“Mi dici che non hai dormito bene. Ti confesso che nemmeno io. Hai passato una nottataccia. Anch'io. Siamo straordinariamente calmi e teneri l'un con l'altro come se avvertissimo il nostro traballante stato mentale. Come se ognuno sapesse cosa prova l'altro. Anche se, naturalmente, non lo sappiamo. Non lo si sa mai. Non importa. È la tenerezza che mi preme. È questo il dono che mi commuove e mi prende tutto questa mattina”

Raymond Carver

Sabato, 14 Giugno 2014 00:00

Il tempo delle e-mail

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Clima da Festival, che vuol dire teatro gremito, gravido di aspettativa e temperatura torrida, da piena estate napoletana in un interno; l’interno è Galleria Toledo e l’aspettativa di un pubblico numeroso, che numerosamente agita programmi di sala a mo’ di ventaglio, è per Le ho mai raccontato del vento del Nord?, regia di Paolo Valerio, Chiara Caselli e Roberto Citran gli attori in scena.

Scena che si bipartisce in due interni, contigui e distanti, che lo sviluppo drammaturgico lascerà immaginare come abitacoli di due solitudini dislocate in una stessa città; il caso fortuito come veicolo di conoscenza virtuale, la posta elettronica come medium fluido in cui far galleggiare emozioni anelate e desideri sottaciuti.
Un tema dei nostri tempi, in cui spesso la possibilità offerta dal virtuale sublima mancanze, delusioni e solitudini in contatti e contiguità che si instaurano – in maniera più o meno fortuita – con portatori di altrettante mancanze, delusioni e solitudini; l’approccio alla materia si presta all’analisi sociologica ed all’indagine dei meccanismi psicologici che sottendono alle dinamiche relazionali veicolate attraverso la Rete. E non a caso, a firmare la regia è Paolo Valerio, docente di psicologia clinica imprestato al teatro.
Il vento del Nord è quello che sembra avvolgere due vite per poi esser lenito dalle parole scritte, infuso di calore che s’effonde in un abbraccio, ancorché solo virtuale, fra due anime che si trovano senza essersi cercate, ma forse già aspettandosi l’un l’altra, aspettando di poter riempire lo spazio parzialmente vuoto delle loro esistenze, spese per lo più fra le pareti di una stanza.
I due interni che occupano la scena contribuiscono a disegnare i contorni delle due figure che li abitano: un ricercatore universitario che è in procinto di condurre un’indagine sulle componenti emozionali della comunicazione via web ed una donna sola (in realtà sposata e madre di famiglia) che attraversa quella stessa fetta di web mentre divaga dalla quotidianità del proprio menage; lui occupa uno studiolo, scrivania e divano ne compongono l’arredo, lei invece una stanza con un ampio finestrone che dà sull’esterno e lungo il quale le piacerà stendersi trasognata, emblema del proprio bisogno di proiettarsi verso l'esterno. Lui pragmatico ed analitico, seppur non alieno dalla fascinazione e dal gioco della seduzione che si innescherà mediante la posta elettronica; lei meno pragmatica e meno analitica e del tutto vulnerabile alla fascinazione ed al gioco della seduzione, che incentiverà fin da subito. La comunicazione verbale tra i due avverrà attraverso e-mail, lette ad alta voce come fossero turni di conversazione, a volte proiettate per iscritto sullo sfondo come se fossero le dita stesse dei protagonisti a ticchettarle su una tastiera; il fondo scena accoglie, oltre alle parole digitate, anche le proiezioni di immagini che sono evocazioni degli istinti e dei desideri dei due personaggi e che sembrano alludere alla proiettività verso l’esterno, verso la vita reale, sublimata e non vissuta dai due, nell’attesa rinviata e mai del tutto convinta di un incontro perennemente in bilico tra desiderio di materializzare un’immagine virtuale e paura di mandarla in frantumi al cozzo con la realtà.
Sicché il dialogo fra i due (Emma e Leo) conosce un pàthos crescente, intervallato da qualche momento di impasse, che fa gioco al gioco delle scaramucce, delle schermaglie che sono proprie della seduzione e che in scena si protrae forse un tantino troppo, tirando una corda che giunge ai margini dell’estenuazione fino al (quasi) colpo di scena finale. È un gioco seduttivo e cerebrale, quello del disvelamento progressivo, della conoscenza graduale, filtrata attraverso la parola scritta, senza che intervengano le variabili né del contatto fisico e nemmeno di quello vocale; è un gioco che progredisce nell’animo di Emma e Leo, pur nella staticità stanziale dei loro ruoli e delle loro posizioni ed è un gioco che in scena viene sottolineato, efficacemente e progressivamente, dal variare delle luci, ora più piene quando tra i due interlocutori si immettono e si comunicano nuovi elementi di conoscenza, ora più cupe e in penombra quando tra i due intervengono momenti di piccola incomprensione o s’adombrano aspettative disattese. È un gioco che viene scandito da un tempo che appare riportato sul fondo, ma che è un non tempo che si dilata, del quale si perde presto percezione, perché trasportato in una dimensione altra, perché altre sono le vite che si incontrano in quella sospensione del tempo reale che è la variazione virtuale del proprio esistere. Ed è poi, per converso, un gioco che ha pretesa di essere ben più reale di quanto la virtualità dell’interrelazione possa far ritenere; basti pensare che, significativamente, in scena non c’è alcun computer, che pure è il mezzo che mette in contatto tecnicamente i due, a rimarcare quanto ciò che avviene tramite la parola scritta sia in realtà specchio del reale. In più, a rimarcare un senso di realtà, bramato, sperato, a cui quasi fideisticamente ci si aggrappa, Emma darà concretezza cartacea alle mail ricevute da Leo, quasi a volerne materiare in un modo la presenza fisica.
La tessitura drammaturgica tiene, forse come si è detto, protraendosi un po’ oltre il necessario, e comunque potendo contare su due ottime prove interpretative; convincente Chiara Caselli, mentre Roberto Citran si conferma attore più bravo di quanto sia reclamizzato.
Però, pur nella sua complessiva buona riuscita, Le ho mai parlato del vento del Nord? lascia dietro di sé due perplessità, una specifica ed una di ordine più generale. Nello specifico, sembra che quest’argomento delle amicizie virtuali, delle relazioni interpersonali che avvengono tramite un personal computer, pur appartenendo a tempi a noi coevi, abbia già mostrato tante angolazioni possibili da cui indagarlo e poco si aggiunge alla prospettiva sociologica dopo la visione; forse solo lo spunto per rinfocolare la discussione sull’argomento. Argomento che assai si presta alla chiacchiera ed al confronto, a fornire spunti a chi voglia ragionare sui meccanismi dell’amore, dell’amicizia, della conoscenza o, più in generale dei rapporti umani e delle dinamiche secondo cui si svolgono. Ci si può soffermare ad esempio sul grado di autenticità di questo tipo di relazioni, riflettendo su come, se da un lato il contatto virtuale consenta una mimesi ed una dissimulazione di se stessi, di contro può anche rappresentare un’intercapedine della propria realtà personale in cui lasciar emergere magari anche la parte più autentica di se stessi, magari sopita, magari custodita troppo gelosamente e che riesce invece a trovare in un canale indiretto e non convenzionale una stura maieutica che con tutta probabilità altrimenti non avrebbe. Corollario alla riflessione: personalmente, la visione di questo spettacolo ce ne ha riproposto alla mente un altro, visto qualche anno addietro: Le variazioni enigmatiche, di Ėric-Emmanuel Schmitt, portato a suo tempo in scena da Glauco Mauri e Roberto Sturno e che poteva già rappresentare una summa sull’argomento, pur essendo spoglio della componente telematica, sublimata invece in un rapporto epistolare – e nelle sue implicazioni sentimentali – al tempo in cui la parola scritta si demandava ancora a carta e inchiostro. Ebbene, poiché il raffronto comparativo insorge con una certa immediatezza, diciamo che, pur nella sua dignitosa composizione, Le ho mai parlato del vento del Nord? non riesce a raggiungere la compiutezza e la profondità dell’antecedente a cui facciamo riferimento, rimanendo un discreto spettacolo senza quel guizzo che lo possa rendere memorabile.
La seconda perplessità, di ordine più generale, riguarda invece la vocazione festivaliera di uno spettacolo siffatto che, ripetiamo, nel complesso non dispiace, ma rappresenta comunque la riproposizione di una forma teatrale piuttosto tradizionale, senza elementi di novità tali da farlo sembrare un “articolo da Festival”. Il che veicola l’ancor più ampio interrogativo, sul quale sarebbe interessante dibattere, in merito a quale sia – o debba essere – davvero la funzione di un festival teatrale e di cosa sia lecito aspettarsi dalla sua programmazione.
Lasciamo questo interrogativo sospeso, sperando che, diversamente da quanto avviene per le ultime parole digitate sul fondale che chiudono l'epistolario telematico di Emma e Leo, non se lo porti via verso l’oblìo il vento del Nord.

 

 

Napoli Teatro Festival Italia
Le ho mai raccontato del vento del Nord?
di Daniel Glattauer
traduzione Andrea Cipriani
regia Paolo Valerio
con Chiara Caselli, Roberto Citran
scene e costumi Antonio Panzuto
video Raffaela Rivi
musiche originali Andrea Cipriani
disegno luci Enrico Berardi
assistente alla regia Paola Degiuli
responsabile tecnico produzione Nicola Fasoli
realizzazione scene Laboratorio Teatro Sociale di Rovigo
coproduzione Fondazione Campania dei Festival – Napoli Teatro Festival Italia, Fondazione Atlantide Teatro Stabile di Verona. GAT
lingua italiano
durata 1h 40’
Napoli, Galleria Toledo, 11 giugno 2014
in scena 11 e 12 giugno 2014

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