“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Venerdì, 21 Aprile 2017 00:00

L'ansia di morire bambini

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Sipario aperto. Palcoscenico buio su cui due pedane nere inclinate verso la platea sono illuminate da due fari di luce bianca, come una bocca spalancata sull’orrore di una storia che è ormai cronaca quotidiana, la storia di un gruppo di ragazzini di un quartiere malavitoso di Napoli che vuole crescere in fretta assimilando le regole non scritte di quell’unica realtà che conoscono. La storia è quella tratta dall’ultimo romanzo di Roberto Saviano, La paranza dei bambini, che ne ha curata la drammaturgia insieme al regista Mario Gelardi con cui mise in scena alcuni anni fa Gomorra.

Il termine paranza nasce nel gergo marinaro: sono piccole imbarcazioni per la pesca che trascinano le reti nei fondali bassi per prendere soprattutto i pesci piccoli che sono usati per le fritture, ma nel gergo della camorra è un gruppo di ragazzini spesso minorenni che sono usati per la bassa manovalanza: per sparare sulla gente del quartiere a marcare il territorio con il terrore, per lo spaccio della droga, per regolare piccoli conti e vendette personali. Ragazzini che non durano molto, che scambiano la loro vita con l’ebbrezza di avere un poco di potere e soldi, tanti soldi.
All’inizio della rappresentazione le rampe scure si muovono facendo intravedere un piano che taglia a metà la scena. Qui, illuminato da un fascio di luce, un ragazzo con un breve monologo spiega il significato del termine paranza nel linguaggio di chi è nato sul mare. Subito dopo irrompono con la loro vitalità sei giovani vestiti di nero, guidati dal capo Nicolas, detto Marajà dal nome del locale di Posillipo, zona bene della città, nel quale loro aspirano ad entrare per ratificare la loro scalata sociale ed affrancarsi dal mondo da cui provengono. La loro ascesa ha il fulcro nel dio denaro, “Chi c’ha i soldi li vuole spendere”, “Ho le scarpe da duecento euro e non mi fanno entrare” dicono due di loro.
Il gruppo ha come mezzo la cocaina, lo spaccio di droga per raggiungere questo fine, non a caso Nicolas cita Machiavelli in un dialogo. La paranza è alle dipendenze di White, un camorrista elegante, connotato da un ciuffo candido su metà della fronte che spicca sul nero dell’abbigliamento e di quello che lo circonda. Cocainomane arrogante, White cerca di tenere a freno l’ambizione di Nicolas, intuendo le pericolose potenzialità criminali del ragazzo per sfruttarle a proprio vantaggio. Sul piano superiore della scena agiscono quasi sempre White e il suo diretto superiore detto Copacabana, capoclan che si divide tra il quartiere e il Brasile. È spesso seduto su una sedia che sembra una delle parabole che si trovano sulla destra della scena insieme ad altre antenne televisive che evocano lo scenario dove i camorristi si esercitano al tirassegno, in un intreccio di interno e esterno che risulta assai evocativo.
Come satelliti, ruotano attorno alla paranza il più piccolo del gruppo chiamato Dumbo, disposto a qualsiasi cosa per entrare tra i più grandi, e il fratello di Nicolas che solo alla fine avranno un ruolo da protagonisti, ma non come avrebbero desiderato. Figure di contorno sono altri camorristi, i genitori di Nicolas, figure accennate eppure incisive a delineare un mare magnum in cui questi pesciolini di paranza nuotano senza sapere che il loro destino è già segnato. Saviano e Gelardi costruiscono la paranza come un poliedro chiuso, al cui interno si comunica con slang, sfottò, rabbia compressa, rispettando una gerarchia d’onore sempre sul punto di saltare, ma sempre pronta ad agire sul filo dell’adrenalina cocainica. Il ritmo narrativo a tratti risulta lento, talvolta ripetitivo, ma questi momenti sono ampiamente superati dal dinamismo scenico dei giovanissimi attori che irrompono in platea con le torce nella simulazione di una rapina, saltando da una parte all’altra dell’assito, anche con il movimento della scenografia con queste pedane oblique che si uniscono, dividono, creano ambienti chiusi e aperti. Su tutto domina il nero, che ingoia il ciuffo bianco di White e la cocaina ricordando alla paranza che “chi non fa un morto non comanda veramente”.
Quando la cronaca diventa opera letteraria e si trasferisce sulla scena, corre il rischio di rimanere vincolata alla dimensione temporale che l’ha generata, ma il merito di questa pièce è nella bravura di questi giovani che provengono dalla stessa realtà che stanno simulando sulla scena, grazie all’impegno che una volta si definiva civile e che oggi potrebbe essere definito come teatro di resistenza di Mario Gelardi, direttore artistico del Nuovo Teatro Sanità che fa opera meritoria di riscatto e di denuncia, di realtà e di arte fatta concretamente, tra la passione per il teatro e il desiderio di un futuro riscattato dalla miseria morale. Si segnala Antimo Casertano, maturato e cresciuto artisticamente in questi ultimi anni, mai sopra le righe in un ruolo difficile, quello di White, che poteva correre il rischio di essere ridotto a caricatura. 

 

 

 

 

La paranza dei bambini
di Roberto Saviano, Mario Gelardi
regia Mario Gelardi
con Vincenzo Antonucci, Luigi Bignone, Carlo Caracciolo, Antimo Casertano, Riccardo Ciccarelli, Mariano Coletti, Giampiero de Concilio, Simone Fiorillo, Carlo Geltrude, Enrico Maria Pacini
scene Armando Alovisi
costumi 0770
realizzazione costumi NostraSantissima, Barbara I Gongini, Gall, Ylati scarpe
musica Tommy Grieco
luci Paco Summonte, Alessandro Messina
progetto grafico Luciano Correale
responsabile di produzione Luigi Marsano
assistente alla regia Mario Ascione
collaborazione alla regia Carlo Caracciolo
aiuto regia Irene Grasso
foto di scena Cesare Abbate
progetto Nuovo Teatro Sanità
produzione Mismaonda
in collaborazione con Marche Teatro
lingua italiano, napoletano
durata 1h 30’
Napoli, Nuovo Teatro Sanità, 19 Aprile 2017
in scena dal 19 al 30 Aprile 2017

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