“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 24 Luglio 2016 00:00

Macbeth e il sangue del Congo

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Solitamente, prima di andare a teatro, sono poche le informazioni che prendo sullo spetacolo che andrò a vedere: il titolo, chi firma la regia e, solo se ne ho qualche curiosità particolare, spulcio le note di regia o la sinossi. Questo perché preferisco non intaccare la possibilità di essere stupito, sorpreso e – magari, ma è raro – rapito da qualcosa di totalmente spiazzante.

Questa volta, trattandosi di un Macbeth, la sinossi non era una priorità e, una volta acclarata la provenienza geografica (produzione sudafricana), m’ero disposto ad assistere ad una traslazione shakespeariana, senza avvedermi che in realtà il riferimento precipuo fosse alla versione verdiana del Macbeth. Mi fossi accorto per tempo che il Macbeth che m’aspettava era in realtà calco della partitura operistica, probabilmente avrei rinunciato alla visione, cedendola ad altri più competenti – ed invero anche più interessati – di quanto potessi esserlo io. E mi sarei perduto una bella occasione: quella di confrontarmi con una versione, ancorché imperfetta, del Macbeth, capace di trasfondere le coordinate della più sanguinosa delle tragedie shakespeariane – passata attraverso il filtro della partitura verdiana – in una visione trasversale al presente, per come viene parametrata in un convincente gioco di analogie che riadattano il dramma a vicende coloniali (e neocoloniali) a noi cronologicamente più prossime di quanto lo sia l’epoca del Bardo.
Partendo da una struttura drammaturgica presa a prestito senza essere sconvolta e da una partitura (quella del libretto di Verdi) che appare invece stravolta solo da una traduzione sin troppo libera, che trasla al grado più “plebeo” la terminologia che leggiamo nei sopratitoli, questo Macbeth di Brett Bailey si trasferisce dalla Scozia alla Repubblica Democratica del Congo per parlare al presente usando il passato, o meglio, adoperando come un abito d’antica foggia – che dimostra di calzare a pennello – una storia scritta ieri per ciò che accade oggi come sempre. E questo non solo invera il discorso kottiano del Grande Meccanismo che sottende alla Storia (a quella particolare ed a quella universale che ne è riverbero proiettivo), ma anche e ancor più conferma quella visione “immaginativa” che del Macbeth shakespeariano dà Harold Bloom, soprattutto per quanto concerne la trasversalità dell’ambientazione, che pare sfuggire ad una connotazione eminentemente geografica per essere ambientato in “un cosmo radicale ed alienato” (il “kenoma” descritto dagli antichi eretici gnostici, sempre secondo Bloom). Sicché questo Macbeth sudafricano ci parla (o meglio, canta, o meglio ancora, ci parla cantando) di Africa e politiche neocoloniali, raccontandoci di un sovrano che arroccato in una dimensione fatta di kitsch e barbarie e di una Lady Macbeth sgargiante, lavandaia parvenu fattasi regina, che incorona il suo re, col quale coabitano una stanza/reggia (corpo sopraelevato in centro di scena) che ha le sembianze di un borghesissimo salotto di cattivo gusto, con divano maculato a fare pendant alle appariscenti mise, macuate e non, dei due consorti.
Sullo sfondo c’è la Repubblica Democratica del Congo, ci sono le storie dello sfruttamento, umano e minerario, che passano con tanto di schermate con didascalie esplicative e c’è un pretesto d’occasione che fornisce l’inquadratura che incornicia il dramma: il ritrovamento in un baule degli abiti di scena di una rappresentazione del Macbeth verdiano; l’episodio si offre come chiave d’accesso al dramma inscenato, cornice teatrale di un teatro effettivo. La scena è tripartita: un coro di dieci elementi da un lato, dal quale usciranno i protagonisti (gli eccellenti Owen Metsileng e Nobulumko Mngxekeza), dall’altro la No Borders Orchestra ad esegire dal vivo le musiche; nel mezzo il catafalco, fulcro delle azioni sceniche, cui faranno compendio da un lato la parte residuale del coro, che si ridurrà alle tre streghe, la cui funzione pare però invero svilita e depauperata di senso, fino a quando ce le troveremo, con audacia forzata, trasformate in simulacri simbolici delle multinazionali ree delle spoliazioni neocoloniali; dall’altro, si noterà ad un tratto altro simulacro, quello di un Macduff ridotto a fantoccio, con tanto di cartello al collo ad indicarne l’identità. ssieme a loro, sfruttatori in maschera, elmetto e doppiopetto incarnano la cattiva coscienza dell'Occidente, che sullo sfondo persegue e prosegue la propria opera rapinosa.
Nel mezzo Macbeth e consorte, con le loro vicende che si consumano in scena con tanto di machete branditi a compiere efferatezze. Peccato che in alcuni cambi di scena i protagonisti che si succedono escano come niente fosse mentre le luci si abbassano (anche quando si tratta di far uscir di scena chi è morto), una sbavatura formale che, pur confermando l’imperfezione di un (melo)dramma volutamente incongruo, non sporca la freschezza complessiva di un’opera che pur affidata ad un impegnativo percorso musicale e cantato, riesce a restituire allo spettatore un Macbeth del nostro tempo, riempiendolo di contenuti, mutandone la forma, salvando la sostanza.
E lasciandoci con quel filo di piacevole stupore che per solito s’accompagna a ciò che è in grado di suscitare un interesse non usuale.

 

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Macbeth
dal Macbeth
di Giuseppe Verdi
ideazione e regia Brett Bailey
musiche Fabrizio Cassol
direzione musicale Premil Petrovic
con Owen Metsileng, Nobulumko Mngxekeza, Otto Maidi
e con Sandile Kamle, Jacqueline Manciya, Monde Masimini, Lunga Hallam, Bulelani Madondile, Philisa Sibeko, Thomakazi Holland
musiche No Borders Orchestra: Stanko Madic (I° violino), Jelena Dimitrijevic (II° violino), Sasa Mirkovic (viola), Dejan Bozic (violoncello), Ilin-Dime Dimovski (contrabbasso), Jasha Nadles (flauto), Aleksander Tasic (clarinetto), Ivan Jotic (fagotto), Nenad Markovic (tromba), Viktoe Ilieski (trmbone)
percussioni Cherilee Adams,Dylan Tabisher
coreografie Nathalie Fisher
luci Felice Ross
suono Pierre-Olivier Boulant
assistente tecnico Carlo Thompson
re-lighter Tal Bitton
illustrazioni video e animazione Roger Williams
proiezioni Marcus Bleasdale/VII & Cedric Gerbehaye
sottotitoli Brett Bailey
costumi Penny Simpson
produzione Third World Bunfight
in coproduzione con Kunstenfestivaldesarts, KVS,Theaterformen (Braunschweig), The Barbican (London), Wiener festWochen La ferme du Buisson/Festival d’Automne à Paris
con il sostegno di Programma “Culture” dell’Unione Europea (EU Cultural Fund)
paese Sudafrica
lingua italiano, inglese (con sovratitoli)
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Politeama, 25 giugno 2016
in scena 24 e 25 giugno 2016

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