“Tanto per incominciare, i fratelli De Rege erano napoletani di Caserta...”.

Nicola Fano

Mercoledì, 28 Maggio 2014 00:00

Una casa di edere

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C'era gente che entrava e usciva. Usciva, perlopiù ed era bellissimo guardarli attraversare la vecchia porta sovrastata di edere a foglia larga e, benchè lei avesse sempre preferito la minuta vite vergine, provava ammirazione per quelle grandi foglie verde brillante e profondo. Gli stipiti erano stati mantenuti come in origine. Solo che ora erano lindi e levigati. Chissà, forse lo erano anche allora, ma come potremo mai saperlo?

Noi, non c'eravamo. Aldilà della porta scale ed ancora edere a tappezzare le pareti della vecchia casa di ringhiera. Donne affaccendate sui ballatoi. Panni da stendere, bambini da rincorrere, mariti da rimproverare e, per qualcuna, da ritrovare. Una donna sulla quarantina passeggiava seminuda scaricando la differenziata nei bidoncini appositi. Tutto normale in questo angolo di paradiso. La casa aldilà della porta era un po' scrostata. Le edere si sa danneggiano la muratura in modo impressionante. E poi c'era il rumore del treno. Irreale se si pensa alla magia di una casa di ringhiera immersa nel verde. Tu-tum tu-tum in lontananza, come un fruscìo. Quante volte si era seduta alla fine del grande viale alberato aspettando i treni di ora in ora, sperando in un futuro migliore. E ogni volta era tornata a casa un po' più consapevole, con meno lacrime in riserva e convinta che il futuro stesse al di qua o aldilà di quelle rotaie. Non sopra. Non avrebbe mai avuto il coraggio di morire così, di morte violentemente indotta. Troppo narcisista o, forse, autoconservatrice. Non sopportava l'idea di essere ritrovata a tocchetti sparsi per i campi circostanti. Che pensieri bizzarri. Era come quando aveva sognato di buttarsi giù dal ponte. Aveva sognato di volare. Aveva sognato. Il profumo di arrosto la stava ingolosendo. Ogni domenica la vicina di casa cucinava qualche leccornìa e lei annusava l'aria soddisfatta. Mai che le offrisse qualcosa però. A lei rimanevano sempre e comunque le sue spianate di acqua e farina con sale e olio. E rosmarino. Ormai cucinava quasi tutto da sé. Il periodo non era dei migliori e non sembrava vedersi alcuna luce all'orizzonte.  Il suo era un appartamento col piccolo terrazzo adorno di clematidi colorate e gelsomini. Aveva anche diversi tipi di rose, ma i parassiti le perseguitavano, quindi decise di porre fine alla vita delle piantine non bagnandole più. Una sorta di eutanasia floreale insomma. Non era come buttarle. Cioè, non era vero e proprio floricidio e forse in paradiso ci sarebbe stato ancora un posticino per lei, povera peccatrice. Il sole era davvero caldo, veniva voglia di stendersi su una sdraio e dormire, ma tante erano le cose da fare prima di lunedì. Se non fosse stata disoccupata. Di fatto avrebbe potuto dormire fino all'anno prossimo venturo. Svegliandosi solo per mangiare. Stava passando un altro treno e lei aveva bevuto troppo gin. Non che l'avesse fatto apposta per carità, ma aveva scoperto quello strano intruglio a base di gin, campari, zucchero di canna e succo di arancia che lì per lì le dava grandi soddisfazioni salvo riselvarle momenti di devastante oscurità. Così adesso le si stavano appalesando tragedie epiche riguardanti età, futuro e solitudine. Avrebbe bagnato le clematidi, ma c'erano quasi trenta gradi e il sole a picco. Le scocciava far morire le clematidi, avrebbero bevuto più tardi. Il profumo dell'arrosto insisteva e a ben pensarci poteva esprimersi anche lei in qualcosa di buono anzichè le solite spianatelle. Nonostante fosse sbronza era sicuramente in grado di produrre un risotto. Frugò in frigo. Zucchine. Perfetto. Non aveva lo zafferano (era decisamente inaccessibile) ma c'era pur sempre il curry. E lo xanax. Risotto zucchine, curry e xanax. Chissà cosa ne avrebbe pensato Ducasse. Sorvolò sul risotto e prese una ventina di gocce di xanax. Si addormentò nel giro di mezzora sempre convinta che dormire e non vedere rimaneva la miglior cura per ogni male e poi le benzodiazepine le sedavano la tachicardia. Non avere il cuore che ti batte a tamburo in gola per ore è pur sempre un bel risultato. Anche il triptofano aveva dato buoni risultati sull'umore. Finalmente non piangeva a dirotto per ogni cosa ed era persino in grado di vedere la luce in fondo al tunnel. O forse era una lampadina prima della porta su un altro tunnel. L'avrebbe scoperto solo percorrendo la strada lungo la quale aveva già lasciato indietro gente inutile. Il satanello travestito da angelo biondo ad esempio o il satanello vestito da rockstar coi lunghi capelli corvini e il codino smunto. O il satanello travestito da intellettuale. Se lo ricordava bene di quando aveva venduto l'anima al Diavolo e non era nemmeno molto tempo addietro. Era di notte. Piangeva. Era stata rifiutata ed era convinta di essere vecchia e brutta e aveva chiesto per favore al Diavolo di non farla mai invecchiare, di restare per sempre bella. Tanto, il Diavolo, non esisteva. Ma da quella volta di quasi tre anni prima strane cose avevano cominciato ad accadere. Il soffitto della stanza da letto si faceva ogni notte più scuro e denso di nubi nere vorticose. Tra lei e la tempesta si era frapposto un vetro di cristallo a doppio strato non ravvicinato. All'interno farfalle blu volavano come impazzite. E poi le visite notturne. Tutte quelle sagome nere che le parlavano, sussurravano, le chiedevano cose o cercavano di tirarla fuori dal letto e portarla via.
"Lui era come me, lui era come me. Per questo non potevo sopportarlo. Lui e la sua saccenza, lui sapeva tutto di me, lui non sbagliava mai una previsione. Lui era io mio specchio e io non potevo sopportarlo"
"Tesoro, lui non c'è ora. Sei libera"
"No è sempre qui, è sempre qui. Mi parla. Di notte sussurra frasette ambigue con quella vocina suadente. Io lo odio. Non lo sopporto. Vorrei vederlo morto. No. Non si augura la morte. Vorrei che si facesse molto male. Più di quanto non se ne faccia già da solo"
"Tesoro lui è malato". "Forse. Sicuramente è un coglione". " Se è come te allora sei cogliona anche tu" le disse sorridendo. "Sì. Lo sono". Non sorrideva granché però. Le clematidi si aprivano al sole e aveva solo voglia di una spremuta di limoni e lime. Troppo cari i lime. Vada per i limoni. "Quella cretina della sua ex fidanzata adesso ce l'ha con me. Ma come può sapere di me, cazzo? Io a malapena so chi è. Ho visto qualche foto. Mi sono informata su internet. Lui stava male, volevo capire cosa stava succedendo. E quanto fosse paraculo". "Tanto. Troppo. Ma ricordati che è anche malato". "Forse è matto. Ma i matti non esistono. Forse. E se fossi matta io?".
La spremuta di limoni le bruciava in gola e le pizzicò fino alle narici. Sternutì. Due volte. Tre volte. In bagno a soffiarsi il naso. "Sono pallida e ho un po' di occhiaie, ma sono ancora bellina". "Tesoro sei bellissima, cerca di non buttarti giù". "Ma no. Butterei giù lui. Da un ponte. Guarda se era il caso di fare un numero così. Farmi credere di essersi affezionato. Fare finta di essere un amico. Piangeva al telefono capisci? Piangeva singhiozzando e mi chiedeva aiuto. Bastardo schifoso. Voleva solo far ingelosire lei. Le avrà detto tutto. Anche che abbiamo scopato. Due volte. Con esiti disastrosi. Penso che non mi farò mai più toccare da un uomo". "Ma lui non è un uomo è un cretino". "Allora sono cretina anche io", pensò mentre si soffiava il naso e si sistemava i capelli. "Sono cretina e cogliona. Sono una perdente. E non avrò mai più un uomo". Pensieri triti e ritriti che cercava di gestire da tempo. Prendeva molto xanax. Dosi altalenanti. Al risveglio altalenava anche lei però. Spesso si ritrovava appoggiata alle pareti a causa delle vertigini. "Tesoro dovresti riposare". "No. Farò una frittata così mangiamo tranquille". "Lo sai che io non ho voglia di mangiare". "Beh, ma potresti farlo per me. Faccio la frittata col basilico del mio balcone. È buona...".
Ultimamente faceva difficoltà a gestirla. Erano molto simili loro due in realtà, ma c'erano dei tratti di lei che la snervavano. Come l'avere sempre ragione. Anche lei era come lui. Lo stronzetto biondino. Quasi rossiccio. Ricordava quei gatti striati rossi. Solo che non aveva gli occhi gialli. "Basta pensare a lui. Gli mandi energia che non si merita". "Gli manderei palate di merda, altroché. Ma sarebbe inutile. Le passerebbe all'altro che lo abita e addio buoni propositi".
La frittata era pronta ed aveva un profumo invitante, la mise in un bel piatto ornato di fiorellini azzurri stile Provenza e iniziò a mangiare con calma. Sì, ultimamente non riusciva più a venirne a capo. Lei e quelle fastidiose rughe circolari sul collo. Come se un cappio l'avesse stretta troppo violentemente. E le mani rugose. Avrebbe potuto mettersi una crema. E invece no, sempre lì a rovistare nella terra dei vasi. Certo non era come lei che ad ogni attimo si lavava le mani. Adorabili nevrosi che sfociavano comunque sempre in qualcosa di buono. "Dove c'è la nevrosi c'è il dono" le diceva sempre la sua analista. Diceva che doveva coccolarla, la nevrosi, prendersene cura e coltivarla in modo sano. La frittata era buona. Se era sana non sapeva. E anche l'analista comunque l'aveva mollata. Si era trasferita all'estero e le aveva consigliato una sostituta. Mai conosciuta. "Allora il basilico cresce bene?". "Certo. Ha la giusta dose di sole e ombra e lo bagno con cura". "Sei diventata molto accudente nei confronti delle tue piante. Sei ammirevole". Coabitavano da qualche tempo. Avevano condiviso diversi disastri amorosi e ormai potevano definirsi amiche oltre che coinquiline. A lei piaceva piantare bulbi. Ormai avevano il poccolo terrazzo disseminato di vasi medio-grandi da cui sarebbero sbucati prima o poi bellissimi e coloratissimi fiori. Lei preferiva trapiantare piantine già cresciute. Era il risultato immediato che la stimolava. Le attese la snervavano, non aveva mai avuto pazienza. Era irrascibile, impaziente, nevrotica e passionale. E terribilmente sola. A parte la sua coinquilina dotata di razionalità. A ben pensarci si era sempre accompagnata a persone più razionali di lei, come se lei da sola in qualche modo non funzionasse, come se avesse bisogno di qualcuno che azionasse i giusti bottoni.
Le era tornato il mal di testa e le vertigini. Ultimamente barcollava più del solito. Forse colpa dello stress e del caldo. Aveva bisogno di aria e aveva voglia di dormire ma erano impegnate a chiacchierare e non se la sentiva di troncare il discorso così.
Qualcuno aprì la porta che dava sul terrazzo ed entrò una luce accecante. La sagoma in controluce le ricordava qualcuno di familiare ma il viso era troppo in ombra per poter essere identificato. "Scusa, ma entri in casa mia senza bussare?". "Cristiana. Stai ancora parlando da sola? Dove sei oggi? Al mare o in città nella casa di edere?". Sentì una fitta alle tempie. "Scusi ma lei chi è? E perché è entrata in casa mia?". Urlava. E girava per la stanza come impazzita. Sbatteva contro le quattro pareti come una libellula rinchiusa nel vasetto di vetro. Come le libellule che catturava da piccola. "Calmati tesoro è un brutto sogno". "Diglielo tu di andarsene. È entrata in casa mia senza chiedere. Vede?? Lo dice anche la mia amica che deve andarsene. Se ne vada!". "Cristiana. Non c'è nessuna amica. Devi prendere i farmaci. Li hai di nuovo nascosti in bagno vero? Nei filtri dell'aria come l'altra volta?". "Se ne vada. Non ho bisogno di farmaci".
Le pareti la accecavano nonostante la porta fosse stata chiusa. Non aveva più percezione delle edere sul piccolo terrazzo. La sua amica era sempre più lontana e inconsistente. Sentì due mani forti stringerle gli avambracci. Provò a divincolarsi, ma gli infermieri ebbero la meglio. Fece in tempo a sentire il pizzico del laccio emostatico e il dolore dell'ago. Prima di addormentarsi le venne in mente Sarah Kane, "Una me che non ho mai conosciuto, il volto impresso sul rovescio della mia mente. Aprite le tende". Poi la torazina fece effetto. E le tende si chiusero riconducendola nell' oscurità.

NB: la foto è di Cristiana Folin.

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