“L'unica cosa che mi interessa è come cominciare, come continuare e come finire una frase”

Danilo Kiš

Domenica, 30 Novembre 2014 00:00

Dieci motivi per leggere "Hunger Games"

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#1: SPIETATEZZA
Avremmo dovuto capirlo già da titolo: Hunger Games, letteralmente giochi della fame, laddove la pronuncia di "hunger" ricorda molto quella di "anger", rabbia, il che avrebbe dovuto farci saltare la pulce all’orecchio.
La rabbia, nella sua più violenta declinazione, è proprio ciò che caratterizza questa concitata trilogia: uccisioni, quasi sempre cruente, torture psicologiche e fisiche, morti per inedia e per assideramento, avvelenamento del sangue, per finire con bombardamenti e esecuzioni di massa. Suzanne Collins non ha avuto paura di mostrare un buon numero di cadaveri, una volta uomini, donne e bambini, informandosi nel dettaglio sull’effetto esatto di ogni genere di accidente che possa investire il corpo umano.

Il fatto che i protagonisti – nonché gli artefici delle spietate uccisioni compiute durante gli Hunger Games – siano degli adolescenti, fa sì che il lettore senta dentro di sé un moto di ingiustizia nei confronti di un sistema altrettanto ingiusto, secondo il quale adolescenti già sulla soglia dell’età adulta vengano contrapposti ad altri ancora mingherlini e imberbi. Il lettore si trova a soffrire per la condizione priva d’innocenza in cui versano i giovani di Panem, odia che debbano esserci delle fazioni di ragazzini antagoniste per ricchezza e privilegi, ma al tempo stesso – per una sorta di morbosa curiosità – continua a leggere per sapere cosa ne sarà di loro, riformando – attraverso le sue inevitabili preferenze – le fazioni verso cui si era indignato all’inizio.

#2: LEALTÀ E AMICIZIA
In un quadro del genere, ci sia aspetterebbe solo abbrutimento e uno spicciolo egoismo atto alla sopravvivenza. Eppure i sentimenti nobilitanti l’animo umano, come la lealtà, il rispetto, l’affetto e l’amicizia, affiorano inaspettatamente nei passaggi più truculenti del racconto. Come a dire che, anche nelle situazioni in cui interi popoli sono soggiogati con la violenza e il terrorismo psicologico, quei moti dell’animo che ci caratterizzano come esseri umani non svaniscono mai del tutto. Dimostrano che non tutto è un dare-avere finalizzato al tornaconto personale, e il fatto che l’autrice abbia saputo giocare su questa dicotomia è un altro dei motivi per cui la sottoscritta (e molti altri fan, non mentite) si è emozionata come una bambina. Inaspettatamente emerge del sentimentalismo in una narrazione che è tutto tranne che sentimentale, ma questo non avviene sulla carta, ma solo nel cuore del lettore: una delle magie dei migliori romanzi.

#3: AMORE
L’unica vera forma incondizionata d’amore che si trova nel libro è quella fraterna. Katniss, la protagonista, dà via alla storia offrendosi volontaria per salvare la sorella dodicenne dagli Hunger Games; da quel momento in poi, ogni sua azione sembra sempre finalizzata alla salvezza di Prim, come se Katniss ne fosse la madre e non la sorella diciassettenne. Nel libro viene anche fornita una spiegazione di questa sua propensione, ma a mio parere non è sufficiente: Katniss in realtà è già un’adulta, non solo perché è protettiva verso la sorella, ma anche perché non è interessata ai passatempi delle persone della sua età. Come gli altri ragazzi che popolano il Distretto 12, è cresciuta troppo in fretta e la sua preoccupazione maggiore è quella di proteggere la sua famiglia: è una preoccupazione che le occupa la mente a tal punto da impedirle di provare interesse per avere l’amore di altre persone, come Peeta o Gale, con il risultato di farle solo soffrire.

#4: ADOLESCENTI
Il fatto che i protagonisti siano adolescenti crea un altro punto di vista sull’interpretazione dell’intera vicenda (complementare a quello esposto nel punto uno): si crea un’aspettativa. Dal momento che la nostra società deplora la morte di giovani uomini, noi lettori nutriamo l’innata convinzione che questo tipo di morte alla fine verrà evitata, che ci sarà un espediente che permetterà la salvezza in blocco di questi ragazzi; oppure siamo fiduciosi sul fatto che giustizia sarà fatta, che i malvagi pagheranno per le loro malefatte.
Hunger Games smentisce tutto questo: dodicenni muoiono, i cattivi spesso la fanno franca, e i nostri eroi si salvano riportando ferite permanenti. Si va oltre ogni aspettativa del lettore, arrivando ad uno stato delle cose che è molto più simile alla realtà della nostra utopistica e semplicistica idea di romanzo.
Inoltre c’è da notare che la protagonista è una ragazza, che si trova a doversi confrontare con eventi e persone che sono al di là delle sue possibilità, uscendone compromessa non solo a livello fisico, ma anche e soprattutto psicologico. Ferite indelebili su tutti i fronti, insomma.
Da una parte Suzanne Collins coniuga in una maniera particolare il concetto di “riscatto femminile” usando come protagonista una ragazza, e ponendo donne in posizioni gerarchicamente elevate nella piramide del potere; al tempo stesso intacca l’apparentemente indissolubile fermezza e potenza maschile, mostrando che anche gli uomini soffrono per ferite psicologiche, e che non c’è nessuna vergogna in questo. Siamo tutti uguali di fronte alla sofferenza e alla perdita.

#5: RIVOLTE DI MASSA
Un’ulteriore declinazione della nobiltà di alcuni sentimenti umani è data dai passaggi in cui vengono mostrate delle sollevazioni di massa. Si tratta di rivolte di persone oppresse e abituate ad una vita di stenti che si ribellano sapendo di avere dalla loro soltanto il numero, una sola speranza e nulla da perdere a parte le loro vite. La pietà che il lettore prova nei loro confronti viene presto sostituita dall’ammirazione per le loro gesta e per la loro fiducia nell’esistenza di un piano più grande. Il piano del personalismo e della contingenza slitta verso quello del sacrificio in nome di un futuro migliore, sottintendendo la speranza in un futuro migliore se non per sé e per i propri congiunti, semplicemente per i posteri. In questo senso, l’altruismo è la chiave della vittoria; non siamo abituati a vedere e nemmeno a sentir parlare di gesti di questo tipo, siamo figli di un tempo individualista in cui anche chi arriva a concepire atti del genere sulla carta, come la nostra Autrice, viene vista come un essere raro.

#6: GEOPOLITICA
Questo aspetto ricorda molto la divisione geopolitica dell’orwelliana Eurasia di 1984: una nazione, Panem, con una città a capo di dodici Distretti, un tempo tredici, che vengono affamati ma debbono ritenersi onorati di fornire a Capitol City materie prime. Ogni Distretto è caratterizzato proprio in base alla produzione: si va dalle armi, al legname, dal carbone ai frutti della terra.
Una polizia col compito di far rispettare la legge e di reprimere l’iniziativa personale, i Pacificatori. Animali ibridi atti a riportare intere conversazioni, spie insospettabili e di difficile individuazione. Recinti elettrificati a delimitare i Distretti, per “impedire agli animali selvatici di entrare”, ma anche per scoraggiare fughe dall’interno. Una sottile e subdola psicologia di gratitudine abbinata a una punitiva: i dodici Distretti sono stati risparmiati nonostante si fossero rivoltati contro Capitol City, mentre il Tredici è stato distrutto; tuttavia debbono scontare una punizione, che consiste nell’invio di due Tributi per gli annuali Hunger Games, trasmessi in diretta in tutta Panem. E poi i Giochi stessi, che vengono manipolati dagli Strateghi per renderli più avvincenti, per spingere i concorrenti ad atti estremi: tutto questo di fronte agli occhi attoniti di tutti i Distretti che, parteggiando ognuno per i propri tributi (anche perché una vittoria significherebbe ricchezza per l’intero Distretto), subiscono l’antagonismo presente nell’arena. Questo, va da sé, impedisce una coalizione a lungo termine fra i Distretti, col risultato di far prevalere sempre e comunque Capitol City.
È quasi più spaventoso di 1984.

#7: ARCAISMO VS FUTURISMO
Uno degli elementi che più ho apprezzato durante la lettura di Hunger Games è stato la differenza di ambientazione nei Distretti e nella Capitale.
I Distretti, poveri e affamati, vivono secondo condizioni di vita che ricordano quelle delle aree rurali della fine dell’Ottocento: il commercio si basa sul baratto; i ragazzi cacciano con l’arco e le frecce; scarseggiano le medicine e beni alimentari come il caffè, la cioccolata, il miele sono pressoché assenti o accessibili a prezzi proibitivi. Neanche i cosiddetti “ricchi” possono permetterseli, anzi, è quanto mai impreciso parlare di ricchi e poveri nei Distretti, perché esistono solo poveri e più poveri.
I veri ricchi sono a Capitol City, la cui presenza si fa sentire, dal punto di vista dell’ambientazione nel succitato recinto elettrificato, e nei megaschermi che proiettano i Giochi e altri comunicati ufficiali nelle piazze: sembrano quasi fuori posto tra quelle casette di legno marcio, tra quella gente ingrigita che indossa il vestito buono della domenica.
Questa apparente incongruenza temporale scompare nel momento in cui l’azione si sposta a Capitol City, città dai tratti futuristici protetti da campi di forza, dove anche le persone sembrano prodotti artificiali, con le loro parrucche colorate, i loro tatuaggi e ritocchi di chirurgia plastica. A Capitol City i vestiti prendono fuoco senza consumarsi, i medicinali sono pressoché miracolosi e la tecnologia è avanzata perfino per noi poveri umani del XXI secolo. La situazione ibrida ritorna poi nell’arena, ambiente totalmente artificiale le cui leggi naturali possono essere manipolate dagli organizzatori dei Giochi, ma dove i concorrenti vengono lasciati morire nei modi più brutalmente preistorici.

#8: MARKETING
Non crediate che Panem sia esente da quell’arma a doppio taglio chiamata “comunicazione di massa”. I personaggi vengono vestiti, truccati, viene creato per loro un copione cui dovranno attenersi per conquistarsi i favori del pubblico e degli sponsor. Quello che inizialmente sembra solo un elemento di frivolezza, funzionale solo a dimostrare la superficialità e la mancanza di problemi legati ai bisogni primari dell’uomo che caratterizza Capitol City, in realtà serve a far capire l’importanza che una certa immagine ricopre nel conseguimento di una vittoria sul piano simbolico.
È ormai appurato che il potere non si basa solo sulla forza, ma anche sul’uso sapiente di determinati simboli: Katniss, la Ghiandaia Imitatrice, diventa l’emblema della rivolta, serve ad unire le genti attorno alla sua causa, è il propulsore che permette il sacrificio personale a beneficio di una causa più grande.
Particolarmente interessante è anche il modo in cui questi simboli vengono contesi, minati, e cambiati di segno.

#9: SUSPENSE
La narrazione è molto veloce; l’autrice, sebbene non escluda momenti introspettivi, non si attarda a sviscerare i drammi psicologici di ogni personaggio, lascia semplicemente che essi emergano dall’intreccio.
La trilogia si dipana altresì in maniera inattesa, riuscendo a mantenere alta l’attenzione del lettore anche ne momenti più “tranquilli”, o meglio, in quelli dove scorre un po’ meno sangue.

#10: PREFERISCI IL LIBRO O IL FILM?
Il film, per una volta, è molto fedele al libro: ne rispetta i principali snodi narrativi e non forza quelli minori alle esigenze cinematografiche. Dirò di più, per me i film hanno significato il naturale completamento della trilogia: i canti di rivolta, il motivetto della ghiandaia imitatrice, l’inno di Panem: associare ora una precisa melodia ad ognuno di essi, invece di immaginarli soltanto, è sicuramente un lusso che non tutte le narrazioni si possono permettere.

 

 

 

 

Suzanne Collins
Hunger Games – La trilogia

traduzione Simona Brogli
Mondadori, Milano 2014
pp. 1440

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