"Adesso tocca a noi, agli uomini senza talento. È arrivata la nostra ora!"

Sándor Márai

Venerdì, 10 Agosto 2018 00:00

La tipica giornata di un fascista

Scritto da 

(Sketch comico di Luis Régo)

 
Amici della giustizia, e del fascismo, buongiorno. Freunde der Giustiz, un da Fascismus, Heil Hitler! Sì, lo so, lo so bene, che l’estrema destra non è il fascismo. Lo so... Ma cazzo si avrà pur il diritto di essere fascisti senza essere di estrema destra!
Siamo in democrazia, approfittiamone, quando l’estrema destra sarà al potere forse non avremo più il diritto di essere fascisti!

Io sono fascista, mi accetto per quello che sono, vi lascio vivere, per cui lasciatemi in pace! D’altronde, fateci caso: le persone appena dite “sono fascista” vi guardano male, mentre basta non dirlo e nessuno se ne accorge. Io sono un cittadino come gli altri, viva il Duce e il Fuhrer!
Cosa credete, amici della tolleranza? Che noi siamo più indifferenti degli altri? È falso, noi siamo altrettanto insofferenti dinanzi alle ingiustizie sociali, allo stato di abbandono di questo Paese, e dinanzi alla mancanza di rispetto e di responsabilità dei nostri politici. Guardando ai numeri non possiamo tutti che renderci conto di quanto sia drammatica la situazione costatando come, purtroppo, ci sono ormai sempre più stranieri nel mondo...
Sapete almeno che cosa vogliamo davvero, noi fascisti? Ebbene io ve lo dirò: una società perfetta! Una società perfetta, amici liberali, ascoltatemi bene, è una società in cui i cani cagano dove e quando noi gli diciamo di farla! È una società senza scioperi, dove i partiti politici non vengono ad annoiarci alla televisione, dove gli immigrati vengono a lavorare e non a divertirsi ingozzandosi di kebab e couscous! Dove il terrorismo deve essere vietato! Dove i ricchi devono essere contenti di essere ricchi e i poveri contenti di essere poveri. Dove la zia deve essere sposata con lo zio!
Un mondo dove tutti devono essere uniti contro tutti gli altri!
In breve, una società perfetta è un mondo in cui non si ride stupidamente.
Ecco cosa chiediamo noi: la felicità e nient’altro.
Sono stato cresciuto in un ambiente fascista, e se rispetto i miei genitori è grazie a loro! Ma sono sicuro che vi chiedete come fa un nazi-fascista come me a vivere felice in un mondo come il nostro, in mezzo a tutto questo casino. Ebbene è molto semplice, posso raccontarvi la mia giornata di ieri.

Cinque del mattino: Salto dal mio letto, in ferro, nel quale dormo su dei chiodi. La mia sveglia automatica fa risuonare Faccetta nera. Ancora addormentato, saluto il ritratto del Fuhrer che è appeso sopra il mio letto. Poi vado a lavarmi i denti, con uno spazzolino che è anch’esso in ferro.
Sei del mattino: colazione con salsiccia di Francoforte, crauti, patate e birra a volontà.
Sei e mezza: provo ad andare di corpo ma sono troppo stitico. Ne sono molto felice.
Sette del mattino: mi reco in edicola e compro Chi e Oggi per sapere tutto quello che è successo oggi e chi ha fatto cosa.
Otto del mattino: ho finito la prima pagina di Chi e mi metto a rileggere il Mein Kampf insieme al libro La dottrina del fascismo scritto da Gentile e Mussolini.
Nove del mattino: esco a fermare il complotto contro il mio Paese, facendo tappa in un bar nei pressi dell’Altare della Patria. Ci sono più di cinque gradi, sento molto caldo. Bevo due birre.
Dieci del mattino: fa un caldo infernale, sette gradi. Faccio notare gentilmente al barista che è arabo e che non è un buon motivo per essere così lento nel versarmi una quinta birra.
Undici del mattino: dopo aver sentito parlare male dell’Italia da tutti nel bar, me ne vado amareggiato. Ma quello che vedo per strada mi disgusta ancora di più: kebabbari ovunque che avvelenano gli onesti italiani, negozi di cinesi che ci invadono, zingari che rapiscono bambini, extracomunitari scansafatiche che non vogliono lavorare e che ci rubano il lavoro.
Mezzogiorno: faccio un po’ di spesa: due chili di aglio, due litri di birra bionda e un manganello.
L’una: il portinaio portoghese mi saluta, io come al solito non gli rispondo. C’è ancora puzza di merluzzo dappertutto nella scala per colpa sua.
Le due: mentre la pasta si cuoce, scrivo una petizione per far espellere sia il nero del sesto piano che il portinaio portoghese, con tutta la sua famiglia, poiché ieri ha chiuso la porta d’ingresso alle dieci e cinque anziché alle dieci in punto.
Tre del pomeriggio: non è più pasta, ormai è diventata purè. Pazienza, bevo birra mentre ascolto Wagner.
Quattro del pomeriggio: ricevo una chiamata da un numero anonimo che mi dice: “(con accento tipicamente africano) Bastardo, ti faremo la pelle”. Sono sicuro che sia il nero del sesto piano! Sulla porta del quale ho inciso ieri sera una svastica con un’ascia. Che si fotta, quella gente lì è spazzatura e con la spazzatura non si dovrebbe nemmeno parlare.
Quattro e mezza: lucido i miei stivali da SS, comprati al mercato delle pulci, e poi infilo il mio mantello di pelle nera, comprato dai cinesi, per andare dal tatuatore. Bevo una birra per la strada.
Cinque: sono esattamente, precisamente, le cinque in punto. Entro dal tatuatore e gli chiedo di tatuarmi Hitler sulla scapola destra. Dopo cinque minuti il dolore è già insopportabile, stringo i denti sulla lattina di birra, ma la fede fascista richiede molta abnegazione. All’improvviso, orrore: noto che il tatuatore porta un bracciale al polso con sopra inciso il suo cognome: Levi! L’ago entra sempre più in profondità nella mia carne, ho difficoltà a trattenere un urlo di furia e disperazione: “Un ebreo mi sta torturando!”. Mi fa male, terribilmente male, sta durando fin troppo! Speriamo che non si accorga della mia ammirazione per i nazisti.
Sette meno un quarto: il tatuatore mi dice: “Ho quasi finito, se vuole posso farle Himmler sulla scapola sinistra”. Oh, che stronzo! Lo pago e me ne vado. Non sento più il mio braccio, il dolore è terribile. Entro nella metro per tornare a casa, ma lì vedo appeso un volantino di Amnesty International che mi manda su tutte le furie. Esco il mio pennarello nero con la mia mano sinistra, voglio esprimere il mio sdegno, ma non riesco a scrivere.
Sette e mezza: non essendo riuscito che a fare degli scarabocchi, fermo un passante e gli chiedo gentilmente di scrivere “Morte agli ebrei e ai negri”. Il tipo, ridendo, mi chiede: (con accento tipico africano) “Come si scrivi negri?”. Gli rispondo: “Fai quello che ti dico e chiudi il becco!”. Così lui mi dà una pedata negli stinchi e mi spinge premendo sulla mia spalla. Che male!
Otto di sera: sono per terra, dolorante, ma per fortuna una mano caritatevole mi presta soccorso: è ovviamente la mano di un poliziotto. Mi chiede cosa è successo, gli spiego che ho cercato di fermare un immigrato che voleva imbrattare il muro con delle ingiurie, e che lui mi ha picchiato. Il poliziotto mi risponde: “Ormai queste aggressioni capitano sempre più spesso, purtroppo”.
Otto e mezza: vado alla solita birreria, e lì incontro la bella Frida, con le sue autoreggenti e il suo pastore tedesco. Mi dice: “È da tanto tempo che non ti vedo, ti va di salire da me?”. Le rispondo: “Sì, ho bisogno d’amore”.
Nove: do il mio manganello a Frida, mi sdraio sul suo sordido materasso e le dico “picchiami puttana, ho bisogno di rilassarmi un po’”. Si spoglia del suo mantello, è nuda con solamente le sue autoreggenti e comincia a spaccarmi la faccia. Io grido: “Oh sì, sì, sì! Mi fa bene quando mi fai male. Per favore, ordina anche al tuo cane di mordermi!”.
Nove e mezza: sento dei brividi.
Dieci meno dieci: sono a pezzi, il cane mi ha distrutto. Ma non ho mai fatto l’amore così bene di tutta la mia vita. Ripasso dall’Altare della Patria e cerco di tenere duro per tornare a casa.
Dieci e cinque: arrivo a quattro zampe davanti al portone del palazzo, ed è chiuso... e io mi sono dimenticato le chiavi! E quel coglione di portoghese che ha chiuso alle dieci in punto! Folle di rabbia prendo a calci il portone, perché le braccia mi fanno troppo male. Ma il portinaio fa finta di non sentirmi, quel figlio di puttana!
Mezzanotte: svengo dalla fatica e mi corico in un cassonetto dopo aver vomitato.
Quattro del mattino: sento dei brividi.
Quattro e mezza de mattino: sento la porta che si apre, è il nero del sesto piano che sta andando a lavorare. Urlo: “Lasci la porta aperta!” E lui mi risponde “(con accento africano) Io non parlo con la spazzatura”, e mi chiude la porta in faccia. Che farabutto, le persone di questa razza qui bisognerebbe sbarazzarsene una buona volta per tutte! Heil Hitler!




Nota: Il testo è stato tradotto a partire da: Luis Régo. Extrait de l'émission de radio "Le Tribunal des flagrants délires" du 28 septembre 1982 sur France Inter, avec comme invité Jean-Marie Le Pen. Sono state adattate, modificate e aggiunte soltanto delle piccolissime parti. Tutto l’intervento di Régo era una “risposta comica” all’accusa di Pierre Desproges che, citando Léopold Sédar, aveva affermato in apertura che “un razzista è un uomo che si sbaglia di collera”, e che aveva chiuso il suo intervento citando la seguente parte finale un noto brano di Brassens:

“Non è un luogo comune quello di loro conoscenza,
E provano profondamente pena per tutti gli sfortunati,
Per tutti quei maldestri che non ebbero la lungimiranza di nascere nel loro Paese.
E quando suona la campana sulla loro felicità precaria
Contro gli stranieri, tutti più o meno barbari,
Escono dal loro buco per morire alla guerra
Gli imbecilli felici che sono nati da qualche parte”

L’intervento originale di Régo può essere visto qui.
E l’intervento originale di Desproges può essere visto qui.

Altro in questa categoria: « Percoto Introspettiva Pt. 16

Lascia un commento

Sostieni


Facebook