“Sono convinto che, giustamente, una delle funzioni dell'arte sia quella di sospendere almeno per un momento questa paura di morire che abbiamo tutti e che è ciò che in fin dei conti ci rende meravigliosamente umani”

Sergio Blanco

Lunedì, 08 Febbraio 2016 00:00

Il lavoro smobilita l'uomo

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Un vortice. Parole e situazioni si intrecciano e si sovrappongono, creando una vertigine temporale in uno spazio dissezionato, ripartito in più spazi, la cui funzione ruota e vortica come il senso concentrico della partitura che lo abita. #Lavorover40 si offre in visione come scrittura articolata, che declina il proprio senso mettendo in moto un meccanismo in cui ciascun personaggio è ganglio di un ingranaggio complessivo, ciascuno agisce interrelato – talvolta sovrapposto in frenetica logorrea – agli altri, intersecando, sul plot di un’unica vicenda complessiva i rivoli che da questa si diramano.

Un vortice, ovvero una spirale concentrica, che architetta disegno geometrico di una proiezione diacronica, in cui i cicli umani si riproducono sulla base di dinamiche consuete: nello specifico è il mondo del lavoro, col suo corollario di ripercussioni familiari, a riprodurre dinamiche di ordinaria disoccupazione; si parte da un’ambientazione anni ’70, come denotano abiti e citazioni musicali, e si giunge al giorno d’oggi, com’evoca quell’hashtag nel titolo, grafema contemporaneo, per ripercorrere in un ciclico ed eterno ritorno stazioni di una via crucis chiamata precarietà.
Quattro attori in scena: i tre membri di un nucleo familiare (padre in cerca d’occupazione, madre casalinga e figlia ribelle) e la figura incalzante di un intervistatore che ripropone incessantemente quesiti tipici della selezione del personale; ricorrono frasi usuali (“si ragiona in termini di middle e top management”) e soprattutto ricorre, incalza e si concatena una sovrapposizione dei piani dialogici, per cui la quarta figura aleggia come un lemure, spettro onnipresente che agita lo spauracchio di una crisi irrisolta, mentre le altre tre – padre, madre, figlia – si confrontano con le difficoltà contingenti (il padre, quarantatreenne in bilico tra precariato e disperazione), con le frustrazioni conseguenti (la madre, compulsiva nel celare le proprie inquietudini dietro scarpe lucidate a puntino affinché il marito non sfiguri al successivo colloquio), e col distacco e il disinteresse (la figlia, per la quale “la responsabilità è oscena” e che vive sia gli aneliti di rivolta che un figlio in arrivo come meri trastulli temporanei); una scena cupa e scarna, che riproduce un interno indefinito, buono per essere tanto lo spazio casalingo, quanto un ufficio lavorativo in cui sostenere colloqui di lavoro; e un oltrescena a vista, in cui si svolgeranno parti significative del rapporto padre-figlia, spostati a Londra o su una pista da sci.
Quel che ne consegue da quest'impianto è una pletora schizofrenica di intrecci dialogici, che contorcono le vicende intrecciandole, ma sempre traducendo l’apparente garbuglio in un disegno lineare, addirittura geometrico nel conchiudere tra inizio e fine la ciclicità di un discorso, che vedrà nel salto anagrafico dagli anni ’70 ai tempi nostri riproporsi le medesime meccaniche, i medesimi conflitti, le medesime frustrazioni.
Gli attori in scena si muovono con collaudata sincronia e connotano con precisione i rispettivi ruoli; quel che risulta sovrabbondante è il loop ridondante della commistione dei piani dialogici, ai quali bisogna star dietro per non smarrire il filo narrativo, vieppiù a causa di qualche dilatazione in sovrappiù e dello scarto temporale che divarica la vicenda tra il passato e il presente. Ma, al di là del tempo, pure frammentato e sincopato nella scansione drammaturgica, quel che promana da #Lavorover40 è la disgregazione di un intero consorzio umano e delle relazioni sulle quali si fonda, abbrutite dallo stato di tensione continuamente esacerbato dalle crisi occupazionali, a qualunque latitudine ed in qualunque epoca esse si situino. Pertanto abbiamo in scena la personificazione della secchezza gelida di un selezionatore del personale, il quale riporta tutto al pragmatismo della produttività, mentre i membri del nucleo familiare dissolvono l’affettività delle loro relazioni in una chiave meccanicistica, che li rende simili a inconsapevoli rotelle di un ingranaggio più grande (e come tali gireranno più volte intorno al loro tavolo), surrogando l’affettività in una bonomia di facciata, come ad esempio in occasione del compleanno del padre, festeggiato da una torta e da un coro di ”Tanti auguri” che non riesce a nascondere cupezze e tensioni di fondo.
La complessità dell’ordito conduce allo svelamento finale del discorso ciclico della reiterazione attraverso il tempo di dinamiche consuete; nel giungervi #Lavorover40 si lascia dietro un rimbombare di voci in frastaglio e l’eco d’un colpo sordo di rivoltella, che nella finzione del teatro si traduce in una pioggia di coriandoli d’argento e che nella realtà a cui quella finzione allude resta come monito delle conseguenze possibili di una e di tutte le crisi; al di là del tempo, al di là dei luoghi, inghiottendo uomini e storie in un ininterrotto vortice.

 

 

Su #Lavorover40 si veda anche: Sara Scamardella, Siamo quello che lavoriamoIl Pickwick, 26 aprile 2015

 

 

#Lavorover40
liberamente tratto da La domanda d’impiego
di Michel Vinaver
regia Bruno Tramice
con Bruno Tramice, Ettore Nigro, Lorena Leone, Clara Bocchino
costumi Alessandra Gaudioso
scene Concetta Caruso Cervera, Francesca Mercurio
disegno luci Ettore Nigro
movimenti coreografici Lorena Leone
regista assistente Rosario D’Angelo
sartoria Il Cascione
foto di scena Costantino Mauro
produzione Le Pecore Nere Srl
lingua italiano
durata 1h 25’
Avellino, Teatro 99posti, 31 gennaio 2016
in scena 30 e 31 gennaio 2016

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