“Noi siamo ciò su cui manteniamo il silenzio”.

Sándor Márai

Martedì, 04 Aprile 2017 00:00

Occhiali

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Alcune cose non sono visibili ad occhio nudo, esso deve vestirsi della lente dell’immaginazione per riuscire a vedere al di là delle presenze fisiche, concrete, che occupano tutto lo spazio davanti nascondendo ciò che c’è oltre. Alcune cose non sono visibili all’occhio umano quando esso si schermisce dietro la lente dell’indifferenza che fa percepire alcune cose e ne nasconde altre. Così l’occhio vede strade e stazioni affollate, cattura il continuo viavai di uomini e macchine ma assimila i corpi immobili di coloro che abitano la strada ai muri o ai marciapiedi. Ne fa presenze invisibili.

Tra i più grandi sognatori, capaci di vedere quello che non c’è, quello che esiste oltre le presenze fisiche, ci sono i poeti e tra essi il poetico hidalgo Don Chisciotte della Mancia che si costruisce la vita uguale a come la desidera. Più numerosi quelli che gli occhi li mascherano e finiscono col non vedere. Stasera a teatro possono essercene tante, posso esserci anch’io.
Circus Don Chisciotte di Ruggero Cappuccio ci fornisce un ottimo paio di occhiali. Con una lente aggiustiamo quella miopia che ci tiene lontani dalla realtà, con l’altra diveniamo ipermetropi e andiamo oltre ad essa, nel regno avventuroso dei cavalieri e delle spade, di principesse, castelli e maghe che muovono animali fatati.
C’è un luogo che è punto di incontro di tipi umani di ogni genere ed è la stazione. Senza andare da nessuna parte, rimanendo allo stesso binario, uomini e donne scendono dai vagoni in movimento, cambiando la scena e creando situazioni sempre nuove. Cappuccio rappresenta il mondo degli emarginati su una banchina. Essi provengono da ambienti diversi e hanno come unico bagaglio luminoso la propria storia. “Prima gradualmente, poi improvvisamente”, scriveva Hemingway, “si precipita nella povertà quasi senza accorgersene”. Può succedere a chiunque, in qualsiasi momento.
I protagonisti della storia sono un ex professore universitario e un uomo di provincia, scappato dalla campagna in cerca di fortuna in città. Michele Cervante, il professore, ha come unico bene alcuni libri che trasporta in un sacchetto della spazzatura e la sua fantasia. Salvo possiede i geroglifici che gli ricordano il paese tranquillo di cui ha tanta nostalgia. Si tratta di disegnini lineari su lastre di metallo che rappresentano una scala, le montagne, la fontana, il canale, un pettine, e che per chi sa leggere formano la parola AMORE. La povertà non ha preconcetti culturali, non si attacca all’uno piuttosto che all’altro anzi, essa unisce l’uomo colto a quello che non sa né leggere né scrivere. Li rende il cervello e il braccio, crea magiche illusioni per l’uno e gli strumenti per realizzarle all’altro. Decidono allora, il professore e il contadino di essere Don Chisciotte e Sancho Panza. Combatteranno i mulini, attraverseranno laghi, faranno cene opulente, salveranno Dulcinea, tutto senza muoversi di un passo, accogliendo nel loro mondo altri senzatetto che arrivano su vagoni che si muovono spontaneamente sul binario, senza locomotiva.
La scena che rappresenta uno scorcio di stazione alla fine del binario, cambia con l’arrivare dei vagoni. Ogni vagone, che arriva in scena e poi va via, rappresenta il personaggio che sta trasportando con una pittura specifica e sempre sognante. In questo modo anche la scenografia, come la trama, unisce il magico e il reale in un solo elemento. Arrivano coi vagoni i compagni di avventura di Cervante e Salvo ed essi indossano costumi in cui sogno e realtà sono cuciti insieme. Tutto il gruppo degli attori lavora con grande maestria e in particolare Giovanni Esposito che ci ruba continuamente risate con delicata e disperata comicità.
Lo spettacolo di Cappuccio ha del circo l’atmosfera da grande numero clownesco. Gli attori, con i loro movimenti sulla scena creano sempre l’aspettativa che qualcosa di grandioso stia per accadere. Tutto invece si risolve con un giro di telefonate o una passeggiata sui libri, una spiata al cannocchiale, incantevoli nel loro essere piccole straordinarie cose da guardare con la lente della fantasia. Tutto lo spettacolo è una piccola e incantevole storia, che fa ridere e commuove. È un uno spettacolo che parla di lotta sociale, di quegli invisibili che vogliono tornare al mondo e immagina una rivoluzione basata sulla letteratura, guidata dagli scrittori che muovono i popoli. Sono quegli stessi scrittori che regalano le loro parole a chi le legge ma anche a chi le vede come antichi geroglifici. È uno spettacolo che fa amare la letteratura, che fa credere che la bellezza salverà davvero il mondo, che suggerisce che si può imparare sempre qualcosa da una nuova persona incontrata per caso. È uno spettacolo che vede il palcoscenico come un’isola in mezzo al mare, circondato dal rumore scrosciante degli applausi e noi come un mare tempestoso lo abbiamo inondato.

 

 

 

 

Circus Don Chisciotte
testo e regia Ruggero Cappuccio
con Ruggero Cappuccio, Giovanni Esposito, Giulio Cancelli, Ciro Damiano, Gea Martire, Marina Sorrenti
scene Nicola Rubertelli
costumi Carlo Poggioli
musiche Marco Betta
disegno luci e aiuto regia Nadia Baldi
assistente scenografo Fabio Marroncelli
assistente costumi Maria Carcuro
direttore di scena Errico Quagliozzi
macchinisti Gigi Sabatino, Enzo Palmieri
capoelettricista Angelo Grieco
elettricista Pasquale Piccolo
attrezzista Mauro Rea
sarta Simona Fraterno
fonico Daniele Piscicelli
foto di scena Marco Ghidelli
produzione Teatro Stabile di Napoli – Teatro Nazionale
Napoli, Teatro San Ferdinando, 30 marzo 2017
in scena dal 23 marzo al 2 aprile 2017

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