“Non ho mai il senso ultimo di quello che faccio. Vorrei che niente fosse mai finito. C'è sempre qualcosa che ritorna e scompare a cui non saprei dare un nome. Questo stesso enigma, però, mi spinge fino in fondo alle cose”

Antonio Neiwiller

Sabato, 22 Aprile 2017 00:00

Una cena pronta per un digiuno

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Sale sul palcoscenico di un vero e proprio teatro il “digiunatore” dell’omonimo racconto di Kafka, uno dei più enigmatici e inquietanti personaggi partoriti dallo scrittore boemo: si tratta di un fenomeno da baraccone che, chiuso in una gabbia durante il suo digiuno, si espone di giorno in giorno allo sguardo curioso della città, un numero un tempo di grande successo ma ora caduto in disgrazia presso il pubblico, più e meno giovane.

Come precisa il titolo in originale tedesco, Ein Hungerkünstler (“Un artista della fame”), ripreso anche da Nekrošius, il personaggio è l’immagine allegorica dell’artista. In esso viene rappresentata la sua solitudine interiore, la sua incompresa esposizione al mondo e la costante insoddisfazione di sé, non scalfita anzi accentuata proprio dalla presenza ‘distante’ degli spettatori che accorrono a vederlo, curiosi ma incapaci di intendere quella tensione che lo caratterizza, seria, tenace eppure “senza sforzo”, verso “l’onore della sua arte”, che egli vorrebbe d’altronde portare ben oltre i limiti che gli sono imposti (limiti che vanno al di là dell’arte, dacchè il digiuno prolungato sfida l’esistenza, la vita stessa!): quaranta giorni, oltre i quali scema l’interesse del pubblico.
Nekrošius sembra mostrare in questo spettacolo un legame diretto, un’affinità personale con il testo. In questa messa in scena il regista lituano tradisce gran parte di quelle che potevano essere le eventuali indicazioni sceniche presenti nel testo di Kafka, stravolgendolo per quanto riguarda ‘la lettera’. Infatti sceglie un’attrice come digiunatore, spesso seduta su una sedia e −anziché la gabbia − allestisce uno spazioso palcoscenico, con un fondale duplicato che raffigura un medesimo interno borghese ripetuto, percorso in lungo e in largo dagli attori, senza paglia a terra ma calzini o fiori rovesciati e poi raccolti in più occasioni, con un pianoforte su un lato.
Infatti la fedeltà al testo non poteva essere semplicemente trasposta, ‘rappresentata’ così come indicata nel testo. L’allegoria, e tanto più nell’opera di Kafka, rimanda sempre a qualcosa d’altro da sé, che non viene rappresentato e forse non può esserlo. Il testo, l’azione, il gesto quindi possiedono una realtà autonoma, che proprio nello sviluppo autonomo e apparentemente concluso che assumono schiudono una sorta di spazio vuoto che ci interroga, che chiede poi di essere interpretato, compreso (forse) nel suo significato, ma su un piano altro, assente nello spazio letterario come in quello teatrale.
E così l’attrice-digiunatore, sin dalla sua entrata in scena, sorprende rispetto al personaggio di Kafka, a partire dalla vivacità che mostra: anziché dimessa e passiva, entra e gira per la scena, dapprima guardandosi intorno, poi segnando su due lavagne ai lati del palcoscenico, da una parte il “Menu”: “digiuno” e, dall’altra, le “Sessioni” : “21... 35... 40 giorni”. Terminato di scrivere, si affaccia verso la platea e in vari modi, prima decisa poi sempre più incerta, chiama ripetutamente: “La cena è pronta”. La cena potrebbe essere lo spettacolo che è appena cominciato: una cena in cui si offre un lungo digiuno. Ma allora chi sarebbe il digiunatore, che cosa significa questa bizzarra figura? Nekrošius dissemina delle risposte, facendo dire in scena in una battuta non presente nel testo: “Solo un’anima sensibile”, “un contenitore vuoto”.
Dopo ‘l’invito a cena’ irrompono sulla scena gli altri tre attori che reciteranno il ruolo dei guardiani e dell’impresario del digiunatore. Sono molto sorridenti; ciascuno porta con sè un cartoncino che raffigura una parte del corpo umano, specificamente dell’apparato digerente e, rivolgendosi al pubblico per una sorta di buffonesca lezione di fisiologia, spiegano come funziona, dal cavo orale sino all’orifizio, finché uno sciacquone non chiude la scena (È probabilmente la fine auspicata per coloro che vogliono spiegare, sezionare in parti e spiegare analiticamente quanto invece non comprendono!). Solo adesso può partire il testo.
Ed è la bravissima attrice protagonista che con orgoglio comincia a raccontare del digiunatore. Uno dei guardiani le si avvicina leccando un gelato, glielo offre provando a tentarla, a corromperla inutilmente, puerilmente, e infatti al suo deluso rifiuto scoppia a piangere come un bambino. L’impresario invece – ammiccando al pubblico come farà per tutto lo spettacolo – rovescia a terra una busta piena di calzini, le toglie il paio che indossa e gliene mette un altro. L’ironia grottesca di Kafka sembra ripresa nelle pose comiche e caricaturali dei tre attori, di queste figure che guardano, sorvegliano, vogliono toccare e persino sorreggere quel corpo esile (e perché non lanciarlo fino al bordo del palcoscenico, così, tanto per ridere!). Sono figure caricaturali, nei gesti come nelle azioni sceniche che svolgono, e rimarranno tali per tutto lo spettacolo, volutamente sopra le righe, lontano dalla mimesi, come ad accentuare la distanza tra la realtà e la finzione che la magia del teatro può far scomparire (e Nekrošius stesso ne ha dato esempi memorabili in altre rappresentazioni), quell’incanto della scena che essi invece più volte infrangono scendendo dal palcoscenico tra gli spettatori, di cui cercano continuamente la compiacenza, in questo modo rimarcando e scavando sempre più una distanza attorno al fenomeno da baraccone rimasto al centro della scena a gridare oltre la ‘quarta parete’: “Hai capito?”.
La partitura del personaggio principale è costruita dall’attrice attraverso piccoli gesti e azioni che si ripetono: in particolare la bocca è spesso ostentatamente aperta come a mostrare di essere vuota, scongiurando ogni dubbio di frode, e insieme capace di intonare splendidi canti; da quella bocca così caratterizzata spunta in rapidi click la lingua, come tic che si ripetono sempre più spesso con l’avanzare del digiuno, quasi a voler leccare, come alla ricerca, vana, di sapori. La figura del digiunatore, anziché in statica attesa, delinea un’evoluzione lungo il corso dello spettacolo, con il suo corpo che sembra diventare sempre più fragile, sempre più in balia degli altri tre personaggi. I quali, quando finalmente è giunto il quarantesimo giorno, per festeggiare la fine riuscita del digiuno, le regalano una targhetta di riconoscimento, estrema e consueta delusione per il digiunatore, che vorrebbe solo continuare oltre, che non sa che fare di quelle targhette, di quegli attestati e diplomi che comincia a disporre a terra, uno alla volta, e che sono gli attestati personali tributati a Nekrošius durante l’arco della sua carriera.
Il digiunatore non può compiacersi dei premi, anzi più radicalmente non si riconosce alcun merito nel digiunare, vorrebbe solo una maggiore pazienza da parte del pubblico per poter andare oltre. Ecco perché non gli riesce di festeggiare: in fondo, confessa alla fine, la ragione del digiuno è che “non riuscivo a trovare la pietanza che mi piacesse”; e così alla fine, al posto della torta, preferisce divorare le candeline.

 

 

 

 

A Hunger Artist – Un digiunatore
di Franz Kafka
regia Eimuntas Nekrošius
con Viktorija Kuodyté, Vygandas Vadeiša, Vaidas Vilius, Genadij Virkovskij
scene Marius Nekrošius
costumi Nadezda Gultiajeva
aiuto regia Tauras Cizas
musiche Arvydas Duksta
luci Audrius Jankauskas
attrezzista Genadij Virkovskij
produzione Meno Fortas Theatre
con il sostegno di Consiglio di Cultura Lituano
organizzazione Aldo Miguel Grompone, Roma
paese Lituania
lingua lituano con sopratitoli in italiano
durata 1h 30'
Napoli, Teatro Belini, 19 aprile 2017
in scena dal 19 al 21 aprile 2017

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