“se ne restò a guardare, che stupido, Dio mio, che stupido”

Nicola Pugliese

Giovedì, 08 Luglio 2021 00:00

Cassandra, profetessa di un teatro abbandonato

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Platone racconta nel Fedro che le cicale nacquero per il dono che le Muse vollero fare a quegli uomini che, avendo scoperto la musica, passavano tutta la loro vita a cantare, dimenticandosi di mangiare e così morendo senza accorgersene. A loro, le figlie di Zeus e Mnemosine donarono la manìa divina che fu distribuita nelle sue varie forme, come la poesia e la profezia.La figura della profetessa Cassandra scelta da Federica Bognetti per la sua pièce, Il mio nome è Cassandra, di cui è anche unica interprete e regista, riporta in scena questo legame originario del vaticinio con le arti.

A differenza della ben più produttivistica favola di Esopo, in cui le cicale al confronto con le formiche assumono la veste di nullafacenti irresponsabili, il mito presenta invece la cicala come invasa dalla manìa e perciò cara agli dèi, in grado di vaticinare e muovere l’animo degli uomini verso la bellezza e la verità ‘divina’. Un mito che, oltre a ricordarci l’importanza e il legame dell’arte con il “divino” – e con grandi eccezioni e censure da parte dello stesso Platone – nondimeno può essere letto come la condanna che l’arte stessa riceve dalla vita o dal prosaico ordine sociale delle cose. Lo spettacolo, che si incentra proprio sulla figura e il ruolo dell’artista, e dell’attrice in particolare, ne rivendica il valore denunciando piuttosto l’abbandono, la dimenticanza, nella nostra società e oggi in particolare, verso questi corpi invasati che come calici vuoti sono riempiti dal divino e traboccano, o almeno dovrebbero esserlo secondo Platone, ridotti invece a industriarsi come formichine per non far la fine delle cicale. (Certo − ci metteva in guardia ancora Platone − esistevano manìe decisamente negative e da evitare, e il rischio della ‘retorica’ era piuttosto la regola che l’eccezione).
E così la citazione di Kafka, “Diventerò come una Sirena che ha un’arma ancora più fatale del suo canto: il silenzio”, diventa nel finale di spettacolo la profezia che ci consegna appunto la Cassandra di Federica Bognetti. Una profezia, purtroppo affatto nuova, sui tempi che viviamo, sul rischio legato alla perdita della bellezza e della memoria che la nostra epoca sta attraversando; ma anche una chiara ed esplicita denuncia sull’abbandono del teatro e dell’arte in generale durante l’emergenza e la chiusura seguita alla pandemia.
Il mio nome è Cassandra è un tentativo di riportare o, meglio, ricreare in scena attraverso il corpo dell’attrice, la bellezza della creazione del mondo, nel suo farsi e disfarsi, nel combinarsi e trasformarsi, e il conseguente ruolo delle Muse al cui canto è affidato il racconto. La pièce, infatti, intreccia a una forte presenza fisica in scena la tradizione orale dei cantastorie, combina la vocazione magica propria del teatro di provare a ricreare sul palco un mondo illusorio ed evocativo, alla dimensione concreta del racconto tra attore e spettatore. La parola stessa è intesa innanzitutto come materialità, voce di un corpo che raggiunge un altro corpo, anche se tutto ciò, piuttosto che provato in scena, viene detto attraverso un testo che corre senza sosta lungo tutto lo spettacolo, quasi senza lasciare lo spazio e il tempo per accoglierlo. Anche l’andamento drammaturgico delle scene sembra talvolta mostrare poche variazioni, non sempre in grado di dare la giusta forza alle singole azioni all’interno dell’insieme dello spettacolo, nonostante le capacità tecniche attoriali.
L’attrice e regista, accompagnata in scena dalle sole luci, percorre il palcoscenico in movimenti ora fluidi, ora contratti, spesso ripetuti, che delineano figure, danze, lettere dell’alfabeto, come a voler materializzare davanti allo spettatore, attraverso il corpo attoriale, la combinatoria della creazione. Ma lo spettacolo, altresì, alterna ‘pause’ di racconto, non sempre statiche, spesso interne ai movimenti corporei di scena, in cui Federica Bognetti racconta quanto viene rappresentato, con inserti metateatrali e metatestuali che richiamano alla dimensione primordiale dell’arte e del teatro, appunto, quella relativa all’incontro tra il racconto e l’ascolto. Nel testo c’è spazio anche al racconto di sé, dell’attrice che sognava da bambina di diventare attrice, di dedicarsi alle Muse, ai canti delle cicale, ai racconti dei racconti dei racconti, fino a risalire all’origine stessa della creazione, quando le lettere, una alla volta, ciascuna con le sue caratteristiche, chiesero a Dio di creare il mondo.
L’attrice ritaglia nella seconda parte dello spettacolo un discorso direttamente rivolto agli spettatori, a tratti quasi un comunicato politico, un atto d’accusa contro l’abbandono dell’arte e la impossibile condizione in cui sono stati lasciati i lavoratori dello spettacolo. “Pastiglie per dimenticare, fino a non esistere più... ma qualcosa rimarrà”, fosse solo il ricordo consegnato a un neurone di qualche spettatore. Al di là dell’accusa, un messaggio di speranza e di resistenza, che affida la salvezza all’ascolto, all’attenzione che esso richiede, alla sua importanza quando ormai, come oggi, non si riesce a sentire più niente.





Campania Teatro Festival 2021

Il mio nome è Cassandra
di e con
Federica Bognetti
regia Federica Bognetti
disegno luci Claudine Castay
datore luci Pasquale Piccolo
locandina Danilo Zerbini, Andrea Tibaldi
produzione Elsinor Centro di Produzione Teatrale, Compagnia Veranda Rabbit
paese Italia
lingua italiano
durata 52’
Napoli, Real Bosco di Capodimonte – Giardino paesaggistico di Porta Miano, 15 Giugno 2021
in scena 15 e 16 giugno 2021

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