“Ho forse dormito mentre gli altri stavano soffrendo? Sto forse dormendo in questo momento?”

Samuel Beckett; Aspettando Godot

Mercoledì, 25 Febbraio 2015 00:00

Agitare bene prima dell'uso

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Dice che mi ero perso qualcosa.
Per fortuna non gli incisivi che metaforici martelli volanti minacciavano di cavarmi di bocca in pubblica piazza, dinanzi a orde di seguaci ululanti incommensurabile passione.
Mi ero perso qualcosa.
E allora faccio un passo indietro e mi riavvicino alla famigerata creatura musicale metà cajon, metà fair play. Stavolta però lo faccio in streaming, dando ascolto a quello che è il primo lavoro discografico de La Bestia Carenne, dal nome Catacatassc’, pubblicato a novembre dello scorso anno.

L’album è stato interamente registrato e mixato dalla band, ed è stato co-prodotto attraverso una campagna di crowdfunding, ovvero una forma di finanziamento collettivo diretto alla realizzazione di un determinato progetto. Questo, come la forma del baratto messa in moto dai The Gentlemen's Agreement per dare alla luce il loro ultimo lavoro, rientra in quella che è la nuova ondata di concezione alternativa della produzione musicale creata dal circuito Creative Commons, di cui, non a caso, entrambe le band fanno parte.
Ma torniamo a noi.
La Bestia Carenne, per definizione dei suoi stessi creatori, è una sorta di mostro musicale in cui convergono tante anime quante quelle portate da ogni singolo componente, tese a formare un unicum, una creatura che vive, o almeno, dovrebbe vivere di vita propria. Un ambito artistico, insomma, in cui il singolo perde parte della propria individualità in favore del proposito comune, del disegno generale, che deve essere per forza di cose una summa, una sintesi omogenea. Questo obiettivo, invero, non riesce a compiersi completamente in Catacatascc’, lasciando tale sintesi a episodi, a sprazzi, non privi comunque di spunti di interesse, ma che rimangono, purtroppo, isolati e marginalmente approfonditi. Le due facce dominanti, che poi sono quelle di Giuseppe Di Taranto e di Paolo Montella, non riescono a raggiungere una simbiosi tale da permettere di apprezzare quella osmosi, quella compenetrazione di molteplicità di spiriti agognata in premessa. L’impressione che deriva, invece, è che due diversi cantautori si siano cimentati in diverse tracce nello stesso disco e non dello stesso disco: una sorta di compilation, per usare un termine desueto e che forse farà storcere i musi poco oggettivi e vagamente snob del nutrito fans club dei nostri beniamini (d’altra parte accomunare le parole “fan” e “oggettivo” sarebbe una contraddizione in termini), ma che, invece, può rendere più chiaro il discorso a chi fan non è. E sono, probabilmente, questi particolari nella loro sostanza, più che l’aver disatteso una “promessa”, a rendere Catacatassc’ difficile da ascoltare per intero e senza balzi di traccia. Da ignaro ascoltatore non potrei che limitarmi ad immaginare di assistere al compimento dello stesso album, fatto, questo, che, a voler essere sinceri, potrebbe anche essere inteso in senso positivo: molti artisti, difatti, rifuggono l’idea di essere ingabbiati ed etichettati, preferendo la variegatura alla monocromia, la sfaccettatura all’uniformità. In questo caso però si veleggia in una direzione più spinta che va oltre la semplice sperimentazione di genere e approda ad una sorta di comunione forzata. Troppo diversi sono i risultati che vengono fuori da due attitudini autoriali talmente differenti da vanificare il pieno raggiungimento del comune sentire. E questo lo si avverte nelle singole tracce del disco: più intime, tradizionali, fortemente ispirate alla musica popolare e al racconto, quelle di Di Taranto, (Le cose che desideri, Jeanne, Traskei, Billy il mezzo marinaio), canzoni a cui ci si riesce facilmente ad affezionare e che, non di rado, ci si ritrova a canticchiare; più sperimentali – passatemi il termine – in alcuni casi ai limiti della umana sopportazione, quelle proposte per voce di Montella, come Toccare o Il sapore, ove francamente non si comprende l’esigenza di voler forse stupire a tutti i costi, con controtempi e dissonanze vocali  e strumentali, di cui non rimane che un leggero senso di fastidio. Sensazione di cui invece si perde il segno, ad esempio, in La macchina trasversale  o in Uno studente e Vysotskij, a mio parere il brano migliore, col suo incipit e l’incedere un po’ alla Yann Tiersen, e quel finale sospeso in semplici e gradevoli sequenze di accordi, che non ci si stanca di rimandare indietro per ascoltare ancora.
Catacatassc’, in fin dei conti, è un album discreto, che lascia sì un senso di incompiuto, pecca tutto sommato recuperabile, se si pensa che siamo solo al primo capitolo, ma che contiene in sé anche la soluzione. Alcuni buoni spunti lasciano intravedere un progetto interessante, chiaramente in divenire, ma che comunque non può prescindere dal raggiungimento di quella amalgama musicale e autoriale realizzabile solo attraverso la continua condivisione di palco e vita, unica strada che una band può intraprendere nel difficile, lungo percorso della piena affermazione artistica.

 

 

 

Catacatassc’
La Bestia Carenne
voce, chitarra acustica Giuseppe Di Taranto
chitarra elettrica Antonello Orlando
voce, basso, tastiera Paolo Montella
percussioni Giuseppe Pisano
etichetta BulbArtWorks
tracklist: 1. Catacatassc’; 2. Il Sapore; 3. Billy il mezzo marinaio; 4. Le cose che desideri; 5. #1; 6. La vacanza di un ferroviere; 7. Traskei; 8. Una macchina trasversale; 9. #2; 10. Jeanne; 11. Toccare; 12. Uno studente e Vysotskij; 13. Cadillac

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