“La vita come deve si perpetua, dirama in mille rivoli. La madre spezza il pane tra i piccoli, alimenta il fuoco; la giornata scorre piena o uggiosa, arriva un forestiero, parte, cade neve, rischiara o un’acquerugiola di fine inverno soffoca le tinte, impregna scarpe e abiti, fa notte. È poco, d’altro non vi sono segni”

Mario Luzi

Domenica, 15 Novembre 2015 00:00

Magmatico Borrelli

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Una sedia a sdraio blu, del Lido Fusaro, campeggia di spalle sul lato sinistro della scena, unica notazione topografica di un'opera che trasuda fuoco flegreo da ogni piega, da ogni nota, da ogni parola, da ogni gesto. Mimmo Borrelli arriva in scena a piedi nudi, con voce dolce, quasi dimessa, si presenta, "Io sono Mimmo", e come un antico corifeo racconta i nodi essenziali della storia, che "parla del nostro famigerato vulcano". Il Vesuvio, frutto della terrificazione di Lucifero, nel senso di discesa sulla terra, l'angelo ribelle che aveva osato guardare in faccia Dio.

La leggenda narra che l'angelo caduto avesse conficcato per terra la punta della sua coda, da cui sarebbero nati i vulcani. Prima ancora i Greci avevano raccontato dei figli della terra, i Giganti e i Titani, esiliati per aver osato sfidare il potere celeste di Zeus. I Giganti sconfitti, non a caso proprio nella pianura flegrea, che da loro e dal quel divino conflitto trae nome e origine, sarebbero stati incatenati nelle viscere della terra, da cui eruttano fuoco e fiamme a testimonianza del loro eterno e insonne sdegno.
Il breve prologo introduce il plot, sottile filo guida per seguire il torrente di parole che pochi istanti dopo si sprigioneranno dal petto possente, sudato, animato di un corpo che si fa mille corpi, di una voce che si fa mille voci, di una figura di attore/stregone/sciamano che sembra prendere forza direttamente dalla terra, quasi novello Anteo, quella terra ribollente che gli ha dato vita e che scorre evidentemente nelle sue fibre.
Le parole rotolano una dopo l'altra, come lapilli trascinati nel vortice viscoso della lava, come detriti inglobati nel flusso piroclastico. Tintinnanti come oro, lutulente come fango, aspre e aguzze come mattoni fratti. La voce, le voci di Mimmo Borrelli attraversano tutti i registri, tutti gli accenti, si fa grave e sonora, è un attimo dopo aspra e gutturale, per schizzare in un secondo a toni acuti e scendere di botto in singulti sincopati. La lingua passa da un napoletano che sa di antico, fatto di consonanti sonore, una lingua che non si sente e non si parla più se non in pochi, sperduti paesi, ad un dialetto contemporaneo, meno poetico, più sbrigativo. Le mani si muovono come lingue di fuoco, mentre il corpo saltella come in una danza. La sala ascolta immobile, fremente, come unico corpo, unico orecchio. Ascoltiamo stregati, come i topi della città di Hamelin. Le parole hanno un significato, parlano di noi, della nostra città, famigerata quanto il vulcano, così complessa e così semplice, così piena di storia e contraddizioni, così ricca e così povera. Poi parte, il suo monologo/invettiva/invocazione/melopea sulla città, alla città. Napoli viene evocata in tutte le sue forme, in tutte le sue manifestazioni, con tutta la sua bellezza struggente, con tutti suoi difetti. Il Vesuvio rappresenta l'essenza della città e del napoletano. Il vulcano creatore di vita, "'a man' 'e Dio" (la mano di Dio), ma al tempo stesso temibile flagello di morte, la mano che deve purgare. Napoli è il Vesuvio come due realtà complesse che si specchiano l'una nell'altra. La parola e il corpo di Mimmo Borrelli assumono tutte le forme, come in una partitura musicale. Difficile afferrare il senso di tutto ciò che viene detto, ma forse, come quando si assiste ad un'opera musicale, la sostanza è nel complesso di sensazioni evocate dalla musica e dall'espressione, nella capacità di un essere umano di piegare ogni sua fibra per rendere i diversi moti dell'animo. Una lingua e una partitura drammaturgica che procedono per accumulazione, come se ci trovassimo di fronte ad una sorta di Rabelais napoletano che fa incetta di ogni termine, di ogni immagine, di ogni suono, di ogni aggettivo, di ogni luogo comune, di ogni canzone, che hanno dipinto la nostra città per restituirne la sua stratificazione di senso potente.
Da un lato Mimmo, dall'altro la musica di Antonio Della Ragione, tappeto sonoro che dialoga con il corpo dell'altro, con la voce dell'altro, per creare questo intenso atto di accusa, presa di coscienza, ma soprattutto atto di amore, di pietà filiale, che questo figlio della terra offre umile e commosso, stupendosi e ringraziando per il dono della vita, un giorno ancora, a dispetto di tutto, per un ghiribizzo del caso, per un istante di commozione o di stanchezza del vecchio vulcano. E scompare, in una nuvola di fumo.

 

 

 

 

 

Napucalisse
di e con Mimmo Borrelli
musiche dal vivo Antonio Della Ragione
produzione Associazione Culturale Sciaveca
in collaborazione con 30ennale Sala Assoli
lingua dialetto flegreo
durata 55'
Napoli, Teatro Nuovo, 11 novembre 2015
in scena dall'11 al 15 novembre 2015

 

N.B.: Su Napucalisse si veda anche: Michele Di Donato, Efesto, Napoli e l'Apocalisse – Il Pickwick, 9 settembre 2015

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