“Sai che significa esser bruciati / e senza un filo, un'ombra di sorriso? / Sai che significa implorare la gioia, / perché ritorni come un tempo sul tuo viso? / Un mare di fiori gettato su un guitto / non può colmare il suo vuoto orrendo. / Un attore senza voce è un lazzaro / e rotea come una girella nel vento. / Ma egli si ostina a non voler morire / e con desiderio aspetta l'alba / sterminata, gelida, ventosa, / perché è bella la vita, e misteriosa, / e così labile”

Angelo Maria Ripellino

Mercoledì, 21 Maggio 2014 00:00

Protezioni

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L'odore delle lenzuola pulite e delle lacrime salate, un connubio perfetto. La pioggia, fuori, picchiettava sui vetri della camera da letto. Le era venuta voglia di lenzuola color rosa gessetto, chissà perché, e di federe a fiori lilla, viola e ciclamino, con foglioline verdi. Il motivo di tanto colore le era sconosciuto; notoriamente lei amava il nero, forse per quella storia che narra che fa fine e non impegna, che va bene su tutto. Che sfila, ma soprattutto perchè la faceva sembrare più magra. Si detestava da sempre. Oggi più che mai.

Era stata una giornataccia di quelle che si dimenticano raramente e che in verità vorresti cestinare all'infinito, un loop di delete. Era cominciata alle 9:30 col primo messaggio "Come stai?". L'ora era un po' presta, ma decise comunque di rispondere a quella strana creatura bionda dagli occhi di ghiaccio "incubi e nausea, non so perchè. Ho appena consegnato le dimissioni. Piccoli passi avanti. Dimmi di te". Cadeva sempre sul finale. Avrebbe anche potuto risparmiarsi la domanda altruista tanto lui stava già puntando al racconto personale. Come sempre, d'altronde. "Ok. Avevo solo bisogno di sapere, perché ho fatto strani sogni... ho sognato la fine di tutto, tutto sudato... e oggi è peggio di ieri... difficile crederlo. MA voglio crederci". Quel ma in stampatello era inquietante e come al solito lei non aveva capito niente di quello che le stava dicendo. Avrebbe fatto di tutto pur di tenerselo. Come sempre. Come prima. Come oggi, ma, forse, non come domani. Furbetto il ragazzino nel menzionare gli incubi. La stava manipolando. Lei stessa aveva postato pochi minuti prima che aveva dormito male e aveva fatto sogni di cui non voleva conoscere il significato. Carino lui ad arrivare come un falco sulla preda.
"La fine è l'inizio. Lo sai. Un nuovo ciclo. Senza paura. Giorno dopo giorno". Risposte a caso. O stava cercando di rassicurarlo? Il confine era sottile come un guscio d'uovo. Lui aveva la pelle di alabastro, liscia come la seta, le spalle larghe e un meraviglioso culetto. Lei era molto romantica, sì. Concentrata solo sull'essenza delle persone... Ad essere sinceri aveva anche un discreto cervello, martoriato da troppi pensieri inutili. "No, ma il fatto è che è una vita che penso che tutto andrà meglio. Non è vero niente. Ora leggo i tempi e ascolto le pause della fine sul fondo". Ecco. Cominciava con la tiritera della depressione. Le pause della fine sul fondo... Dio, ma si drogava? Aveva la mascella contratta e lo stomaco cominciava a bruciare per il gran nervoso. Le pause della fine sul fondo... ma che fondo? Che pause? A che pro essere così criptici. E così depressi, anche! Aveva tutto dalla vita: bellezza, talento, fisicità, intelligenza. Aveva anche i capelli biondi e gli occhi azzurri. E un grande vuoto dentro. A sentire lui. A lei era piaciuto subito per via di quei calzini verdi con le stelle abbinati ai jeans skinny bluette. A coronamento un sano chiodo nero borchiato. Testa rasata per metà e un grande ciuffo biondo di riccioli morbidi. Un angelo punk. I denti perfetti, la voce sensuale. Le mani lunghe e morbide. Un musicista. Basso e contrabbasso. Preludio di disastri. Lei doveva stare lontana dai musicisti. Gente strana, combattuta, dannata e per questo fottutamente interessante ai suoi grandi occhi verdi di provinciale insoddisfatta. Bugia. Cercava gli strani perché si sentiva lei stessa strana. Inadeguata. Insicura. Non si piaceva da mai e questo passava agli occhi maschili forte e chiaro dando sempre il medesimo risultato: l'abbandono. "Tu vivi tutta la bellezza del nuovo che sta avanzando davanti a te... hai un sacco di fermento nell'aria che respiri. Vivi tutto a pieno bene. Bau".
Bau. Bau? Ma vaffanculo lui e i bau. Scriveva solo per farsi rassicurare. Quando non aveva niente da fare. Andavano avanti così da una settimana circa. Da quando lui aveva lasciato il nuovo posto di lavoro dopo solo due giorni dicendo che era troppo stressante, che non ce la faceva. Troppe responsabilità. Diceva che non reggeva lo stress. Il confine era sempre più sottile. La pazienza anche si stava affievolendo. Anzi, era proprio uscita a fare un giro. "Certo. Ma và, son tutte scuse. Non sono mica scema io. Piantala con sta pantomina melodrammatica. Sono una scopata. Non sono mica cretina, me ne sono fatta una ragione. Quante parole a caso". A seguire bestemmie di ogni tipo a scomodare metà dei santi del Paradiso. Posto che esso esista. Ovvio. Ovvio anche che lei avesse perso la pazienza. Erano giorni che gliela menava con la storia della protezione. "Non posso appoggiarmi a te, devo proteggerti. Proteggiti anche tu da me". Più volte si era chiesta se fosse la pubblicità di un preservativo. Le diceva che voleva suicidarsi. Lo diceva circa ogni mezzora e le metteva veramente paura. Ogni volta raccoglieva le lacrime sgomenta e cercava di rassicurarlo con il cuore che le scoppiava nel petto.
"Tesoro, vieni qui da me. Ti aiuto io. Hai bisogno di affetto". La maledizione di Candy Candy. Questo spirito di crocerossinato che le ammorbava l'esistenza da quando ne aveva memoria. Ogni uomo un salvamento. Chissà quando qualcuno avrebbe salvato lei... Fino a quando cercare di salvare gli altri per salvare se stessa. Fino a quando sentirsi inadeguata e scegliere ogni tipo di mentecatto le capitasse a tiro. Purché fosse spiantato, inutile, falso, bugiardo e soprattutto innamorato di un'altra. Ma con lui era diverso. Le era entrato subito sottopelle con le sue disconnessioni e il suo lacrimare bisognoso. Provava odio verso la propria generosità e accoglienza. Giusto ieri un suo ex le aveva fatto notare quanto fosse bello starle vicino fisicamente e quanto fosse appagante e a volte irrinunciabile. Purtroppo traspariva una così scarsa percezione di sé che al di là del rapporto fisico tutto crollava. Lei e la confusione sentimental-sessuale. Faceva fatica a capire che amore e sesso non vanno di pari passo. Non sempre comunque. Per lei era tutto amore. Non importava chi avesse davanti. Aveva l'affanno. Da giorni la pressione era schizzata alle stelle. Lui l'aveva inghiottita nel buio dei suoi vortici mentali. Lei si sentiva impotente. Lui, forse, cercava solo scuse per sbarazzarsi di lei pur mantenendone le attenzioni. Egocentrico. Insicuro. Infido. Manipolatore. Non si sarebbero rivisti né risentiti. Era finita in lacrime. Una pesantissima mattinata oscura.
Mancava soltanto il risvolto e poi il letto era finito. Le lenzuola profumavano come un campo di rose e lei non vedeva l'ora di buttarcisi dentro. Non prima di un bel bagno però. Si tolse i vestiti, la biancheria gettata nel catino di fianco alla lavatrice e nella vasca semipiena, quindici gocce di olio essenziale di lavanda. Immotivatamente continuava a piangere lasciando colare il rimmel sulle guance rosate. Gli occhi verdi erano tempestati di polverina nera e risultavano ancora più brillanti alla luce dell'armadietto a muro.
Si sentiva infinitamente sola. Innamorata dell'uomo sbagliato, troppo giovane, troppo bello, troppo musicista, troppo paraculo, troppo lontano. Molto lontano. Si era ricordata di una frase che le aveva sussurrato una delle due uniche notti in cui avevano dormito a casa di lei: "Domani mattina facciamo il bagno insieme". Poi, il nulla. Niente bagno. Niente baci. Solo pianto. Ma ne valeva davvero la pena? No. Irrevocabilmente.
Stava per mettere un piede nella vasca quando sentì uno strano rumore provenire dal salotto. Un brivido di tensione le corse lungo la schiena. Un altro rumore. Come un battere. Era forse entrato qualcuno? Cosa poteva fare lei nuda nel bagno? Prese d'istinto la bottiglia dell'olio da massaggio. L'unica in vetro. Si diresse piano e tremolante verso la sala da pranzo cercando di captare meglio i colpi. Sembrava un ticchettare. Un ticchettare sulla porta. C'era qualcuno che voleva entrare.
Si avvicinò allo spioncino ormai priva di fiato, sull'orlo di un attacco cardiaco o, forse, di un attacco di panico. Riuscì a sporgersi senza fare rumore e a guardare fuori. "Tesoro sono io, fammi entrare. Non posso stare senza di te. Perdonami".
Lacrime. Applausi. Maniglie che si aprono. Bocche che si sfiorano e la solita sveglia che suona. Bello sognare. Come sempre.

NB: la foto è di Cristiana Folin.

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