“Quando tutto manca, quando tutto ci delude, quando tutto appare come una disfatta irreparabile, forse una sola cosa mi resta sempre: 'a voce. È questa, per me, il piccolo scoglio su cui mi ritiro davanti alla visione di perigliose acque da cui sono scampato”.

Enzo Moscato

Domenica, 19 Aprile 2015 00:00

Carote e manganello

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Dici Ascanio Celestini e pensi al teatro detto di “Parola”. Un teatro di impegno dove il testo soverchia l’attore che lo interpreta. In Discorsi alla Nazione, Ascanio Celestini porta in scena un monologo affidandosi solo al suo testo e alla sua capacità attoriale, affrontando uno o più temi di attualità, scegliendo un punto di vista coinvolgente con uno sguardo lucido, disincantato. La scenografia perciò è essenziale nella sua funzionalità al testo. Sul lato destro del palco ci sono diverse lampade a piantana, sulla sinistra vi sono due amplificatori metallici che emettono delle lucine rosse e verdi di accensione. Al centro vi è una serie di oggetti messi uno sull’altro senza un disegno definito o definibile, sono pedane dalle varie dimensioni.

Mentre il pubblico sta ancora entrando in sala e il vociare è rumoroso, Celestini scende dal palco in platea e si mescola tra gli astanti scambiando qualche parola anche con la maschera del Teatro Nuovo, mentre in sottofondo si sente il gracchiare confuso di varie voci maschili che poi sapremo essere di uomini politici e non solo. Quando la voce fuori campo aumenta di intensità, il pubblico inizia a fare silenzio e Celestini, con la camicia blu a motivi floreali bianchi e un giubbotto di pelle, sale sul palco ed inizia quello che è una specie di prologo sul teatro di ricerca, di avanguardia, di impegno politico di cui si occupa, il tutto espresso con tono ironico, fingendo quasi di non credere in ciò che sta dicendo come se queste definizioni fossero superate, obsolete, troppo enfatiche per descrivere oggi la parola “impegno”. Il prologo ironico presenta il tema della sua pièce: la guerra civile in un Paese immaginario dove piove sempre senza tregua. Celestini ci tiene a precisare che non è una metafora sull’Italia, anche se ci riguarda lo stesso, ma è un Paese dove il singolo, il potente, parla ad una massa informe senza mai ottenere una risposta. Il tono quasi irriverente descrive un Papa Francesco simpatico anche ai vetero-comunisti, un Berlusconi che ha avuto il coraggio di dire ciò di cui gli altri si vergognavano e altri personaggi della nostra politica. Emerge da un passato prossimo il lemma Gianfranco Fini, poi un ossimoro composto dal governo democristiano più vicino ad un regime intessuto di interessi criminali. In sostanza questo monologo iniziale non vuole essere un sommario che prepara ad una successiva argomentazione, ma una riflessione preparatoria a ciò a cui si assisterà. Celestini ricorderà sempre più spesso di essere un uomo di sinistra, con incertezze fonetiche, inciampi nelle pause come se stesse parlando a braccio. In realtà sta sottolineando la sua focalizzazione politicamente scorretta: “Sono di sinistra, però me ne frego!”.
Lo spettacolo vero e proprio, dopo una breve pausa di buio e poi alcune fonti di luce blu, inizia con Celestini che si avvicina ad una delle lampade accese sulla destra. È un inquilino dell’ultimo piano di un palazzo di questo Paese, dove la guerra civile e la pioggia sono incessanti. Ha un ombrello e davanti a lui c’è un uomo che ne è sprovvisto, in attesa di un riparo, di un gesto di solidarietà. L’uomo con l’ombrello, invece, è “un uomo senza qualità”, citando Musil, un prototipo dell’uomo di sinistra, pacifista, fintamente altruista. In un dialogo assurdo, in un crescendo di ipotesi arzigogolate, l’uomo con l’ombrello nasconde un dittatore, più o meno consapevole, un uomo che ha un potere e lo usa per sottomettere l’altro. Così, semplicemente. Una voce femminile fuori campo telefona al portiere del palazzo chiedendo di spostare un cadavere fuori dalla porta di casa sua. È l’intermezzo che lega le varie parti narrative. Altra lampada, altro personaggio. Seduto su una sedia con una scatola a mo’ di valigetta ecco un uomo che “lavora in casa”. È un cecchino, spara con orari da ufficio dalle 9:00 alle 17:00. La pistola che porta sempre con sé è la sua “coperta di Linus”, senza di essa è incapace di vivere. Le persone con cui si relaziona, compresa la moglie, le sostiene solo se le immagina come bersaglio, con il puntino rosso del centro. L’uomo è un imbelle, in un contesto politico diverso non reggerebbe la sua inanità. “Avere un’alternativa! Questo è lo scopo dell’uomo!”. E la sua alternativa è la pistola in tasca, senza di essa, deve affrontare la realtà. In sintesi il pensiero di possedere un’arma mortale dà forza e questo possesso è legittimato solo in un ambiente in cui domina il predominio.
Altro breve flash sulla conversazione telefonica ed appare il dittatore che fa un comizio. Celestini prende dal fondo alcuni pannelli che gli faranno da podio ed inizia il suo “Discorso alla Nazione”. Lui è l’espressione della classe dominante, si è imposto dopo aver imparato il lessico e i concetti dall’avversario di sinistra. Immagina un uomo come Gramsci al governo, quello sì sarebbe stato un governo che avrebbe dato un futuro migliore al Paese, ma la Storia non è andata così. Con “pazienza ed eleganza”, il Capitalismo è diventato un ombrello che, con rispetto parlando, la classe politica mette nel posteriore del popolo. Il tono con cui dice queste frasi è tranquillo, non è roboante, imponente, è quasi empatico. Il dittatore non è diverso da chi lo ascolta, è un concetto della stessa sostanza del popolo che domina. Parla con chiarezza, con un’asciutta e implacabile sincerità. “Parla come parlerebbero i nostri tiranni democratici se non avessero bisogno di nascondere il dispotismo sotto il costume di scena dello stato democratico”, dice lo stesso Celestini nelle note di regia. Può arrivare anche ad offendere chi lo ascolta, ricevendone un applauso.
Altra telefonata. Ha smesso di piovere, quindi finirà anche la guerra civile. Forse ci sarà un nuovo governo. Una democrazia. Ma la democrazia piena non si è mai realizzata. L’ossimoro tiranno-democratico è una realtà difficile da accettare, ma non ci si deve preoccupare. Il motivetto che canta Celestini in chiusura lo spiega bene: ”Carote e manganello non passeranno mai”. La differenza tra dittatura e democrazia è nessuna. Con un sospiro quasi di sollievo, si chiude la finestra su cui ci ha fatto affacciare Celestini. Ma fuori è buio.

 

 

 

Discorsi alla Nazione
Uno spettacolo presidenziale
di e con
Ascanio Celestini
suono Andrea Pesce
produzione Fabbrica
lingua italiano
durata 1h 30’
Napoli, Teatro Nuovo, 16 aprile 2015
in scena dal 15 al 19 aprile 2015

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