“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Mercoledì, 10 Dicembre 2014 00:00

Uccidimi, bestia stanca

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L’animale morente è un libro che consta di centoquattordici pagine, stampato in un formato generoso, con una scrittura fluida anche se, la cura dei dettagli, appesantisce i periodi, senza però impedire che il senso raggiunga le sue mire. Il flusso dei pensieri scorre come supportato da immagini e simboli, crea atmosfere languide e alle volte, nei punti in cui le digressioni si perdono nella storia, i contorni diventano marcatamente fotografici. Lo stile americano mi è familiare e non nascondo un particolare gusto nel preferirlo a tutti quelli affrontati fino a adesso.

Roth, in questa famiglia di appartenenza, porta dei particolarismi che spesso smentiscono il denominatore comune affibbiato a tale letteratura, al suo modo, squisitamente minimalista e diretto, di raccontare la storia personale e universale di un Paese o di un amore. In questo caso l'autore è dovizioso di descrizioni, di visioni meno intime e più collettive, ma allo stesso tempo affermare il contrario sarebbe del tutto veritiero, poiché molte memorie si affidano a una lente evocativa e nostalgica. Ogni cosa, ogni storia è come un viaggio epidermico, un travaglio osservato e vissuto, i limiti sono separazioni tra due mondi che si sottendono e giustificano, compromettendosi spesso. Ho sempre ritenuto ciò il grande pregio della letteratura americana, la capacità di uno sguardo ampio e allo stesso tempo circoscritto, le grandi cause e gli effetti nel privato, un materialismo storico indissolubilmente legato a quello emozionale. Sapere raccontare la sconfitta di una nazione è per Roth e i suoi colleghi una questione sempre personale, di questo ne risente fortemente la scrittura che si sveste di preziosismi e riesce ad essere didascalica ed esteticamente dura.
Roth è il suo libro e il suo libro è lui. Dalla storia di un uomo che ha attraversato le ere di un tempo rivoluzionario e fallito, si diramano due riflessioni raffinate e schiette, schierate come nemici e convergenti in un affresco che non salva nessuno, neppure i morti. Perché se il racconto inizia con quest'esemplare maschio e con la sua storia/ossessione per una ragazza cubana bella e sensuale, la narrazione si colora, con lo scorrere delle pagine, di motivi interessanti che spaziano dalla rivoluzione sessuale alla rivoluzione cubana, con riflessioni etiche ed esistenziali circa un Paese che si è socialmente imbarbarito attraverso la tragedia della convenzionalità. La commedia personale diventa indice che si muove su una linea di senso abbastanza chiara e decifrabile, nell'affermazione "Antichissima storia americana: salvate i giovani dal sesso. Ma è sempre troppo tardi. Troppo tardi perché sono già venuti al mondo" la questione della libertà sessuale e del falso mito della morale interseca dialetticamente un efficace risultato che più avanti, Roth, si premurerà di incivilire con tale ragione: "Posso impadronirmi della disciplina della libertà anziché della sregolatezza della libertà? Come si trasforma la libertà in un sistema?". Questioni che restano sociali ma anche drammaticamente personali, decisive, in seguito, per un discorso tutto fondato sulla sublime menzogna della famiglia e dei suoi rigori castranti, la sua naturalizzata posizione all'interno dell'educazione: "La traiettoria della mia educazione doveva farmi accettare con l'inganno una vocazione domestica per la quale non avevo alcuna tolleranza", oppure, "Il loro eroismo non consiste solo nel sopportare stoicamente la quotidianità delle rinunce, ma nel presentare diligentemente un'immagine contraffatta della loro vita". Da lettore vieni immesso in una realtà ben raccontata, una verità bruciante che fa fuoco con quel poco di forza che resta per parlarne e denunciare. Come l'intera cultura americana suole fare attraverso i propri prodotti artistici, così anche Roth compie una critica decostruttivista, l'itinerario è quello di una cernita metodica indirizzata verso un progetto di sfatamento dei miti occidentali che definisce, lapidariamente, con questo enunciato perfetto: "Qui l'unico tiranno che ci aspetta al varco è la convenzione".
Come un puzzle ogni pezzo è memore di un insieme, ma la visione olistica ha come qualità il dare giusto spazio, nell'analisi, alle componenti, e così il discorso scivola nell'intimità della vita del protagonista, sulle sue lotte e rivoluzioni, a quanto di scarso ci sia oggi nella sua esistenza e quali conti abbia portato il tempo nel suo mestiere di scultore. Tra una fotografia corale e una privata scopriamo l'uomo dentro il proprio ambiente, le scelte e le sconfitte, i ricordi dolorosi frutto di un legame sospettoso col mondo. I toni sono sensuali, non c'è fretta, anche qui Roth riesce a parlare al cuore attraverso parole asciutte e fatali.
"Perché il sesso si radica nel tuo essere fisico, nella carne che nasce e nella carne che muore. Perché solo quando scopi riesci a vendicarti di tutto ciò che non ami nella vita e di tutte le cose che nella vita ti hanno sconfitto. La corruzione non è il sesso: è il resto. Il sesso non è semplice frizione e divertimento superficiale. Il sesso è anche la vendetta sulla morte. Non dimenticartela, la morte. Si, anche il sesso ha un potere limitato. Ma dimmi, quale potere è più grande?" .
È chiaro che il senso si impernia su una dualità che vede schierati due forti temi: i vizi e virtù della società moderna e il sesso come tabù e ribellione, non è un caso se poi il protagonista asserisce riferendosi al figlio: "Riesce a scopare solo una ragazza con le credenziali morali giuste".
Si profila però una terza questione che tradizionalmente rappresenta un grande mito classico e poi psicanalitico, cioè quello di amore e morte, di rivincita e sconfitta, di tempi che, adesso, impongono ancora una lotta per sentirsi vivi dentro città di plastica. In questo momento i picchi estetici sono altissimi, i toni serali, decadenti, ci restituiscono una poesia moderna che è lirica con motivi prosaici. Il dramma di un uomo che ama da una vita, consumando tempo e corpo con una voracità animalesca e disperata, vendicandosi di una legge storica come di una emotiva. I pensieri dedicati al concetto di tempo e del suo scarto sono sublimi spaccati su un'anima che non ha mai smesso di essere attuale nei fallimenti e tentativi collezionati. La svolta di quest'ultima donna lo pone di fronte a quello che gli resta, alla competizione con la morte che oggi non vincerà. L'amore allora ti spezza, combatti una vita per arrivare in tempo e poi alla fine, un giorno, una donna giovane e bella incarna tutto quello che non riavrai, quello che non potrai avere, il passato e il futuro come un rito orgiastico si perdono dentro il sesso che non basta più per vincere. Potrebbe essere la titanica caduta del primo esemplare del nostro tempo, ma non è così. Se tutto è una commedia, una grottesca satira, l'ibrida unione degli spazi – sociale e privato – si traduce in un sunto: "Il trionfo della banalizzazione sulla tragedia".
La tragedia è quello che c'è dentro e che muore, a colpi di repressione o di isterismi di ribellione, la nostra vita rimane una commistione di motivi che in fine si arrende di fronte alla morte e le sue ragioni. Non c'è fatalismo in quest’epilogo, solo un animale morente che alla fine muore.

 

 

 

 

Philip Roth
L’animale morente
traduzione Vincenzo Mantovani
Einaudi, Torino 2005
pp. 114

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