“I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone sui prati di Caprara sono stati indubbiamente i più belli della mia vita”

Pier Paolo Pasolini

Mercoledì, 03 Dicembre 2014 00:00

Kreck e il segreto di un uomo qualsiasi

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La storia inizia nel “mite ottobre del ‘77” a La Plata, nell’Argentina del Generale Videla, che noi, qui, in Europa, identifichiamo come “quello dei Desapareçidos”, quello a cui si rivolgeranno per anni, disperate, le Madri di Plaza de Mayo. I toni tragici dell’epoca sembrano lontani dal mondo del signor Rodolfo Kreck, pacifico e distinto signore, assicuratore di buon livello, di quasi sessant’anni. Per suo stesso dire, la sua è “l’età nella quale poche cose possono cambiare e il futuro diventa più prevedibile”, ma nello stesso tempo continua ad affascinarlo il ricordo del padre, mercante di bestiame di Pisino, in Istria, la cui vita era stata spesa nel “bisogno di evadere dalle regole del gioco”. Così un giorno l’anonimo assicuratore decide di  realizzare un suo progetto e si rivolge a due vecchiette gemelle per affittare un loro piccolo appartamento.

È ben presto chiaro che la moglie di Kreck non sa nulla né del progetto né dell’appartamento affittato, né questo segreto è noto al socio di Kreck, quindi chi legge si appresta a reggere il colpo della rivelazione, cercando di anticiparne il contenuto. Si pensa subito a motivi classici personali, quali una relazione segreta e magari inconfessabile, o persino il desiderio di starsene in santa pace a scrivere un romanzo; infine si azzardano motivi strettamente politici: base segreta della resistenza al regime, sicuro rifugio per chi è inseguito dalla polizia, deposito di armi e documenti clandestini, asilo per i figli di genitori scomparsi, o altro ancora. Credo di non togliere nulla al piacere della lettura rivelando che il segreto dell’appartamento non verrà svelato, perché proprio il segreto è co-protagonista, con Kreck, di tutta la storia, alla stregua di un vero personaggio. Il romanzo, infatti, racconta la determinazione dell’anonimo assicuratore sessantenne nel mantenere il suo segreto, anche a costo della libertà, anche rischiando la vita. Ma andiamo con ordine.

Una misteriosa figura solitaria su un autobus semivuoto, l’amicizia con una famiglia facoltosa, i cui figli si rivelano l’opposto di ciò che sembrava palese, la stima per il proprio medico, che prima cambia indirizzo e poi non lascia traccia di sé: sono piccoli – grandi segni di qualcosa che si sta incrinando nel tranquillo tran tran dei coniugi Kreck, in un’atmosfera che si stabilizza su colori indefiniti e scuri, tipici di chi passa il suo tempo a guardarsi le spalle, a rasentare i muri, a vivere nella paura. Eppure il signor Kreck pare muoversi con una sua leggerezza, sembra acquistare in ironia, mantiene un ritmo metodico e sopra le righe, quanto lo sono i suoi pensieri, non si lascia condizionare dalla paura: risistema il suo appartamento segreto, sposta qualche quadro all’insaputa delle vecchiette gemelle, mette ordine fra le sue carte. La sua vita cerca di fluire come meglio può e Kreck allarga la sua attività, arrivando ad avviare una promettente proposta assicurativa per gli animali dello zoo, a partire da una giraffa. Prima beneficiaria di una polizza nuova di zecca, la giraffa raggiunge lo zoo in un rocambolesco tragitto, dal bastimento che l’ha prelevata in Africa fino alla sua nuova gabbia, in un rapido susseguirsi di scene assurde e surreali, che sarebbero di certo piaciute al Pasolini di Uccellacci e uccellini o potrebbero andare a braccetto con la balena di Làszlò Krasznahorkai in Melancolia della resistenza.
Tutto sembrerebbe arridere al nostro protagonista, finché lui stesso viene convocato dalla polizia per quello che sembra un banale accertamento, ma che si rivela un arresto con immediato trasferimento in carcere. La Grande Storia si ostina a seguire il ben noto percorso nelle Piccole Vite di tutti noi, e il signor Kreck non ne viene risparmiato. In carcere Kreck sente voci, rumori, urla, lui stesso si ritrova più volte malconcio, dopo essere stato picchiato, col volto sfigurato. Ma l’oliato ingranaggio dittatoriale, intriso di assurdità, gli manda in cella “un medico dalle maniere gentili, che lo auscultò, gli diede delle pillole, tre al giorno, una crema per il viso, oltre a raccomandargli – Kreck ne fu sbalordito – di controllare periodicamente la pressione”. Eppure è chiaro a tutti, persino all’oscuro personaggio che risponde al nome di Inquisitore, che Kreck è un poveraccio, un numero zero, una vittima di casualità fini a se stesse. Ma occorre una prova definitiva della sua estraneità al facinoroso mondo dei dissidenti, quindi gli interrogatori si concentrano sull’unico vero inspiegabile elemento di sospetto: l’appartamento preso in affitto.
Se Kreck parlasse proprio di quel suo unico neo in un’esistenza per il resto immacolata, verrebbe chiarita anche quella che il regime considera l’imperdonabile conoscenza di almeno due oppositori, la cui scomparsa getta la moglie nell’ansia e nella disperazione, nel timore che altrettanto capiti al marito. La sua è la stessa ansia che prende il lettore, senza strilli, senza enfasi, e forse proprio per questo coinvolgente.
La storia potrebbe finire in almeno tre modi diversi, e gli ultimi capitoli sono un susseguirsi di mosse, immagini e parole che oscillano fra il sollievo euforico e un pesante disincanto, e questo sì lo lascio al piacere della lettura. Ma è evidente che il senso di questa storia, tipica di quel periodo e di quella zona del mondo, è ben altro rispetto alla sola testimonianza, e direi che si innalza a paradigma: Kreck non parla, non svela il suo segreto, perché questa è la sua forma di resistenza contro la violenza di chi vuole impossessarsi del suo privato più profondo. È infatti questo il fine ultimo delle dittature che hanno percorso tutto il Novecento e che ancora si affacciano alla storia: non solo condizionare le azioni di chi le vive, ma piegare volontà, cancellare pensieri, violare intimità, invadere il quotidiano di ogni interno domestico. È la follia dell’ordine imposto, la violenza più subdola e vile. La vicenda del signor Kreck ci lascia lo stesso amaro in bocca che ci aveva colto ai titoli di coda del film Le vite degli altri sulla STASI della Germania Est, a riprova che atmosfere, sensazioni, sentimenti e orrori si ripetono uguali ogniqualvolta a qualcuno venga in mente di imporre, non di governare, facendo di ogni morte un assassinio e di ogni vita una potenziale vittima.
Kreck quindi non parla, si tiene il suo segreto anche dopo i pestaggi, anche vedendo sparire le persone conosciute, anche se la moglie lo prega di cedere.  Così, il grigio assicuratore non più giovane diventa eroe, senza averlo chiesto, certo, ma consapevolmente, senza enfasi e senza strepiti, ma con determinazione e indomito coraggio. La sua bocca resta chiusa e in più ha l’ardire di conservare la giusta distanza dalle cose, per accorgersi del lato assurdo, grottesco, senza alcun nesso logico della storia che sta vivendo e condividendo con migliaia di altri. Kreck rappresenta infine la potenzialità, insita in ognuno di noi, di assurgere a personaggio, di smettere i panni di “quello della porta accanto” e diventare Soggetto, proprio quando “nessuno se lo sarebbe aspettato”.

Più volte, leggendo, si ha la certezza che la narrazione sia largamente autobiografica, e qui entra in ballo lo scrittore e quanto lui stesso ha avuto modo di spiegare in più occasioni, alla presentazione del suo libro. Juan Octavio Prenz, nato nel 1932 ad Ensenada (Argentina) è figlio di istriani emigrati e ha dovuto rifare a ritroso il viaggio che era stato dei suoi genitori, per sottrarre sé e la sua famiglia alla violenza del regime dittatoriale. Ha quindi vissuto a Belgrado, Lubiana e Trieste, insegnando Lingua e Letteratura Spagnola presso quelle università, senza mai smettere i suoi panni di poeta e scrittore. Tra i suoi tanti e prestigiosi premi internazionali, figura anche, nel 1992, il Premio Internacional Casa de Las Américas, (con La Santa Pinta de la Niña María), che corrisponde un po’ a un Nobel della letteratura in lingua spagnola di tutta l’America Latina.
Ebbene, lui stesso assicura che Kreck non è lo scrittore sotto pseudonimo, ma tutti i personaggi del suo romanzo sono veri, così come vere sono molte scene di vita quotidiana intrisa di paura e sconcerto, scene vissute da lui stesso medesimo o da qualche altro membro della sua famiglia. Vera è la storia della giraffa con polizza di assicurazione, vere sono le vicende in carcere, vere sono le anziane sorelle gemelle e vero è l’Inquisitore. Vera è l’ironia con la quale si potevano affrontare quegli anni se non si voleva rischiare la salute mentale, oltre alla propria vita, vere sono le violenze, le sparizioni, gli assassinii. Vera è la negazione del pensiero, vera è la volontà di controllo, vera è la folle determinazione ad annullare ogni manifestazione di autonomia e di libertà, nel pensiero e nelle azioni. Vera è la scomparsa di migliaia di vite, risucchiate da un vento contro il quale l’assicuratore sessantenne Rodolfo Kreck prova a resistere, come un gigante.
Vera è una narrazione di grande raffinatezza sintattica e lessicale, ricca di incisi e di parentesi, tesa a non desistere dall’oppressione della vicenda, ma nello stesso tempo intrisa di costanti e fulminee digressioni, come a seguire i pensieri, come a voler indicare un altrove, un pensiero laterale che fa dell’ironia la sola arma che non può essere requisita dagli sgherri del potere. Ottima la traduzione italiana di Betina Liliàn Prenz (figlia dello scrittore) che ci garantisce, anche nella nostra lingua, un percorso storico, umano e letterario di alto valore.

 

 

 

Juan Octavio Prenz
Il signor Kreck
traduzione Betina Liliàn Prenz
Parma, Diabasis, 2014
pp. 256

 

 

 

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