“Perché rimani con me?”; “Perché mi tieni con te?”; “Non c'è nessun altro”; “Non c'è un altro posto”

Samuel Beckett

Mercoledì, 09 Settembre 2015 00:00

Efesto, Napoli e l'Apocalisse

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Efesto, dio della tecnica e dei vulcani, una fucina nell’Etna, un’altra nelle mani, fonde (e trasfonde) l’essenza magmatica del suo mito per informare di sé, potente e sulfureo, un Festival che gli rende tributo nel nome e che da peculiarità del suo essere trae magma come linfa, linfa come sangue, sangue come quello che scorre, caldo come lava, nelle viscere di Mimmo Borrelli, che di questo Festival è mentore, ideatore e direttore.

Novello Efesto, cui l’accomuna quel che di ferale che in lui s’annida e deflagra nella poesia del verso, Mimmo Borrelli, il demiurgo, l’aedo, il custode di una sapienza memoriale, per una volta si fa mentore, accoglie e introduce a quella sapienza, alla tradizione dei suoi luoghi, presso i cui dèi, come un druido bonario, intercede per poter far mostra del loro regno ad un pubblico che s’inoltra nel cuore sulfureo di Bacoli.
Comincia così Efestoval, che nella crasi d’un nome esempla e sintetizza vulcanica ispirazione e artistica vocazione. Al mentore Borrelli, psicagogo affabulatore, il compito di aprire, di prendere per mano lo spettatore e condurlo nei suoi luoghi; il vento sibila forte, lo stormire delle foglie sembra conferire un’atmosfera furiosa ad una serata, fresca oltremodo per un inizio di settembre, cui il giorno aveva offerto un preludio di grandine e bufera; è come se gli elementi mostrassero di volersi chinare, porgendosi benevoli e offrendo beneplacito alla scena, ribadendo col sibilar del vento la presenza ed il possesso di quei luoghi, al pari del maestro di cerimonia. Si parte dal Parco Cerillo, si parte con Mimmo Borrelli, si parte con Napucalisse, ovvero con la favola/invettiva in versi che denuncia, sbraita e vagola per un destino infernale cui Napoli sembra condannata e votata, al punto da invocare la furia dello Sterminator Vesevus per regalarle meritata palingenesi.
Si parte con Napucalisse, si parte da Bacoli, si parte in una cornice naturale che il lavoro volontario di tanti ragazzi del luogo ha strappato ai rovi affinché divenisse scena; Bacoli e Miseno sullo sfondo, il mare e il lago che scuri si confondono, incorniciati da luci lontane, mentre sulla platea d’occasione compare Mimmo Borrelli, voce sola che risuona dei suoi versi, versi per partitura altrimenti polifonica; monologo, reading, lettura drammatizzata... definizione che sfugge, portata via dal vento che incessante spazza la scena; certo, c’è un leggio, cui il cantore sovente s’appoggia, su cui di quando in quando sbircia, ma tutto ciò non riduce – non riesce a ridurlo – quel che avviene ad una facile catalogazione parateatrale; quel che accade è teatro, a dispetto della riduzione ad hoc che Borrelli ne compie per esigenze precipue; quel che accade è parola poetica che si fa corpo e voce risuonando nella cassa armonica naturale che è la carne di chi l’ha concepita; quel che accade è flusso incessante, eruzione poetica, scrittura magnifica che deflagra in un corpo, che è ad un tempo miccia e detonatore. Borrelli un vulcano, i versi la sua camera magmatica, in scena l’eruzione.
Nel rosso vivido e ferino delle luci di scena un Vesuvio ridesto nel quale avvampa l’anima di Lucifero alterca dapprima con un Pulcinella noir, parto negletto di contraddizioni ataviche, “’u pullecenella niro r’ ’a discordia nato ra ll’incesto r’ ’u riso cchiù traggico cu ’i bbarbarie”; dipoi, l’angelo precipitato, “bambeniell’ nato senza gambe” ribatte colpo su colpo all’Assassino ‘i Cartone, prototipo del male che alligna nei precordi della cattiva coscienza.
Riecheggia nei primi versi quel “vott' fore!” della Sciaveca borrelliana, che qui risuona come un’esortazione ad espettorare in magmatico fluire rosario di bestemmie, cantilena d’improperi, che qui risuona come lo svisceramento di una città, di una terra, di un popolo tutto incancrenito nel profondo, putrescente oltre il promo ingannevole di ogni cartolina oleografica, necessitante di rigenerazione, bisognoso di palingenesi, che qui risuona Napucalisse, ovvero, come da etimo, scoprimento del velo, della patina sotto cui alberga fuoco immane, feralità bruciante.
Angelo vendicatore, cavaliere alato che brandeggia versi, Mimmo Borrelli galoppa in profluvio di parole in rima, cavaliere di un’Apocalisse partenopea, evoca immagini che nel suo corpo teso s’istoriano, che nell’aria spazzata dal vento non si disperdono, ma s’esaltano nelle sottolineature musicali di Antonio Della Ragione, in scena a modulare ogni suono come un contrappunto tonale che ad ogni nota, anche appena pizzicata in punta di xilofono fa corrispondere una voce, un momento, un’atmosfera.
Ma, se le musiche sincopano le pregnanze di senso dei momenti e dei personaggi, le parole di questi non avvertono cesure, caracollano come cavalli al galoppo, in una ritmica verbale che mai s’arresta, per variarsi di tono solo al variare dei personaggi in cui Borrelli si trasfonde di volta in volta. Che sia il Vesuvio/Lucifero o il Vecchio Saggio Cinello o ancora l’Assassino ‘i Cartone, mai nel verso s’avverte un calo di tono; semmai delle variazioni significative, che rendono la partitura capace di spaziare in una pluralità di registri che contempera il tragico ed il comico, l’efferato ed il commosso, la virulenza dell’improperio e la dolcezza intrinseca dell’afflato che lo sottende.
Atto d’amore e d’insubordinazione, di ribellione e di appartenenza, Napucalisse condensa ossimori in un dialogare serrato, in un profluvio d’invettive dolenti che aprono squarci di sangue rosso come la lava nelle carni martoriate di una terra proteiforme, in cui il sommo male e il sommo bene sembrano convivere come opposti coincidenti.
Il corpo che vibra, i muscoli (scoperti) che si tendono, le braccia mulinate in avanti, una giacca indossata e poi tolta, catene d’oro al collo per evocare la simbologia della malavita, Borrelli in scena è corpo che svanisce per diventare icastico simulacro dei propri versi. Ammalia, incanta, rapisce... diverte quando sciorina l’iperbole di un matrimonio malavitoso evocando una pletora d’immagini in affastello che sono la quint’essenza dell’eccesso; polarizza i suoi personaggi in ipostasi simboliche, strappate allo stereotipo per farsi poesia cupa, parola ferale, eppure atto d’amore estremo, auspicio di rigenerazione.
Ribolle e pulsa la parola estrema, il rosario laico di geremiadi e contumelie, di invocazioni ed invettive. Scuote, affascina e conquista avvinghiando magnetico lo spettatore al continuum affabulatorio che si dipana lieve e pregno al tempo stesso, contemperando alto magistero poetico e basso mondo della suburra in una sincresi magica, icastica, capace di evocare, con sole parole musica e l’ausilio di un corpo, una fantasmagoria vivida, che sembra travedersi come sputata fuori da un inferno.
Un inferno che denuncia presenza e reclama mercede; un inferno che abita a Napoli e che Napoli vorrebbe inghiottire. Per sputarla fuori rinnovellata. Fiammella di speranza, che dopo l’ultimo verso resta accesa; illumina un’attesa, illumina un desiderio, rischiara la notte d’un flebile bagliore, presagendo il lontano innesco di una Napucalisse.

 

 

 

 

 

 

Efestoval
Napucalisse
di e con
Mimmo Borrelli
musiche dal vivo Antonio Della Ragione
luci e oggetti di scena Mimmo Borelli
foto di scena Gennaro Cimmino
produzione Associazione Culturale Sciaveca
lingua dialetto flegreo
durata 1h 10’
Bacoli (NA), Parco Cerillo, 5 settembre 2015
in scena 5 settembre 2015 (data unica)

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