“Uno scrittore dovrebbe vivere in provincia: non solo perché qui è più facile lavorare, perché c'è più calma e più tempo, ma anche perché la provincia è un campo di osservazione di prim'ordine. I fenomeni, sociali, umani e di costume, che altrove sono dispersi, lontani, spesso alterati, indecifrabili, qui li hai sottomano, compatti, vicini, esatti, reali”.

Luciano Bianciardi

Mercoledì, 13 Febbraio 2019 00:00

Lecce, Polo Sud del teatro

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È una Lecce fredda e nevosa quella che ritroviamo per la quinta edizione di Kids, il festival dedicato al teatro e alle arti per le nuove generazioni; è una Lecce fredda e nevosa, ma non è per questo che, nel cominciare il presente racconto, ne parliamo come un polo meridionale della teatralità nostrale; banchisa, pack e pinguini non c’entrano col nostro discorso, ad onta di qualche inusuale fiocco di neve visto cascare giù dal cielo salentino d’inizio anno.

La polarità a cui si fa riferimento è tutta teatrale e rimanda a una progettualità artistica e organizzativa implementata sul territorio da Factory Compagnia Transadriatica e Principio Attivo Teatro, le due compagnie che durante la stagione coabitano la residenza di Novoli e che organizzano sia Kids in inverno che il festival I Teatri della Cupa in estate. La polarità meridionale di questi progetti sta proprio nel riuscire a catalizzare – in due periodi dell’anno peraltro particolarmente “difficili”, vuoi per concomitanza di altre rassegne festivaliere (nel caso della Cupa), vuoi per la vocazione eminentemente vacanziera di entrambi i frangenti – una attenzione al teatro fondata su una programmazione di livello qualitativo crescente, tanto più apprezzabile se si tiene conto delle difficoltà indotte dalle strutturali carenze istituzionali, con fondi economici sul cui stanziamento si può fare affidamento aleatoriamente e le cui tempistiche di erogazione molto spesso non metterebbero in condizione di seguire una progettualità priva di rischi.
Eppure, da testimoni diuturni delle progettualità artistiche di Factory e Principio Attivo, dobbiamo registrare che le difficoltà non hanno fermato il percorso progettuale, che anzi appare qualitativamente in crescita, con un asticella spostata sempre un po’ più in alto nella ricerca di valore da aggiungere alla programmazione.
Il primo aspetto da cui partire nel fare resoconto di questa progettualità messa in mostra a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno credo possa ravvisarsi in una dichiarazione d’intenti precipua che si propone di rompere uno schema formale che irreggimenta il teatro ragazzi in un compartimento a tenuta stagna che lo distingue in rapporto di minorità dal teatro propriamente detto, senza apposizioni e distinguo ulteriori: “Per tutti” è infatti il motto dichiarato di questa edizione, a confutare barriere semantiche che non consentirebbero la descrizione di un panorama veritiero ed esaustivo dell’universo teatrale. “Per tutti” non è solo un’apertura che allarga il raggio dell’utenza estendendo il teatro ragazzi a una dimensione tout public, ma è in un’ottica più ampia e inclusiva anche un messaggio forte di compartecipazione, che veicola nel teatro un sentimento di prossimità e condivisione sempre meno presente nella società che la nuova politica sta disegnando con muri e chiusure; il teatro accoglie, il teatro avvicina e mette in relazione, lascia tracce che sedimentano e favorisce il confronto parlando una pluralità di linguaggi. E sono tanti e diversificati i linguaggi della scena a cui si affida questa edizione di Kids, spaziando dalla narrazione al teatro di figura, dal mimo alla danza, prevedendo come nella scorsa edizione un focus dedicato a un autore (quest’anno Claudio Milani, mentre nella scorsa edizione era stato dedicato a Roberto Anglisani), offrendo complessivamente un cartellone di livello internazionale la cui qualità media è estremamente soddisfacente e a cui si aggiungono attività complementari come il Kids Village, uno chapiteau allestito nel Chiostro dei Teatini, in pieno Centro Storico, in cui per tutta la durata del Festival si sono susseguite attività formative, ludiche e performative a cui i bambini hanno potuto partecipare gratuitamente.

Per quanto concerne il cartellone della rassegna, assisto alla seconda parte della programmazione, agli spettacoli che vanno in scena all’inizio del 2019, a cominciare proprio da Bù! di Milani, primo spettacolo di un trittico – gli altri due sono Voci e Racconto alla rovescia, a cui vanno aggiunti i due Racconti in carrozza portati in viaggio con le storie al Museo Ferroviario dallo stesso Milani – attraverso la visione del quale emerge nitido e delineato il quadro di un’etica e di una poetica.
Un’etica e una poetica che sono il fondamento di un approccio pedagogico serio e strutturato da parte di Claudio Milani nel pensare e realizzare il proprio teatro rivolto agli spettatori più piccoli, coi quali è in grado di instaurare un rapporto di fiducia immediato, fatto di piccole convenzioni che si ripetono in ogni messinscena, convenzioni che poi così convenzionali proprio non sono: un “ciao” che domanda risposta, e che subito dopo ne richiede una più forte e convinta al pubblico, apre ciascuno degli spettacoli e dà inizio così a un rapporto, a un dialogo, a un legame partecipe tra chi è al di qua e chi è al di là dello spazio scenico; si stipula così un tacito patto che crea una dimensione comune e condivisa tra chi narra e chi ascolta.
Da solo in scena, nella sua immancabile polo nera a maniche corte – che nella sua neutralità ci consegna un narratore che resta apparentemente esterno a ciò che narra – Milani esercita sapientemente l’arte della narrazione: modula voci, adotta un lessico semplice, lineare, essenziale, in cui ogni singola parola è scelta con cura per essere la più immediata e meno superflua possibile; costruisce il racconto sul ritmo affidandosi alle cadenze della filastrocca, rimata, assonante, in modo da creare un andamento ritmico costante a cui concorre anche l’utilizzo di elenchi in serie; accompagna la parola coi gesti, con una mimica anch’essa essenziale, non a caso il titolo dato al focus è “La parola nelle mani” e la sua gestualità, misurata e espressiva, ne rafforza la narrazione. Accade così in Bù!, in cui si narra del piccolo Bartolomeo e del suo viaggio per vincere la paura e dove ritmo, cadenza, gestualità e essenzialità della parola viaggiano in coordinata simbiosi, col gesto che anticipa la parola, così da creare un meccanismo che suscita interesse.
Costruzione simile eppur variata è quella di Voci, in cui ritroviamo il meccanismo circolare della storia (ambientata in una città di carta), che ha un inizio a cui alla fine ci si riallaccia, e le altre peculiarità narrative e interpretative sin qui descritte, compresa la minuziosa abilità di adoperare un lessico ridotto al grado più semplice – e al contempo più preciso – il che consente alla complessa profondità di senso che anima le sue storie di ottenere la massima fruibilità, raggiungendo lo spettatore mediante un percorso più breve e diretto di quanto possa sembrare, veicolando concetti precisi e pregnanti, come quello che ogni voce sia speciale come lo è ogni persona e che non si è mai persi fin quando si ha una storia da raccontare, sicché le parole assurgono a simbolo e strumento di libertà.
A chiudere il cerchio (e il focus) è Racconto alla rovescia, in cui il meccanismo iterativo su cui si poggia la narrazione di Claudio Milani è quello appunto dei conti alla rovescia, che scandiscono il tempo e il suo fluire, che raccontano di un gioco chiamato vita e delle tappe che la costellano; a questo meccanismo narrativo (verbale, gestuale, di nuovo essenziale e sempre di diafana chiarezza espressiva), si aggiungono i meccanismi tecnici sul palco: palloncini semoventi, un praticello rigoglioso che spunta come per magia su un lato della scena, l’arcobaleno che sotto forma di telone dal palcoscenico scorre a coprire l’intera platea suscitando un “oh” di partecipe meraviglia; e tutto non dà mai l’impressione di un elemento in esubero, mostrando quanto e come la semplicità espressiva e compositiva possa essere efficace senza andare a detrimento dell’espressione poetica, che anzi risulta rafforzata da un’evidenza che offre agli occhi di chi osserva la possibilità di guardare a cose note da una angolazione differente, dando la possibilità di soffermarci su ciò che abbiamo sotto gli occhi e spesso guardiamo senza vedere.

Elevata per livello, variegata per composizione, la parte internazionale del cartellone (sempre della parte a cui ho assistito a partire dal 2 gennaio), propone spettacoli provenienti da Francia, Spagna, Danimarca, Olanda.
Si parte con Imagine toi e con la strabiliante abilità clownesca di Julien Cottereau, che da solo occupa l’immenso palco del Teatro Apollo. Un chioccolio sommesso prelude al suo ingresso, Julien finge di avere uno spruzzino fra le mani e simula prima di essere un writer, poi finge di dedicarsi alla pulizia di cantucci di palco; il suono rimarca le sue azioni, pulisce, dà uno sputo, passa un cencio. Tutto mimato. Spruzza verso gli angoli del palcoscenico, lo spazza in lungo e in largo, accompagnando il tutto col sonoro rumore di gesti compiuti con oggetti solo evocati; vestito di bianco, cappellino verde che ricorda un po’ quello di Peter Pan (pur senza la piuma), Julien ha appena cominciato il suo show, che si protrarrà per quasi un’ora e mezza regalando perle di meraviglia e momenti di esilarante divertimento che ci disporranno ad essere indulgenti verso una reiterazione che a tratti rischia di travalicare il sottile confine tra la bravura mostrata e l’esercizio di stile. Ma Julien Cottereau fondamentalmente è possessore di un’arte e la mostra tutta: attore clown rumorista, le sue abilità strabiliano e conquistano, la sua abilità crea un mondo di evocazioni, un ruggito cavernoso che compare dall’ombra sembrerebbe dare coloritura cupa a quanto accade, ma è solo un attimo che pur ritornando nel corso della messinscena non acquisisce appieno consistenza drammaturgica nell’economia della rappresentazione; un dito strusciato in terra funge da accensione delle luci, il corpo si fa strumento di gioco, la voce strumento sonoro, un chewing-gum che non c’è viene teso fino a diventare una corda per saltare o un lazo da vorticare, addirittura un lungo cappio con cui rischiare di strangolarsi, o ancora il laccio a cui accalappiare una mosca che non si riesce a scacciare. Interagisce col pubblico, Julien, lo chiama a partecipare, lo rende parte integrante dello spettacolo, scende in platea e gioca a dirigere le azioni; gioca a palla con un bambino tirato sulle tavole dell’assito, ci gioca con una palla che ovviamente non c’è, ma fa esattamente il rumore che farebbe se ci fosse, la raccoglie nel proprio cappellino, che con un impercettibile movimento del polso si piega come se davvero quella palla ci fosse finita dentro.
La sinuosità armoniosa dei suoi movimenti, la mimica facciale che accompagna quanto accade, l’apparato di suoni sapientemente amplificato e gli opportuni tagli di luce: tutto concorre alla costruzione di uno spettacolo di grande perizia scenica. Se qualche appunto si può muovere a Imagine toi questo può consistere in una tenuta che a lungo andare perde un tantino d’energia, fors’anche perché denota un certo scollamento drammaturgico, come se le gag in sequenza non riuscissero a convogliarsi e raccordarsi in un disegno compositivo complessivo. E questo vale ad esempio per quel pericolo incombente a fondo palco evocato da una bestia ruggente, che non troverà una rispondenza drammaturtgica compiuta, se non nel costituire ulteriore oggetto giocoso d’interlocuzione, scevro di ulteriori significati, se non forse quello di ampliare il ventaglio evocativo di un immaginario. Ciò poco toglie alla bellezza visiva dello spettacolo, in cui la partecipazione degli spettatori chiamati e diretti da Julien è talmente ben fatta da far sembrare che chi è coinvolto fosse parte complice e consapevole dello spettacolo, ma così non è.
L’imperativo suggerito dal titolo dello spettacolo (“Immagina”) risulta assolutamente facilitato dalla potenza mimica evocativa e dall’inventiva espressiva dell’artista in scena. Ci sta raccontando una storia, a modo suo? Forse no, e quella certa indefinitezza drammaturgica di cui sopra sembrerebbe confermarlo; forse no, sta solo sobillando la nostra immaginazione: maieuta del segno, macchina del suono, incarna un mondo fatto di gioco e fantasia, che rimanda a casa lo spettatore con gli occhi pieni di sana meraviglia.
Altro spettacolo di grande inventiva immaginifica è Circus Funestus della compagnia danese Sofie Krog Teater, giocato su (almeno) tre piani di visione che compendiano circo, tecnologia e teatro di figura, imbastiti con una raffinatezza tecnica (e per l’appunto tecnologica) sbalorditiva: un castello circense funge da scenografia per una storia animata magica e drammatica, che ha per protagonista una vezzosa elefantina che canta, il suo amore contrastato con una pulce, che vediamo da un lato minuscola e dall’altro ingrandita in uno schermo per effetto di una microtelecamera. Ne sortisce uno spettacolo in cui la perizia tecnologica, unita all’abilità tecnica nel dar vita a pupazzi e personaggi, trasporta tra il macabro e il grottesco lo spettatore in una dimensione immaginifica che crea un misto di stupore e ammirazione, spaziando tra teatro, cinema, musica e cartoon. La tenera e suadente bellezza delle figure, la mirabilia dell’apparato tecnico-scenico, la sincronia dei rapidi movimenti, sono tutti elementi che rubano l'occhio; di contro, vi è un plot narrativo che finisce parzialmente disperso nell’affastello scenotecnico.
Improntato a un livello tecnico meno composito e raffinato, eppure accattivante per il pubblico che vi assiste è il viaggio fantastico di Tripula, uno spettacolo che ci rende non spettatori ma passeggeri, ai quali peraltro “non è garantito ritorno” e che ci vede suggestivamente prendere posto in un “aerostato” (ovvero coperti da un grosso telo riempito dall’aria calda che assolve a questa funzione) per intraprendere un viaggio immaginario sotto la guida di due strampalati personaggi, che tra gag e pantomime condurranno il giovanissimo equipaggio lungo un itinerario che, pur con qualche lungaggine nelle fasi di raccordo, vuole essere semplice e intellegibile metafora di una condizione di passaggio dal dubbio alla conoscenza; e questa semplicità, che magari gioca su una suggestione persino ingenua, quasi rudimentale nella sua esecuzione, ha comunque la sua efficacia, pur nella sostanziale artigianalità della resa scenica.
A concludere la rassegna degli spettacoli internazionali (almeno per quella parte a cui ho avuto modo di assistere), è stato il delizioso spettacolo Aaipet (tablet), degli olandesi Bronte Hood; messinscena che sceglie con gusto e intelligenza di calarsi nel tempo presente e di avere come protagonisti, oltre ai due attori in scena, gli schermi dei tablet, oggetti che ormai occupano uno spazio vitale quasi imprescindibile nelle giornate di ciascuno di noi. La cosa speciale, tenera, persino commovente di questo spettacolo che potrebbe sembrare il frutto di una deriva di un tempo quale quello presente, che ci vede come monadi tecnologiche iperconnesse, è invece proprio la capacità di far emergere, dalla freddezza luminescente degli schermi, una strabiliante traccia di umanità.
Giocato in scena con l’uso per l’appunto di alcuni tablet, Aaipet mescola, sovrappone e mette a confronto il reale col virtuale, facendo apparire oggetti e azioni alternativamente sugli schermi e sulla scena, creando interazioni tra due mondi apparentemente separati, instillando riflessioni necessarie sul rapporto fra uomo e nuove tecnologie. I due attori in scena alternano pantomime fisiche a giocolerie fatte apparire come per magia sugli schermi dei piccoli i-Pad, che arrivano persino a diventare figure di un piccolo teatro di marionette, o a trasformarsi in strumenti musicali che suonano insieme, fino a giungere alla più comica e al contempo tenera sovrapposizione tra reale e virtuale, che vede uno dei due omini finire “prigioniero” nello schermo di un tablet la cui batteria è in esaurimento; la scena suscita apprensione nel pubblico e le lacrime che gocciolano dagli altri schermi farebbero presagire il peggio, scongiurato dall’intervento manuale dell’uomo, che smonta il dispositivo e riporta “in vita” chi vi era finito dentro suo malgrado.
È uno spettacolo di grande freschezza inventiva, Aaipet, visione gustosa capace di farsi portatrice di uno stimolo alla riflessione su un tema vitale (e anche virale) della nostra società, in cui le nuove tecnologie stanno spesso soppiantando l’autenticità del rapporto tra l’essere umano e il proprio habitat.

Spettacolo che “gioca in casa” è invece Storia di un uomo e della sua ombra – il cui titolo originale sarebbe Mannaggia ‘a mort, che per questioni di etichetta s’edulcora e cede il passo a denominazione meno inquietante – spettacolo storico di Principio Attivo Teatro che compie dieci anni e a cui finalmente assisto dopo averlo a lungo inseguito. È lavoro drammaturgico che di una paura ancestrale e connaturata all’essere umano riesce a fare gioco da palco, muta clownerie che racconta una storia in cui l’inquietudine stempera in sorriso e la sempiterna dualità tra la vita e la morte viene giocata con la leggerezza di una pantomima, i cui ritmi serrati sono quelli di una slapstick comedy e vedono Giuseppe Semeraro e Dario Cadei inseguirsi, rincorrersi, acciuffarsi, perdersi e ricercarsi lungo il perimetro disegnato a raso di un’abitazione, in cui un uomo (Cadei) sfugge alla morte (Semeraro) che lo segue come un’ombra, cercando di prenderlo e portarlo con sé nei modi più cruenti, sottolineati dalla discosta ma sostanziale partitura sonora eseguita dal vivo da Leone Marco Bartolo, che concorre in solido coi due attori a far funzionare questo spettacolo con gli automatismi di un meccanismo di precisione.
A completare l’offerta spettacolare, l’ormai consueto appuntamento con il Museo Ferroviario di Lecce, i cui storici vagoni si trasformano in platee "viaggianti" (benché statiche) per storie monologate. Si parte in carrozza per In viaggio con le storie dopo essere stati guidati dalla cornice scenica affidata a Dario Cadei, folle e (ancora una volta) clownesco capostazione che guida gli spettatori ai vagoni e ai singoli monologhi dopo aver attraversato la parte museale in cui si possono ammirare modelli di treni in scala, accessori, plastici e manifesti – anche stranieri – del mondo ferroviario: il viaggio comincia, prim’ancora che siano le storie a prenderci per mano e a condurci verso un altrove evocato. Assisto a Il fantasma di Canterville (tratto da Oscar Wilde) interpretato da Angela De Gaetano e a Rosafiore figlia dell’Imperatore, favola della tradizione piemontese affidata a Daria Paoletta; la prima narrazione, d’ambientazione gotica e noir trova nella De Gaetano, di nero vestita, una narratrice capace di evocare le atmosfere cupe e spettrali di un racconto intriso di suspense e mistero, ma anche venato di humour nero che stempera i toni suggeriti da un’ambientazione fosca. Più eminentemente favolistico il racconto della Paoletta, che sviluppa – con le opportune variazioni di tono – una narrazione con tutti i crismi della favola, arricchita però da quel tocco di leggerezza dato dagli accenti caricaturali con cui Daria connota taluni personaggi e alcuni passaggi.
Per finire, a chiudere la programmazione e il nostro resoconto di essa, l’Hans e Gret firmato da Emma Dante: decisamente lo spettacolo più deludente di Kids, non in linea con il livello qualitativo medio della proposta artistica della rassegna. La fattura dello spettacolo, al di là della coloritura linguistica siciliana data ai personaggi, non mostra alcun apporto significativo in termini di visione e rielaborazione alla favola preesistente, declinata in maniera sostanzialmente piatta, optando fra l’altro per un registro recitativo approssimativo, in cui i protagonisti esasperano i toni espressivi e che fa sì che la messinscena scada – complici anche le scelte musicali eseguite in scena – verso la somiglianza con qualcosa che ricorda vagamente le recite parrocchiali. Si ha la sensazione che la firma sulla regia sia stata apposta dalla Dante con la mano sinistra e lo sguardo rivolto a destra e che l’escursione della regista palermitana nell’universo del teatro ragazzi sia stata compiuta senza il necessario approfondimento compositivo, con un'idea approssimativa che ha finito per svilire il senso stesso dell’operazione. Certo questo non va a inficiare il valore complessivo del Festival, ma stride di fatto con la visione artistica d’insieme di cui Kids è portatore.

Resta infatti la considerazione complessiva del valore della proposta artistica di questo Festival, così come resta (aumenta) la percezione di una comunità (teatrale ad ampio raggio) in espansione. Così, mentre la neve svanisce si arriva alla fine di questa edizione di Kids, fine sancita dal Grande tiro alla fune organizzato fuori dal Teatro Paisiello dai ragazzi del Festival dei giochi di Ceglie Messapica. La neve svanisce, ma non sbiadisce il ricordo di quanto veduto, ritorna pian piano un clima più consono a Lecce e al Salento, ma restano l’impressione e l’idea che questo polo, non prettamente geografico ma teatrale, stia pian piano spostando un po’ più a sud un asse teatrale rispetto al quale non si è più periferici ma centrali. A proprio modo “polari”.





Kids
Festival del teatro e delle arti per le nuove generazioni
Lecce, 27 dicembre 2018 – 6 gennaio 2019
direzione artistica Tonio De Nitto, Raffaella Romano
direzione organizzativa Tonio De Nitto
organizzazione e promozione Francesca D'Ippolito, Michela Marrazzi, Maria Chiara Provenzano, Raffaella Romano, Giovanna Sasso, Elisabetta Selleri, Adamo Toma
progetto grafico Alessandro Colazzo / sacodesign.it
allestimento spazi Dario Cadei
responsabile tecnico Davide Arsenio
collaborazione tecnica Otto Marco Mercante, Adamo Toma
foto e video Eliana Manca


Bù! – una divertente storia di paura

di e con Claudio Milani
testo Claudio Milani, Francesca Marchegiano
scenografia Elisabetta Viganò, Paolo Luppino, Armando Milani, Piera Milani
musiche Debora Chiantella, Andrea Bernasconi
produzione Latoparlato Como
paese Italia
lingua italiano
durata 50’
Lecce, Chiesa San Sabino – Salone Parrocchiale, 2 gennaio 2019
in scena 2 gennaio 2019 (data unica)

Imagine toi
di e con Julien Cottereau
allestimento Erwan Daouphars
collaborazione artistica Fane Desrues
luci Idalo Guerriero
tecnico del suono Morgan Marchand
costumi Renato Bianchi
produzione Little One, Julien Cottereau et Nicolas Sauvaige Production déléguée, TEMAL PRODUCTIONS
distribuzione Quartiere Libre
paese Francia
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 1h 30’
Lecce, Teatro Apollo, 2 gennaio 2019
in scena 2 e 3 gennaio 2019

Tripula – Viaggio fantastico ai confini del mondo
di Pep Farrés, Jordi Farrés, Jordi Palet
regia Jordi Palet, Puig
con Jordi Farrés, Pep Farrés
voce off Pere Arquillué
scenografia Jordi Enrich, Alfred Casas, Farrés Brothers
musiche Jordi Riera
luci Jordi Llongueras
produzione Farrés Brothers
paese Spagna
lingua italiano
durata 50’
Lecce, Castello Carlo V – Sala D’Enghien, 3 gennaio 2019
in scena 2 e 3 gennaio 2019

Voci
di e con Claudio Milani
testo Francesca Marchegiano
scenografia Elisabetta Viganò, Armando Milani
musiche Sulutumana, Andrea Bernasconi
cantante lirica Beatrice Palumbo
luci Fulvio Melli
produzione Latoparlato Como
paese Italia
lingua italiano
durata 50’
Lecce, Manifatture Knos, 3 gennaio 2019
in scena 3 gennaio 2019 (data unica)

Racconto alla rovescia
di e con Claudio Milani
scenografia Elisabetta Viganò, Armando Milani
musiche Debora Chiantella, Emanuele Lo Porto, Andrea Bernasconi
progettazione elettronica Marco Trapanese
luci Fulvio Melli
fotografie Paolo Luppino
poesia Paolo Ceccato
realizzazione teli Monica Molteni
produzione Latoparlato Como
paese Italia
lingua italiano
durata 55’
Lecce, Teatro Paisiello, 4 gennaio 2019
in scena 4 gennaio 2019 (data unica)

Storia di un uomo e della sua ombra (Mannaggia ‘a mort)
regia Giuseppe Semeraro
con Dario Cadei, Giuseppe Semeraro
musiche originali eseguite dal vivo Leone Marco Bartolo
disegno luci Otto Marco Mercante
produzione Principio Attivo Teatro
paese Italia
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 1h
Lecce, Manifatture Knos, 4 gennaio 2019
in scena 4 gennaio 2019 (data unica)

Circus Funestus
regia, drammaturgia e pupazzi Sofie Krog, David Faraco
puppet maker and puppet film Sofie Krog
scenografia e luci David Faraco
musica Cuco Perez
circus curtains Birgit Rasmussen
consulenza drammaturgica Jette Lund
produzione Sofie Krog Teater
paese Danimarca
lingua inglese
durata 55’
Lecce, Manifatture Knos, 4 genaio 2019
in scena 4 e 5 gennaio 2019

In viaggio con le storie
Il fantasma di Canterville
liberamente ispirato al racconto di Oscar Wilde
con Angela De Gaetano
paese Italia
lingua italiano
durata 30’
Lecce, Museo Ferroviario, 5 gennaio 2019
in scena 2 e 5 gennaio 2019

Rosafiore, la figlia dell’Imperatore
con Daria Paoletta
paese Italia
lingua italiano
durata 25’
Lecce, Museo ferroviario, 5 gennaio 2019
in scena 31 dicembre 2018 e 5 gennaio 2019

Hans e Gret
scritto e diretto da Emma Dante
con Manuela Boncaldo, Salvatore Cannova, Clara De Rose, Nunzia Lo Presti, Lorenzo Randazzo
scene Carmine Maringola
costumi Emma Dante
luci Cristian Zucaro
assistente alla regia Claudio Zappalà
assistente di produzione Daniela Gusmano
tecnico audio e luci Agostino Nardella
produzione Fondazione TRG/Emma Dante
paese Italia
lingua italiano, dialetto siciliano
durata 1h
Lecce, Teatro Paisiello, 5 gennaio 2019
in scena 5 e 6 gennaio 2019

Aaipet (Tablet)
regia René Geerlings
con Dionisio Matias, Michiel Blankwaardt, Sacha Muller, Erwin Boschmans (a rotazione)
produzione Bonte Hond
paese Olanda
lingua spettacolo senza uso di parola
durata 40’
Lecce, Manifatture Knos, 6 gennaio 2019
in scena 5 e 6 gennaio 2019

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