"È vero che non bisogna confondere la critica con la maldicenza o il gioco al massacro; ma altrettanto vero e forse ancor più dannoso è confonderla con la complicità e la propaganda"

Giovanni Raboni

Venerdì, 20 Marzo 2015 00:00

Il punto improprio

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Mentre il sipario si apre, si sente un forte scroscio di pioggia, poi uno sparo. La scena presenta una grande stanza grigia dalla quarta parete posizionata storta con i muri laterali che si restringono e convergono verso una parete di fondo aperta su un esterno dove si vede scendere la pioggia in una notte buia. Molte scritte su questi muri e queste due aperture fanno somigliare questa stanza a una grotta angusta e soffocante. Due scrivanie sono poste quasi una di fronte all’altra. Un inquietante orologio senza lancette si trova sopra una di esse sulla sinistra del palco. In seguito verranno aperti due pannelli laterali pieni di libri e di carte.
Su tutto predomina il grigio, il rumore della pioggia e dei tuoni.

Dopo lo sparo, irrompono dal fondo della stanza sulla scena tre poliziotti in divisa, che sembra verde militare, che sostengono un uomo bagnato, con i capelli lunghi bianchi scarmigliati ed infreddolito. L’uomo, nonostante le attenzioni e le cure dei poliziotti nei suoi confronti, si mostra nervoso e rissoso. All’arrivo del commissario di questa strana stazione di polizia, si scopre che l’uomo non è in stato di arresto, ma deve spiegare il motivo per cui correva nel bosco sotto la pioggia, in quella notte di tempesta. Lentamente, anche con molta resistenza perché l’uomo ha vuoti di memoria, si rivela la sua identità, mentre il commissario lo incalza con una serie di domande anagrafiche perché “è una pura formalità”.
L’uomo sconvolto è un romanziere famoso, Onoff, che non scrive più da sei anni e viene a sapere che il commissario, elegantemente vestito di beige con cravattino, è un fedele lettore dei suoi romanzi al punto da conoscerne molti passi a memoria. Questa, invece, tradisce spesso Onoff (che sembra stranamente accendersi e spegnersi come suggerisce il suo strano nome) che non ricorda il motivo della sua presenza nel bosco, non ricorda gli avvenimenti del giorno prima. Lasciato solo a cambiarsi gli abiti bagnati, Onoff scopre di avere la camicia sporca di sangue. La sua memoria fallace lo fa sentire subito colpevole di chissà cosa. Al rientro nella stanza del commissario, riprende il dialogo-interrogatorio tra i due, condotto su due opposti versanti. Da un lato sembra una conversazione quasi amichevole, con il commissario comprensivo e quasi psicanalista, dall’altro è un interrogatorio in piena regola con il tono e il codice burocratico dell’uomo di legge che vuole scoprire cosa sia accaduto in quel bosco perché, in quel luogo, è stato scoperto il corpo di uomo ucciso da un colpo di pistola alla tempia.
Lo stato confusionale di Onoff aumenta, incalzato dal commissario, però emergono frammenti di ricordi, di persone a lui care, spesso si contraddice, ma un poco alla volta la sua vera storia, e non solo di quella sera, si ricostruisce.
La sceneggiatura del testo teatrale tratta dal film Una pura formalità, scritto e diretto da Giuseppe Tornatore nel 1994, ad un certo punto sembra convogliare tutti gli strani indizi e le reticenze di Onoff contro di lui, creando un’atmosfera di suspense pronta ad evolversi verso lo scioglimento della vicenda. Ma nulla è come sembra: Onoff non è colpevole di omicidio, ma è la vittima, un suicida probabilmente della sua stessa vita. Il commissario governa la fase intermedia tra la morte e il viaggio da intraprendere fuori quella stanza opprimente, portando alla coscienza ciò che si è stati veramente facendo cadere tutti quegli inutili infingimenti che la vita, mentre la si vive, impone. Pirandello docet.
Accade tutto come nel teorema geometrico che tanto aveva affascinato il giovane Onoff: due rette parallele non si incontrano mai, ma al di fuori delle dimensioni spazio-temporali, esse possono incontrarsi in un punto all’infinito, detto punto improprio. Onoff ora è lì, dopo aver dimenticato tutto dopo il trauma della morte per poter poi ricordare se stesso, come i personaggi danteschi della Divina Commedia che, prima di ascendere al Paradiso, dovevano bagnarsi in due fiumi: il Letè che faceva dimenticare le colpe terrene e poi nell’Eunoè per ricordare le opere buone fatte in vita. L’arrivo di una nuova anima stravolta come lui prima, fa congedare il commissario da Onoff che esce alla luce in fondo andando incontro a chissà che cosa. “E adesso?” si chiede Onoff. Buio, sipario.
Tutto lo spettacolo è costruito con una notevole perizia che comprende tutti gli aspetti della messa in scena, dalla musica alle scene, oltre ovviamente al testo, forse un poco troppo prolisso in alcuni punti. Si assiste ad un esercizio di stile non scevro da quelle abilità sceniche tipiche del teatro di una volta, eppure non si riesce a cogliere l’origine di quella punta di noia che spesso ha fatto capolino, tra una battuta e l’altra.

 

 

 

 

 

 

Una pura formalità  
da Una pura formalità
di
Giuseppe Tornatore 
regia Glauco Mauri
con Glauco Mauri, Roberto Sturno, Giuseppe Nitti, Amedeo D’Amico, Paolo Benvenuto Vezzoso, Marco Fiore 
scene Giuliano Spinelli  
costumi Irene Monti 
musiche Germano Mazzocchetti 
luci Gianni Grasso
foto di scena Manuela Giusto
produzione Compagnia Mauri Sturno 
in collaborazione con Fondazione Teatro della Pergola
durata 1h 40’
Napoli, Teatro Bellini, 17 marzo 2015
in scena dal 17 al 22 marzo 2015 

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