“E quando pensate di tornare? dissi io. Loro si strinsero nelle spalle. Chi lo sa, María, dissero. Non li avevo mai visti così belli. Li avrei baciati tutti e due, e non so perché non lo feci, sarei andata a letto con tutti e due, a scopare fino a perdere i sensi, e poi a guardarli dormire e poi di nuovo a scopare, ci pensai davvero, se cercassimo un albergo, se ci chiudessimo in una stanza buia, senza limiti di tempo, se io li spoglio e loro spogliano me, tutto si sistemerà, la pazzia di mio padre, l’automobile perduta, la tristezza e l’energia che provavo e che di momento in momento sembravano asfissiarmi. Ma non dissi niente”

Roberto Bolaño

Sabato, 02 Agosto 2014 00:00

La terrazza sullo stretto

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La scala era piccola, ma molto luminosa. Portava lentamente al piano superiore attraverso una bella porta intarsiata. Il profumo di incenso l'aveva investita non appena varcato l'uscio. Le piaceva quel retrogusto di non so che, sembrava di annusare il mare. Il legno degli scalini le scricchiolava sotto i piedi e la luce che entrava dalla finestra sopra di lei rendeva l'ambiente leggermente rarefatto creando un'atmosfera paradisiaca. Le venne in mente la Divina Commedia. La finestra sulla sua testa altro non era che un quadratone in vetro cemento che spiava dal tetto piano.

Altre piccole finestre incassate nelle bianche pareti spesse seguivano la scala sulla sinistra. Vetri satinati e sbarre arabescate la proteggevano da occhi e ospiti indiscreti. Non si era pentita della scelta di tenere il legno originale delle scale. Rovinato dal tempo, scuro e tarlato abbastanza per farla sentire parte di un passato non molto lontano, ma che non le apparteneva appieno e quindi valeva la pena di essere esplorato così, gradino per gradino. L'incenso si faceva più forte. Arrivata in cima la soddisfazione crebbe alla vista dei bei tappeti colorati di rosso, giallo e turchese. Era veramente felice del lavoro svolto e della decisione presa. Si era traferita qui da un paio d'anni ed era riuscita a mettere su una piccola azienda di produzione di colori. Una strana concomitanza di circostanze e un finanziamento favorevole l'avevano vista protagonista di una non tanto improvvisa partenza dall'Italia. Adesso i ritmi di vita erano molto diversi. Era diversa l'aria che si respirava e le persone e al di là della grande finestra che dava sul piccolo terrazzo c'era il mare. Non le importava di niente altro. I colori si riflettevano sulle pareti candide. Il bianco dei muri era stata una scelta fortemente voluta e mantenuta nonostante il parere contrario di sua madre che sosteneva che in un ambiente così sarebbe stato bello avere pareti leggermente colorate, visto anche che era produttrice di colori artigianali. Ma no, a lei piaceva l'idea del candore riverberato dal sole. Aveva fatto la scelta giusta. Aprì la vetrata protetta dalle sbarre in ferro battuto stile moresco ed uscì sul terrazzo. Profumo di cumino e di limoni in salamoia. Cosa stavano cucinando lì sotto? Coniglio con molta probabilità.
Tre, quattro passi verso il parapetto e dopo la scalinata di tetti bianchi e piatti, il mare. La vista era impagabile. Ogni tetto era una piccola terrazza assolata. A tratti le ricordava la Grecia, con quelle graziose porticine blu schiantate sul bianco accecante delle piccole casette accalcate lungo le vie bollenti. Bella la Grecia. Ci aveva fatto un pensiero. Poi no. C'era troppo vento, troppo mare. Troppo, tutto intorno. Il mare ogni tanto doveva avere una costa.
Poi, all'improvviso, mentre cercava di mettere a fuoco l'orizzonte le si annodarono i pensieri e quando la gola fu troppo serrata iniziò a piangere. Non era lì solo perchè aveva trovato un business per cui era valsa la pena lasciare casa in Italia, ma era lì soprattutto per scappare. Da lui. E da chi sennò? Andandomene risolverò tutto. Andandomene lo cancellerò e ricomincerò, lontano. Mai previsione fu più sbagliata. Certo, lavorava e guadagnava bene. La piccola azienda aveva ormai un bel giro di clienti, la manodopera costava relativamente poco e la parte commerciale di vendita era stata affidata ad un paio di persone del luogo. Lavoravano bene. Era soddisfatta del suo lavoro forse per la prima volta in vita sua. Magie d'Africa.
Magie di una fine.
Era finita così, in quell'estate senza caldo. Le era bastato vedere una foto per dire basta. Erano stati mesi di profonda indecisione, di energie sprecate, di sguardi all'infinito, di immensa tristezza. Ingiustificata. Non voleva essere oltremodo triste o appesantita da una situazione non necessaria. Di problemi ne aveva già tanti senza dover aggiungere un uomo che fin dall'inizio le aveva specificato di non essere attratto da lei e non solo. Non provava niente nei suoi confronti. Ma lei non ci credeva. Non aveva mai creduto alle sue mille scuse. Lei e i suoi occhi verdi avevano pianto molto in quei mesi senza sole, sotto la pioggia che era tutto tranne che mediterranea. E poi, la Rivoluzione. Una mattina avevano dato fuoco a Palazzo Marino a Milano. Da lì un vortice di fuoco aveva investito tutte le città d'Italia. Le notizie arrivavano frammentarie, i giornali non riuscivano a pubblicare e il net confondeva le idee. Quell'eterna estate senza sole venne arrossata dalle spirali di fuoco divampate nelle città. Era scappata anche lei. Scappavano tutti. Poi era stata guerra, chissà come e in che modo era cominciata. C'erano uomini scuri in volto e lei ostinatamente non si sforzava di capire quali fossero i buoni e quali i cattivi, ma stava nascosta cercando una soluzione valida per la sopravvivenza sua e dei suoi cari. Era bella e parlava la loro lingua quindi non era stato troppo difficile intrufolarsi e lavorare per loro. Aveva vissuto nascosta per mesi, aveva cambiato tre case, aveva spiato, riferito, pianto. Il vuoto si faceva sempre più grande. Aveva perso amici e persone care, aveva visto crollare la sua vecchia casa e aveva urlato. Aveva imparato anche a sparare. E aveva fotografato. Tutto. Aveva documentato la guerra come se la sentiva dentro, come voleva che la vedessero gli altri con le ferite a cielo aperto di un paese ormai in ginocchio. Si era mantenuta smerciando click sottobanco per le testate avversarie rischiando di essere arrestata più e più volte. Ma era davvero bella e le veniva perdonato tutto. Anche il suo troppo amare. Da quel sabato di pioggia non l'aveva più sentito. Da quella sera in cui gli aveva chiesto "Amore vieni da me stasera dopo cena?". Con quel sorrisino ammiccante che tanto piaceva agli uomini, con gli occhi trasparenti di desiderio per quell'uomo che da mesi la accarezzava nel buio della notte appena avevano entrambi un attimo di tempo. "Stasera? No. Domattina voglio andare a correre". Le avrebbe fatto meno male un camion rimorchio in piena faccia piuttosto che una risposta del genere. Svuotata da ogni emozione umana. Lo specchio dell'egoismo. "Scusa, ma io non metto nessuno davanti alle mie esigenze". Quanto era stata cretina...
La guerra era finita e lei era stata "sistemata" in uno dei tanti paesi di dominio dei vincitori. E ora era lì a guardare il mare e il vento dalla terrazza. Era un bel posto Tangeri. Al limite del continente africano, separato dall'Europa (o di quello che ormai ne rimaneva) soltanto da sedici chilometri di stretto ventoso dove Mar Mediterraneo e Oceano Atlantico si baciavano tra mille vortici e la schiuma del mare azzurro. Da tempo era zona internazionale e si respirava una profumatissima aria cosmopolita. Le avevano detto che lì poteva vivere anche sola. E fu così che venne ripagata del lavoro svolto con una piccola attività in proprio per permetterle di ricominciare a vivere, nei colori della sua piccola fabbrica bianca. Il bianco accecante le stava facendo lacrimare gli occhi e gli effluvi di peperoncino e cumino che arrivavano dalla strada assolata non erano d'aiuto. D'un tratto si sentì sfiorare le gambe. I suoi piccoli avevano fame. E anche lei. Voltò la schiena al vento e al sole accecante e si diresse verso il salotto dai divani in pietra ricoperti di cuscini colorati. E come avrebbero potuto essere altrimenti? La vetrata all'interno si affacciava sul cortile e su due splendidi ulivi che curiosavano fin sul suo piccolo balconcino. Si diresse in cucina seguita dalle due bestioline miagolanti. Tra le molte cose buone del suo espatrio marocchino c'era questa cosa degli arredi in muratura che le risolvevano gran parte del fastidio di dover ricomporre cadaveri stanchi di divani e mobili deturpati dai due felini. Socchiuse la porta finestra del balconcino senza tenere conto del vento. Di colpo si spalancarono porte e finestre per poi richiudersi fragorosamente in un fuggi fuggi generale di quadrupedi. Andò a controllare che tutto fosse a posto. I vetri non erano granchè solidi e voleva evitare di trovarsi qualche cornacchia appollaiata sulla testata del letto, come già le era capitato. Aveva dovuto fare appello a tutto il suo coraggio per mandarla fuori. Odiava gli uccelli. Tranne i rapaci. Di quelli avrebbe potuto riempirsi casa senza problemi. D'un tratto si bloccò sulla porta della camera da letto. Il profumo delle rose la investì così potentemente da farle pensare che il vento avesse rovesciato le boccette di olii essenziali che, invece, se ne stavano buone sulla mensola in fondo alla stanza. Una rapida occhiata intorno. Tutto in ordine. Quindi poteva concentrarsi incredula sull'importante mazzo di rose adagiato sul copriletto di cotone bianco e sull'uomo steso di fianco ad esso. I suoi occhi blu la guardavano come solo una volta l'avevano guardata. Lei se ne era accorta per caso incrociando lo sguardo di lui nello specchio, ma lui si era dileguato verso luoghi più sicuri e non osservabili. "Ho pensato di venire a correre qui. Insieme a te. Ti dispiace?". Le disse ridendo. Che cosa avrebbe potuto rispondere lei, gli occhi pieni di lacrime di gioia? E poi i suoi gatti avevano già deciso e gli stavano saltellando allegramente intorno strofinandosi contro la sua pelle abbronzata. "No, figurati rispose lei "Tiro fuori le scarpe. Nel frattempo gradisci una birra?". Sorrideva. Anche lei.

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