quanto un decennio. Non ci terranno assieme le orecchie tue grandi né le orecchie mie grandi – che poi sono il motivo per cui, quel giorno, ho cominciato a parlarti – e il bambino dalle orecchie “più grandi delle nostre” non resterà dunque che un’ipotesi, il residuo di un sogno, un disegno interrotto, una possibilità diventata impossibile.



Un tappetino lilla, quadrato. Una mensola che pende nel vuoto, sul centrodestra dell’assito, e sulla quale stanno cinque tra vasi e bottiglie. Tre postazioni nello spazio, costituite da un doppio cubo di plexiglass, che saranno di volta in volta: il piano della cucina, il tavolo del salotto, un mobile dotato di un cassetto, la poltrona o il divano su cui mi siedo, il punto da cui ti cerco, ti osservo e ti parlo. A sinistra stanno poggiati alcuni barattoli, altre bottiglie, una sorta di ampolla, un termos di metallo, una tazza bianca, una macchinetta del caffè; a destra giace (fintamente riposto) un ipod con le cuffie inserite. Lacerti materiali, quel che serve a evocare una stanza, un interno, il luogo in cui tutto avviene. Aggiungeteci. Tagli di luce, perlopiù verticali o diagonali, e – ogni tanto, solo quando serve – brevi effetti sonori: il rumore preregistrato di cose che si fracassano; i fuochi d’artificio, i tuoni, la pioggia e, poiché stasera siamo a Roma, La pelle di Franco Califano. E ancora. Accenni di teatro in teatro (la ricostruzione dell’istante in cui ci siamo conosciuti, per dirti perché ci siamo conosciuti; la messa in scena del nostro suicidio, per comprendere quanto ti mancherei se crepassi) e il gioco giocato con l’invisibile: “Vuoi altro caffè?”, “Sì”, ma pur inclinando la caffettiera la tazza resta vuota; “Ho cucinato il pesce” dice lei, mostrando tuttavia una pirofila trasparente; “Cos’è?” chiede lui tenendo con entrambe le mani un piccolo vaso vacante, “Come cos’è? È un ciliegio. Un ciliegio molto particolare. Ora lo vedi così ma poi fiorisce. A primavera. Fa i fiori. Bellissimi” e a noi tocca, fidandoci delle parole di lei, vedere nel vaso un po’ di terriccio, un gambo ancora acerbo e – quando verrà la primavera – l’unico fiore che è sbocciato. Aggiungeteci, infine, una drammaturgia che per quanto abbia una sua linearità cronologica (si va dall’estate alla primavera dell’anno seguente) infila – come gemme perché si formi una collana – un ordinato pulviscolo di scene, quattordici, intervallate da tredici brevi interstizi di buio.
E dunque.
Residui scenografici; messa in evidenza della teatralità della situazione; un testo che si dà per brandelli; un finale lasciato aperto. Ci sarebbero tutte le condizioni (tutti i margini sfrangiati) per assistere a un’esperienza di postdrammaticità performativa, in cui la parola rivaleggia e contrasta con la scena, la scena s’arricchisce di materiali spuri mentre l’attore – anch’esso materiale ormai spurio – recita e nel contempo commenta il suo stesso recitare, rivolgendosi direttamente a noi spettatori. Sfatti rapporti interpersonali. Gestualità innaturale, pantomimica o puramente allusiva. Dichiarata inutilità del dialogo: ipocrisia (sociale e teatrale) per eccellenza. E magari. La postazione del tecnico, piazzata sul palco. I video proiettati sullo sfondo. E un microfono ad asta – perché no? – al quale (l’attore? Il personaggio? Il performer?) grida flussi di incoscienza, oscuri versi presunto-artaudiani, i propri a-parte (non) più segreti. E invece. In proscenio sorge la quarta parete; non uno sguardo è volto esplicitamente verso di noi e, per quanto avvenga per intermittenza, la recitazione genera creature credibili, portatrici di una storia credibile: alla quale mi affido, nella quale a un punto capita di riconoscermi. “Com’è possibile dunque che ci sia tutta questa credibilità?” è una domanda che mi faccio ma a cui non so rispondere; eppure c’è un aspetto de Il bambino dalle orecchie grandi che mi colpisce e che forse mi aiuta a comprendere: la cura (e la pratica) del dettaglio, drammaturgico e attoriale.
Drammaturgico.
Perché Francesco Lagi partorisce su carta (e poi durante le prove, lavorando con gli interpreti) due figure connotate da particolari personali e divergenti – ad esempio: lei prende il caffè zuccherato, lui lo preferisce amaro; lei mangia la pizza bassa, lui la pizza alta; lei non sa parlare in modo romantico, lui vorrebbe sentirsi dire frasi romantiche; lei si fissa sulle cose, lui sui nomi da dare a quello che gli capita; lei pensa a un viaggio in Asia, lui vola col pensiero in Sud America; lei detesta le pistole (“Non le posso vedere”), lui finge la sua morte sparandosi – poi lascia che queste due figure interagiscano producendo un delicato intarsio di gesti, colloqui, sensazioni e di insicurezze reciproche, paure reciproche, reciproci entusiasmi momentanei, di momentanei incastri perfetti o perfettibili. Questo bisogno che vorrei dirti ma che non ti dico per paura che t'offendi. L’“io adesso andrei” che rimando per timore che t'arrabbi. Un “no” che non significa che adesso mi piaci di meno. Un litigio. La pace. Un altro litigio. Di nuovo la pace. Il valore (sottovalutato) della frase “O mio o tuo è uguale”. La meraviglia del fatto che mi dici “guardami” guardandomi. E l’istante in cui – dopo averti detto “me ne vado”, “ti lascio”, “vado via io” – stringo nella mia mano sinistra la tua mano destra.
Attoriale.
Perché Anna Bellato e Leonardo Maddalena lavorano caratterizzando il loro agire scenico con altrettanta (recitata e dettagliata) umanità: producendo “attraverso certi fatti appena visibili il racconto della vita” direbbe Beatrice Balsamo (La parola del narrare o dell’incontro), così testimoniando che “la bellezza appare nel frammento” (Bruno Forte, Salvatore Natoli; Delle cose ultime e penultime).
E allora.
L’indice e il pollice della sinistra che pressano la punta dell’anulare destro quando Leonardo Maddalena è nervoso. Il modo in cui sorride ad Anna Bellato – lo fa lievemente, per tre o quattro secondi – mentre l’aiuta a raccogliere le carte che le sono cascate a terra. Le carezze che le dà, lentissime, per cercare di calmarla. Le lacrime, che gli bagnano non solo le guance ma anche la parte del viso compresa tra il naso e il labbro superiore. Certi passi che compie, quasi senza far rumore. Le sue dita che tastano i lobi della Bellato mentre le dita della Bellato tastano i suoi lobi. La camicia lasciata fuori dai pantaloni, un cardigan messo sopra al maglione. Aspettare, anche stamattina, che lei si prepari. Urlare, ingiustificatamente, e pentirsi di averlo fatto. Dire “Ciao” muovendo tutte e cinque le dita. E come lascia scorrere la mano sul braccio sinistro della Bellato – mentre lei sta distesa rigida come una panca, fingendo di essere morta, avvelenata dagli smarties. E la schiena ricurva, e le labbra serrate, e le sopracciglia arcuate, e i capelli leggermente spettinati che ha Leonardo Maddalena mentre attende di sapere se i suoni che ha registrato per la Bellato le piaceranno veramente. E la maniera in cui sta in silenzio, per un attimo, dopo aver ricevuto un timido ma indimenticabile bacio sulla guancia.
E lei, nel contempo.
La gonna (s)buffa e ampia; le calze colorate; il maglione invernale dal collo altissimo ma che le arriva giusto alla vita; la camicia pastello che le si arriccia sulla spalla destra; il cappello di Natale, ricamato da lana bianca che sembra neve, e che in cima ostenta un pon pon rosso. L'“uff, uff, uff” quasi scimmiesco con cui commenta un incubo. Il tono basso con cui dice “lisca” mezzo minuto dopo aver assicurato “Guarda che è buono. Sono brava a cucinare il pesce”. Come batte i piedi, camminando, quand’è arrabbiata; l'impaccio con cui sale sul cubo per prendere il regalo che ha nascosto; come tiene il dono in serbo in grembo, il busto leggermente piegato verso sinistra, prima di mostrarlo. Quando sta seduta e cela le mani tra le pieghe della gonna, come vergognandosene. E quanto le si arrossa il viso quando si accalora: perché racconta il suo sogno, perché si aspettava un complimento che non è arrivato. E certe adorabili ingenuità (che già basterebbero per innamorarsi). Le mani mosse come un mulinello, il corpo abbandonato nell'abbraccio, la fragilità che mostra mentre – fuori scena – chissà quali oggetti vanno in frantumi; il volto, che le si arriccia quando piange; l’elastico nero che le stringe in una coda i capelli e il ciuffo che, libero, le taglia nel mezzo la fronte. La dolcezza con cui dice “Ti va?” (di aspettare assieme) sperando silenziosamente in un “sì”. “Ciao”, pronunciato anche da lei muovendo tutte e cinque le dita. Le braccia tese come binari mentre va incontro a Leonardo Maddalena e la schiena, rigida quant’è rigido un muro, quando invece si volta e se ne va.
Ebbene.
Questa capacità di raccontare e d'inscenare per minimi elementi costitutivi mi pare la nota dominante del discorso di Teatrodilina, la ragione primaria della sua poetica teatrale: basta leggere come sono scritte le presentazioni degli spettacoli per accorgersene. La compagnia, infatti, mostra nel proprio percorso due fasi differenti, che nel loro susseguirsi segnano un'evoluzione. La prima fase. I cinque spettacoli (L'asino d'oro; L'amore il vento la fine del mondo; L'Amleto della buonanotte; Anime morte e Zigulì) in cui Teatrodilina lavora su testi preesistenti (nell'ordine: Apuleio, il Cantico dei cantici, Shakespeare, Gogol, il romanzo di Massimiliano Verga) cercando di comprendere ogni volta in che modo vanno adattati per l'assito: “Al centro del racconto c'è un uomo che si ritrova trasformato in un asino” ad esempio; ad esempio: “La scena è una spiaggia bianca bagnata dal mare”; “Il punto di partenza è il romanzo di Gogol”; “Che Amleto, poi, si può fare come ci pare, ci siamo detti”. Ma poi cos'accade? Accade, per citare un'intervista di Francesco Lagi, che “abbiamo capito che la gioia della nostra ricerca espressiva stava nel tentativo di trovare un linguaggio tutto nostro: scrivere i nostri testi per mettere in scena le storie che ci coinvolgono nel momento in cui ci decidiamo a farlo”. Così, cercando di dirsi veramente e fino in fondo con parole proprie, vengono gli inediti: Le vacanze dei signori Lagonia, Banane, Gli uccelli migratori, Brina, Quasi Natale e − tra di essi, nel 2017 − Il bambino dalle orecchie grandi. Ebbene. Provate a dare un'occhiata a come lo stesso Lagi presenta in brochure queste opere: lo fa esponendo un lungo elenco di frasi brevissime; l'indice delle cose che ci sono o che avverranno; un cascame di minuscoli dettagli situazionali, caratteriali, argomentativi e umani. “Il tempo per una maledizione e una nuotatina a largo”, “il ricordo di una bimba”, “una dieta già finita lunedì”, “una nuvola a forma di coniglio”, “una canzone di Gianni Morandi”, “due anziani” e “una barca che li può portare via” ed è Le vacanze dei signori Lagonia; “una casa in mezzo a una pineta”, “il tempo sospeso di un'attesa”, “una persona che sta per arrivare”, “una tutina azzurra”, “un ricordo di bambini” e “l'arrivo di un padre, il linguaggio degli uccelli, una bussola rimasta in tasca. La paura di cambiare e la vita che bussa alla porta e improvvisamente si rivela” ed è Gli uccelli migratori.
Ecco, forse è questo modo di fare e di comporre che mi accoglie, che mi culla e mi conquista.
Forse è per questo che, “venuta a cercarmi”, la poesia de Il bambino dalle orecchie grandi “mi ha toccato”, parafrasando Pablo Neruda.

 
“E poi?”, dunque.
“E poi ti ho preso la mano”.
“E poi?”.
“E poi ci siamo innamorati”.
E poi questo bacio. Tremante.
E poi chi lo sa cosa sarà di noi da domani.





Il bambino dalle orecchie grandi
scritto da
Francesco Lagi
regia Francesco Lagi
con Anna Bellato, Leonardo Maddalena
disegno suono Giuseppe D’Amato
scenografia Salvo Ingala
luci Martin Emanuel Palma
organizzazione Regina Piperno
un progetto di Teatrodilina
produzione Fondazione Sipario Toscana
lingua italiano
durata 1h
Roma, Teatro Argot, 26 febbraio 2020
in scena dal 25 febbraio al 1° marzo 2020

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