"Era ancora il tempo degli artisti, nel senso che questa parola poteva avere nel lento crepuscolo del Novecento, quando un poeta, un pittore, un regista erano esseri umani investiti da una vocazione, e la loro vita non era un pettegolezzo, una delle tante variabili mercantili della celebrità, un'attraente carriera mondana, ma una storia vissuta ai limiti dell'umano, spremuta fino all'ultima goccia"

Emanuele Trevi

Giovedì, 15 Maggio 2014 00:00

I porticati di Torino

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Era Torino una sera di fine inverno. Due gradi a far compagnia al tramonto rosso violaceo. A volte ringraziava chi le aveva insegnato a coprirsi sempre molto: piumino lungo, nero, col cappuccio. Il viaggio era stato breve. In fin dei conti il suo piccolo paese distava solo un'ora o poco più dalla cittá. Ciò nonostante aveva dovuto fare appello a tutta la calma e relativi farmaci per affrontare il percorso, in silenzio e concentrazione. Avevano deciso di andare ad una mostra di giovani talenti allestita in un locale del quartiere San Salvario che da qualche anno si era trasformato in una sorta di Marais piemontese raccogliendo artisti del circondario, ma non ci erano mai arrivati.

A metà strada avevano deviato per il centro e si erano diretti verso Piazza Vittorio. "Caspita. Quanta gente". Aveva sussurrato appena passato il ponte della Gran Madre. Già. La gente. Quel grande conglomerato di anime che si definisce mondo le stava andando addosso con tutta la potenza del sabato sera. Ma cosa ci faceva lì Dio santo? Cosa credeva di dimostrare? Forse, semplicemente, non voleva rassegnarsi: stare in mezzo alle persone la metteva fortemente a disagio. Era come se ne leggesse i pensieri e ne assorbisse gli umori e proprio non se la sentiva. Ogni volta la tachicardia saliva, come se fosse il momento del solito, reiterato evento: il primo e ultimo appuntamento, faccenda che ormai la perseguitava da un paio d'anni. Ogni uomo entrava e usciva inutilmente dalla sua vita. O, forse, solo dalla sua casa e niente più. L'inutilità delle azioni e della vicinanza sessuale, gli abbracci non voluti, l'abuso. Il pianto. L'isolamento. Quando esattamente aveva cominciato a sentirsi così non se lo ricordava, pensava osservando le ragazzine torinesi agghindate come Boy George ai tempi d'oro. Con tanto di cappellino di misura neonatale. Sua madre sarebbe inorridita. Veramente stava vedendo cose per cui sarebbe inorridito chiunque e anche lei in effetti era piuttosto stupita di quanto questi diciottenni professanti grandi ideali fossero né più né meno una ripetizione in nero della generazione dei diciottenni anni Ottanta-Novanta. E probabilmente dei diciottenni sempiterni, ripetitivi, sognatori, testardi. Nessuno di noi ha mai ascoltato i genitori, perché mai avrebbero dovuto farlo loro? Però la ragazzina taglia 46 con i pantaloni molli sul culo, le mutande che facevano capolino da sotto la cintura in corda sdrucita, la camicia stropicciata troppo oversize e il giubbotto di lana a scacchi no. Non poteva sopportare questo scempio. Ragazza mia cerca di ritrovare te stessa e lascia che i nostri occhi non schizzino fuori dalle orbite verso universi paralleli.
Il limite tra eterosessualità e bisessualità sembrava ormai completamente superato in questi ragazzini beventi birra ad ogni angolo. Lei a 44 anni non aveva ancora ben capito da che parte stare e nel dubbio continuava sempre sulla stessa via, giusto per non lasciare la strada vecchia per la nuova che poi... si sa... Voleva andarsene e c'era da immaginarselo. Quando non era troppo convinta di fare una cosa la sua mente lavorava finché non le rendeva il disagio insopportabile. Erano quasi tutti minorenni lì attorno e i suoi di coetanei? Dov'erano? Cosa facevano chiusi in casa? Di questo passo non avrebbe mai più trovato un uomo. Perché questo era il suo vero problema, avere ancora una relazione. Se era vero che cervello e sentimenti viaggiano su due rette parallele che non si incontrano mai, nel caso suo avevamo due rette divergenti. Tanto per essere precisi. Razionalmente lei non voleva, ma il suo cuore combatteva strenuamente per ottenere il contrario e l'ipotalamo gli dava corda. Maledetto ipotalamo, una ne fa e cento ne pensa. E con tutte le tecnologie a disposizione della chirurgia moderna nessuno che avesse pensato di estirparcelo alla nascita. Il fottutissimo cavalluccio cervellotico. Così si riduceva regolarmente ad avere rapporti fugaci e poco soddisfacenti con persone qualunque. Un entra ed esci senza capo né coda. Appunto.
Lei rivoleva Torino come se la ricordava. Di giorno. Non amava le uscite notturne. Aveva già abbastanza buio dentro per volerne aggiungere altro e non si ricordava nemmeno di preciso quando l'oscurità se la fosse portata via. Non era mai stata mondana, tranne qualche eccesso in gioventù, finito miseramente scarpe alla mano. Ecco che tornava la tachicardia. Non ci pensare, non ci pensare, è tutto passato. Non torna. Anche lui non c'è più e se tornerà sarà per restare. Non c'è più nessuno a farti del male. Sì, ma, ragazzi, era difficile e gli anni di psicoterapia non l'avevano aiutata. E chissà perché erano riemersi quei tre, quattro nodi che le serravano l'anima.
Se lo domandava in continuazione. Glielo domandava anche la psicoterapeuta finché decise di lasciar stare con le sedute, che per avere una che chiede a lei dove sta il trauma era meglio tenersi i soldi e andare a bere qualche bicchiere di vino in più. Perlomeno avrebbe passato un paio d'ore in allegria anziché piagnucolare sui suoi vecchi dispiaceri. "Andiamo a ballare, che ne dite?". Si era improvvisamente risentita parte della grande piazza e del suo vociare. Ballare? Ma per carità. Ma non viene mai in mente a questi di cosa ti prende in mezzo a così tanta gente? Il giorno dopo ti svegli con la febbre e non sai a chi dire grazie. "No. Io prendo un treno e torno a casa, voi andate tranquilli". "Ma no cosa dici? O vieni anche tu o non andiamo". Ecco. Cominciavano i ricatti. "Sentite, andate sereni io mi faccio due passi per Torino, con calma e mi prendo il primo treno per tornare a casa. Datemi retta e non rovinatevi il sabato". Sembrava fossero rimasti male per almeno cinque secondi, poi l'avevano salutata un po' barcollanti e si erano allontanati incamminandosi verso la Gran Madre. Sicuramente alla volta del circolo canottieri. Avrebbe preferito morire piuttosto che entrare in quel ricettacolo di bimbi viziati finti radicali. E soprattutto poco chic, vestiti di pezze (di cachemire), coi capelli scompigliati (dal parrucchiere) e con l'i-phone nuovo di pacca. Preferiva nettamente i bipolari, perlomeno erano sinceri nei loro rispettivi personaggi del momento.
Si diresse verso Via Po. In tutti gli anni passati a Torino non si era mai accorta di quanto fosse bella. E dire che l'aveva percorsa in macchina almeno due volte al giorno per quattro anni, in entrata e in uscita. Il doppio porticato ai due lati della strada, le luci soffuse sotto le gallerie e i negozietti apparentemente di poco conto dove si facevano, invece, ottimi acquisti. Nemmeno nelle librerie dagli ampi scaffali gremiti di libri stipati come formichine intorno ad una briciola aveva mai comprato niente. Non le era mai capitato di girare per compere. Aveva lavorato, lavorato e lavorato sempre. O, forse, col senno di poi, aveva presenziato a quella che sarebbe stata la sua distruzione. Entrò in Piazza Castello da destra, affiancando il Regio. Le piaceva passare da lì, la parte che portava ai giardini reali attraverso i tre archetti.
Attraversò la strada senza difficoltà (a quest'ora non c'era grande traffico) e si diresse verso la piazza tenendosi palazzo reale e le sue finestre a intervalli regolari sulla destra. Il parcheggio era come al solito gremito. Ed ecco che le si presentò davanti il solito spettacolo di fontanelle raso pavimento, che le piaceva tanto fissare. L'acqua aveva sempre uno strano effetto su di lei, come il fuoco. Si incantava. Non c'era più tachicardia. Si stava dilungando troppo ad osservare il castello. Era ora di andare, per quanto bello fosse lei aveva comunque da fare. Via Pietro Micca, altri portici. Via Roma, il  trionfo del porticato. E del commercio. Stava pensando a lui. Ogni volta che imboccava quel tratto di strada le venivano in mente i suoi occhi color nocciola e i capelli castani. Chiari. E il suo metro e ottantotto di sorriso, spalle, muscoli e buonumore. "Ciao, mi dai il tuo numero di telefono?" Le aveva chiesto dopo essersi presentato un martedì a pranzo. Nel solito ristorante di Via Gramsci. Era bellissimo. "Ciao, beh... ecco... non sarà un po' presto per il numero di telefono? Ci siamo appena presentati". No. Non era troppo presto, se avesse mai voluto invitarla a cena come avrebbe potuto farlo senza numero? Era in effetti un'ottima motivazione. Gli fece uno squillo col cellulare e fece per girare i tacchi e tornare in ufficio, ma non ci riuscì. Lui le aveva stretto il braccio sinistro delicatamente, tirata a sé e baciata lungamente. Addio aveva pensato. Addio mondo.
Ricordava spesso la prima volta che lo aveva visto e anche quella sera aveva pensato a lui. Erano tre anni che non lo vedeva. Da quella notte in cui lei lo lasciò solo nel suo appartamento e sparì per non tornare più. Le mancava la libertà. Di decidere da sola cosa fare e dove andare. La libertà di uscire allo scoperto. In mezzo alla gente. Stavano sempre nascosti e lei non era affatto portata per l'anonimato. E poi lui era troppo giovane per lei coi suoi ventotto anni e i suoi allenamenti giornalieri. E la partita ogni sabato. No. Non se la sentiva più. Ciao, grazie e arrivederci.
Bentornata tachicardia. Più percorreva la via più il cuore andava a sbattere impazzito sulle pareti della cassa. Bum bum bum bum bum bum bum. Quanto rumore. A forza di camminare e pensare era quasi arrivata in stazione. Via Gramsci sulla sinistra. La imboccò senza esitazione. Come in trance. Il bar della colazione, il ristorante... Il negozio di profumi preziosi, studiati su misura per ognuno di noi, Piazza Bodoni, sinistra, destra, in Via dei Mille ferma ad osservare il parchetto di fronte al bel palazzo bianco in perfetto stile Torino come lo chiamava lei. Bianco, stuccato con baffi e volute. Sapeva bene che lui abitava lì. All'ultimo piano. La mansarda con le piccole finestre sulla Mole, su Torino e sul cielo. Si mise a camminare intorno al parchetto. Lo aveva fatto così spesso in passato che le era sembrato un gesto naturale. Mancava ancora mezzora alla partenza del treno per casa. Ce n'era uno ogni ora fino a mezzanotte poi niente fino alle cinque. O alle sei. Non sapeva, quelli erano orari non contemplati nei suoi programmi. Il portone era aperto. Strano. Era aperta anche la porta di vetro che dava sulla scala col corrimano in ferro battuto e l'ascensore con la chiave. Le scale si avvitavano buie, quanti scalini, cinquanta... sessanta... Uno, due, tre li stava salendo alla svelta. Forse di corsa. Il cuore batteva sempre più veloce. Il fiatone. La porta verde col pomello d'oro. Il campanello. I suoi occhi color nocciola, le sue mani.  "Ciao, come stai?".

NB: la foto è di Cristiana Folin.

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