“Il risultato fu penoso: silenzio, imbarazzo, stupore. Si sentì volare la parola canovaccio; qualcuno chiese se si trattasse di una tragedia o di una commedia. Quasi tutti furono d'accordo nel giudicare il testo irrappresentabile. Fu così che Čechov − lo sguardo basso, le mani in tasca, a piccoli passi lentissimi − se la filò in albergo, sulla Tverskaia, senza farsi notare”

Cesare Garboli su "Le tre sorelle"

Sabato, 06 Dicembre 2014 00:00

Austerlitz: ma non la battaglia dei tre imperatori

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Se finora questo nome poteva riportare alla memoria la città morava dove il genio militare corso ebbe la meglio sullo zar e sul sacro romano imperatore, è arrivato il momento di aggiornarsi perché Austerlitz, Jacques Austerlitz per la precisione, è il protagonista del romanzo scritto dal tedesco Winfrid Georg Sebald poco prima della sua morte avvenuta in un incidente stradale.

Jacques Austerlitz è professore a Londra di storia dell’architettura. L’io narrante lo incontra per la prima volta alla stazione ferroviaria di Anversa, nella Sala dei Passi Perduti. Mi pare già questo un indizio di non poco conto. Siamo nel 1967 e Austelitz ha la stessa espressione di sofferenza di Ludwig Wittgenstein. Parla di edifici importanti, di strutture possenti, di fortezze militari pensate per durare nei secoli ma risultate dopo pochi decenni del tutto inutili perché superate da nuovi metodi d’attacco. Costruzioni nate da un’idea di perfezione, di razionalità. Un’idea che spinta all’eccesso diventa inquietante, persino nefasta e che molto assomiglia a quella che ha spianato la strada al nazismo. Dopo il primo capitolo, l’io narrante e Austerlitz proseguiranno in un destino di incroci casuali e ogni volta Jacques riprenderà il discorso dove lo aveva lasciato.
Si capisce che Austerlitz è oramai un uomo avanti con gli anni, coltissimo, che vive da solo a Londra, in un piccolo appartamento arredato in modo semplice. L’uomo passa il tempo a ricordare, anche piccoli episodi, all’apparenza insignificanti. A scrivere, a passeggiare di notte, a scattare centinaia di foto a edifici, stazioni, caserme.
La vita di Austerlitz, oltre a essere questo lungo e denso monologo, è una regnatela che si allarga, dove il passato è svelato a tappe. Ed è un triste passato. L’infanzia trascorsa in Galles nella casa del predicatore calvinista Elias, poi il collegio dove va a studiare e gli verrà rivelata la sua vera identità. Strappi in avanti ed episodi a ritroso che conducono pian piano al cuore di un’Europa devastata dall’odio, dalla guerra, dalle deportazioni. Si entra nel ventre molle e malato della civiltà passando per arterie secondarie, fino ai figli più fortunati dei deportati nei lager che arrivavano in Inghilterra grazie ai convogli del kindertransport, quei treni dell’ultima ora che li sottraevano allo sterminio hitleriano. Erano salvi, certo, ma privi d’ogni affetto, strappati alle proprie origini. Il treno di Austerlitz è partito da Praga, la madre, attrice sulla via del successo nella Cecoslovacchia ante-1938, nel frattempo è stata condotta a Terežin, il padre socialista è fuggito a Parigi.
Nel 1998, Austerlitz tornerà a Praga per provare a riempire il vuoto. Incontra la vecchia balia, rintraccia la sua casa, indaga su tutto, visita musei, fa ricerche nelle biblioteche per conoscere i documenti disponibili, studia attentamente ogni foto. Poi parte per Parigi e seguita a indagare per avere notizie del padre. Mentre per metà romanzo nulla aveva fatto per conoscere il suo passato, avverte sempre più urgente l’esigenza di fare luce.
Scrittura inusuale quella di Sebald, fatta non solo di parole ma anche di fotografie e riproduzioni di documenti, una prosa laboriosa che destina questo libro sublime verso le derive dell’ambiguità, della malinconia. I ricordi di Auterlitz, mentre il libro avanza, diventano più vaghi, sono aloni attorno a immagini e la prosa di Sebald, di pari passo, è meno incisiva, meno narrante, a servizio di un’esistenza che si trasforma in un vago pellegrinare inconscio fatto di fugaci sensazioni. Eppure resta la necessità della memoria, riconducibile a un’esigenza individuale, un retrobottega privato che è arma di difesa rispetto ai drammi collettivi prodotti dalla storia: il passato in Austerlitz è rimosso nella prima metà del libro, esplorato, cercato, studiato con appassionata tenacia, con ossessione, nella seconda metà.
Ci rendiamo allora conto del perché il romanzo si sia aperto con possenti fortezze militari e del perché le stazioni ferroviarie siano così importanti: le prime sono la metafora del costruire mentale del protagonista. Anche il suo palazzo dei ricordi è soggetto all’assedio del dolore, non è detto che resista, ma Austerlitz non può rinunciare a questa pretesa edificatoria. Le stazioni sono luoghi di separazione ma anche di incontro e sono varie quelle segnano la trama: Praga, Liverpool, Gare d’Austerlitz, Anversa. E Terežin, fortezza dalla pianta a stella trasformata dai nazisti in ghetto, quel ghetto in cui è stata deportata la madre per poi essere inviata in un campo di sterminio. La stella è una forma ricorrente e il richiamo alla stella di David è automatico visto che poi il protagonista è ebreo. È un richiamo senza tuttavia citazione. E in questo viaggio senza tempo, visto che Austerlitz non porta orologi pur frequentando le stazioni dove in genere c’è un immenso orologio su cui si regolano i viaggiatori, si creano degli automatismi fra io narrante (in fondo, Sebald stesso)-Jacques Austerlitz-lettore, degli scambi, mentre i binari corrono paralleli come rette che s’incontrano. All’infinito ma si incontrano.

 

 

 

 

 

Winfrid Georg Sebald
Austerlitz
traduzione di Ada Vignani
Milano, Adelphi, 2002 (2001)
pp. 315

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