"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Giovedì, 06 Giugno 2019 00:00

Sei tu il monte, il verme e anche la farfalla

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Che cosa c’è fra l’inferno e il paradiso? Appare immensa la vastità che separa la condanna dalla salvezza: è difficile immaginare le atmosfere nascoste fra i versi del Purgatorio, i colori possibili, i profumi e i volti di questa terra di mezzo. La messa in vita della seconda cantica dantesca è una sfida scenica molto complessa, che Marco Martinelli e Ermanna Montanari hanno portato avanti con rara maestria, offrendo agli spettatori davvero una mirabile visione − visione che non è pura contemplazione, ma partecipazione vivente al coro e al cammino, perché la salita al monte c’è davvero, e ciascuno la percorre con le proprie gambe e con la propria voce. Incanto del teatro vivo, teatro che si fa qui e ora, gioco che ognuno può giocare, sacro e felice.

Il Purgatorio è la seconda tappa del Cantiere Dante, apertosi due anni fa a Ravenna con l’Inferno, che si svolge nel 2019 fra Matera (dal 17 maggio al 2 giugno) e Ravenna (dal 25 giugno al 14 luglio). Il viaggio attraverso la Divina Commedia terminerà con il Paradiso nel 2021, settecentenario della morte del Sommo Poeta. Per ciascuna rappresentazione, mediante le Chiamate pubbliche, i cittadini sono invitati a prender parte ai cori che popolano le cantiche. Fare coro significa allora farsi luogo (come titola un libro di Martinelli, testo poetico e politico che è un varco al teatro in 101 movimenti). Anni di lavoro sono stati necessari per coltivare le relazioni con il territorio e con la cittadinanza a Ravenna e a Matera. Il risultato è quanto di più simile si possa pensare alle sacre rappresentazioni medievali. Questo Purgatorio è un evento popolare, artigianale e raffinato, che avviene sempre all’improvviso, eppure non è mai improvvisato, perché dietro ogni coro agisce la magia della responsabilità, l’uno per l’altro, e tutti per Dante.
Il rito è centrato sul viaggio di noi spettatori, che siamo Dante, che siamo Everyman. Montanari e la sua voce di abissi, Martinelli e il suo sorriso di pace, sono le due candide guide per la salita al monte del Purgatorio, che stringe in sé tutto il tempo che siamo, come esseri umani, poeti e viandanti. Monte della speranza, il Purgatorio svolge il tempo non misurabile della durata, eternità irriducibile dell’esperienza singolare. Eternità che appare in forma di teatro, evento del ritorno mai uguale a se stesso. La messa in vita di questo teatro ogni volta di nuovo fa rivivere l’eternità nel tempo. Si tratta, infatti, della vita di ciascuno, di ogni singolo viaggio. La Divina Commedia viene riletta da Martinelli e Montanari dal punto di vista dell’esperienza di Dante, domandandosi che cosa è accaduto al Poeta dentro il viaggio che è diventato canto.
La messa a fuoco della singolarità vivente del Poeta, peraltro, è al centro della recente pubblicazione di Martinelli, Nel nome di Dante (edito da Ponte delle Grazie) che intreccia la storia del Sommo Poeta con il ricordo del padre dell’autore, maestro buffone, che lo ha iniziato alla cultura attraverso lo scherzo. Questa radice giocosa e profonda si percepisce in tutti i lavori di Martinelli, e soprattutto nel Cantiere Dante, in cui intarsia perfettamente la sua drammaturgia con i versi della Commedia, senza false riverenze, con una passione e una sapienza che riflettono lo studio di una vita. Nel nome di Dante è un libro sui padri, ovvero su quel che resta, di generazione in generazione, dell’impegno e della bellezza. Queste pagine rivelano che l’incontro con i grandi autori della storia, per esser fecondo, deve delinearsi sempre come un incontro concreto, un corpo a corpo, occhi negli occhi, a te come te. Come Martinelli si rivolge al lettore, così anche allo spettatore del Purgatorio propone un viaggio come esperienza intima, volta alla singolarità.
Oggi è la singolarità del ricominciamento. Il Purgatorio comincia all’alba, nel dolce color d’oriental zaffiro. Suoni di conchiglia, la tromba di Simone Marzocchi, gli occhi della Montanari che toccano la nostra muscolatura affettiva. Ecco il primo colore, i primi suoni, la prima atmosfera possibile. Inizia il viaggio nell’antico convento delle Monacelle, fra spazi aperti, ambienti chiusi, chiese, cappelle e cortili. Il cammino dantesco è benedetto dai bambini, angioletti che rendono possibile la salita. Senza i bambini, non resterebbe molto da imparare. E la salita del Purgatorio è proprio una scuola.
Ma questo lo scopriamo dopo, prima invece si passa per un incubo rosa antico di spose vecchie e bambine, con le loro urla sussurrate, con le loro parole semplici di dolore senza fondo. Pia de’ Tolomei (Alessandra Crocco) e un gruppo di donne morte di morte violenta, chiedono di essere ricordate. Sono tragedie tristemente attuali, fatte sempre degli stessi lividi, delle stesse colpe, degli stessi silenzi. Ancor più toccante è sapere che le donne materane hanno contribuito alla drammaturgia con i loro racconti. Si vive un grande momento di sofferenza e comunione in questa piccola chiesa. Si prova ad essere donne insieme. Compare poi Manfredi (Roberto Magnani) “biondo e bello e di gentile aspetto”, che racconta la sua storia e prega Dante di riferirla alla figlia, perché anche la sua tragedia venga ricordata. Nei versi danteschi la giustizia divina segue vie imperscrutabili e concede la possibilità della salvezza anche a personaggi scandalosi come Manfredi, oppure come Bonconte (Alessandro Miele), paracadutista che sorprende lo spettatore in una stanza del suo peregrinare: “Si meriterebbe tutte le pene dell’inferno, e invece Quello... Quello là... lo salva per... per una lacrimetta!”.
Ecco che si arriva a scuola. Ai banchi, dove devono star seduti i superbi, per ricordarsi che ancora hanno da imparare, tutto hanno da imparare: manca loro la lingua della compassione, cum-pathos, non riconoscono di essere solo questa povera carne umana che soffre insieme. Questa scuola cuce con grande armonia le parole di Beuys (Nadia Casamassima), seduto in cattedra, per cui la forma di un ulivo fa parte dell’interiorità umana, così come il fegato e i reni; il monito pronunciato dalla Montanari: “Qui troverai la strada / per scendere / dal tuo trono di carta / dalla tua vana superbia. / Qui troverai la strada / per sciogliere / l’intricato nodo / del tuo santo scontento. / Sei pronto? / Strappa da te la vanità / ti dico, strappala!”; e i versi di Oderisi da Gubbio, che ricorda “Vana gloria de l’umane posse (...) la vostra nominanza è color d’erba”. Tutti gli artisti vengono messi da Dante nel Purgatorio. L’irrompere del viso di Totò, il suo Laudato sii, è un invito a non perdere l’autenticità. La gloria è un fiato di vento, la caducità è il nostro destino, e accettare questo destino e lodare la vita nella sua semplicità è forse la sola liberazione possibile. Continua il Purgatorio dei poeti nella classe di vermi e farfalle, un coro multietnico e multilinguistico, un arcobaleno di bambini e adulti che canta Dante insieme a Vladimir Majakovskij, Walt Whitman, Etty Hillesum, John Donne. Vermi e farfalle, altro non siamo.
Inquietante è il successivo passaggio accanto a Sapìa (Laura Redaelli), invidiosa che porta sugli occhi una corona di spine. Acceca l’invidia, la letizia per le disgrazie altrui, acceca anima e cuore. Questo avvertimento introduce lo spettatore in una sala rivestita da pesanti tende di velluto rosso, dove stanno due figure sdraiate prone al pavimento, con le braccia distese, come croci riposte. Papa Adriano V (Alessandro Argnani) e Ugo Capeto (Salvatore Tringali) raccontano, immobili e tremanti, le loro storie di avarizia, vite rese bugiarde dalla bramosia di ricchezza. E davvero ci chiediamo a che cosa sia valso tutto l’oro se adesso possono chiedere, al massimo, la nostra pietà.
La portata politica di questo Purgatorio è prepotente. Viene messa in primo piano la vocazione civile di Dante, il suo sguardo accorato all’Italia corrotta del suo tempo, il suo slancio sincero verso la giustizia. Tale è lo spirito che anima la cornice degli iracondi, i quali, letteralmente, calpestano l’Italia − “Serva Italia”, che non cambia mai, oggi come allora, corrotta, avvelenata. Le parole di Marco Lombardo (Alessandro Renda) sono la quiete che interrompe la furia, ricordando che il cielo comincia le azioni umane, ma poi vige il libero arbitrio. Non è la natura, ma il mal governo la causa dei mali presenti. Il mal governo − e sentiamo presenti queste parole, oggi più che mai.
Ancora un rimprovero ci attende nel paradiso terrestre, preparato dal fuoco e da un inno sacro. Il paradiso in terra non è da contemplare o da rimpiangere, ma da difendere. E per fortuna ci sono bambine con le trecce pronte a lottare per il nostro mondo, il mondo che resta, piantando un albero sotto le bombe. Alla fine non vi è consolazione, non vi è espiazione. L’antica fiamma d’amore, Beatrice, è la sola possibilità di essere puri e disposti a salire alle stelle. Ma non si dimentica la contraddizione. Il passaggio al Paradiso non è una sintesi dialettica, ma un salto alchemico, che non riassorbe il conflitto. Si vive nel conflitto. E nella bellezza. Perché l’ultimo sguardo di questo Purgatorio è proprio alla terra che resta, e spezza il respiro. Si spalanca la fenditura fra i monti e i sassi, la Gravina scorre sul fondo, da una parte il verde graffiato da grotte neolitiche, chiese rupestri scavate da monaci bizantini in fuga dalle persecuzioni, polmone di roccia e di prati selvaggi; dall’altra parte i sassi di Matera, città favolosa di pieni e di vuoti, storia di miseria e di speranza, povertà orgogliosa, futuro aperto, Matera millepiani, dove ogni strada è il soffitto di una casa, dove i morti riposano sopra le teste dei vivi, dove la festa è la distruzione di un carro santo, eterno sparagmos dionisiaco. È davvero il ricominciamento, questa terra, qui da millenni, a guardarci, sulla punta del paradiso terrestre.





Matera 2019
Purgatorio
Chiamata pubblica per la Divina Commedia di Dante Alighieri
ideazione, direzione artistica e regia Marco Martinelli, Ermanna Montanari
in scena Ermanna Montanari, Marco Martinelli, Alessandro Argnani, Nadia Casamassima, Alessandra Crocco, Roberto Magnani, Alessandro Miele, Laura Redaelli, Alessandro Renda, Salvatore Tringali
con i cittadini della chiamata pubblica
musiche Luigi Ceccarelli
in collaborazione con Giacomo Piermatti (contrabbasso), Vincenzo Core (chitarra ed elettronica)
e con gli allievi della scuola di Musica Elettronica e di Percussione del Conservatorio Statale di Musica “Ottorino Respighi” − Latina Valerio Cugini, Luca Giacobbe, Giovanni Tancredi, Andrea Veneri, Riccardo Zelinotti
con la partecipazione di Simone Marzocchi (tromba)
spazio scenico e costumi allievi dell’Accademia di Belle Arti di Brera Milano – Scuola di Scenografia e Costume Ambra Accorsi, Gaia Crespi, Nadir Dal Grande, Alessia Di Meo, Ludovica Diomedi, Federica Famà, Elisa Gelmi, Matilde Grossi, Carmen Loconte, Andrea Pogliani, Flavia Ruggeri, Francesca Sartorio
coordinati da Edoardo Sanchi, Paola Giorgi
in collaborazione con Accademia di Belle Arti di Brera Milano – Scuola di Scenografia e Costume
regia del suono Marco Olivieri
disegno luci
Fabio Sajiz
direzione tecnica Enrico Isola, Fagio
tecnici luci Luca Pagliano, Angelo Piccinni
realizzazione scene squadra tecnica del Teatro delle Albe Alessandro Bonoli, Fabio Ceroni, Fagio, Enrico Isola, Danilo Maniscalco, Dennis Masotti, Luca Pagliano, Joseph Geoffriau
foto di scena Marco Caselli Nirman
sartoria
A.N.G.E.L.O., Laura Graziani Alta Moda, Lorena Majer, Sartoria Fiori all’occhiello
organizzazione Silvia Pagliano
con Veronica Gennari, Giusy Mingolla
guide Anna Maria D’Adamo, Andrea Santantonio
collaborazione alla chiamata pubblica IAC Centro Arti Integrate
coproduzione Fondazione Matera-Basilicata 2019 e Ravenna Festival/Teatro Alighieri
in collaborazione con Teatro delle Albe/Ravenna Teatro
lingua italiano
durata 3h
Matera, Complesso monastico Fondazione Le Monacelle, 26 maggio 2019
in scena dal 17 maggio al 2 giugno 2019

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