“Duro? No. Sono fragile invece, mi creda. Ed è la certezza della mia fragilità che mi porta a sottrarmi ai legami. Se mi abbandono, se mi lascio catturare, sono perduto”

José Saramago

Giovedì, 18 Giugno 2020 00:00

BLM e cultura digitale

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Siamo tutti a conoscenza di quello che sta succedendo in America in seguito alla morte di George Floyd. Non solo abbiamo letto molteplici racconti di questi eventi, ma siamo probabilmente tutti stati colpiti dai numerosi video sul comportamento brutale della polizia. Ironia della sorte: l’onnipresenza delle telecamere nella nostra società, tipicamente associata a una forma di controllo e oppressione del potere, viene usata come il più prezioso strumento per delegittimare il potere e denunciarne i metodi antidemocratici.

Tuttavia mentre i manifestanti scesi per strada stanno scrivendo la Storia, esiste anche un altro luogo, o meglio un altro spazio, in cui alcuni esseri umani stanno esprimendo pubblicamente la loro rabbia e delusione. Questo spazio è quello della cultura digitale: è uno spazio di scrittura e di enunciazione, di presa di parola e di rappresentazione, uno spazio di futura memoria. Un primo esempio è la sezione dei commenti di un sito come YouTube. Il 5 giugno 2020 il canale francese dell’INA (istituto nazionale dell’audiovisivo) pubblica, forse non casualmente, una intervista del 1980 in cui il comico Coluche denuncia la violenza della polizia francese e in particolare sulle persone di colore. Il video di per sé ha, dal nostro punto di vista, tuttavia forse ancora meno importanza della sezione dei commenti in cui i riferimenti alla situazione attuale sono numerosi e puntuali. È qui che gli users della piattaforma diventano producers producendo un discorso autonomo da quello originale (Coluche in quel video non fa alcun riferimento generico alla violenza della polizia) e mantenendo viva una discorsività che passa da uno spazio concreto (le strade) a uno digitale. Non si va oggi a rivedere quella nota intervista, così come il suo noto sketch sulla polizia, per ascoltare Coluche in un momento di noia o di nostalgia ma per dare un senso a quanto sta accadendo oggi davanti ai nostri occhi, non limitandosi ad ascoltare qualcuno ma intraprendendo un atto di scrittura.
Questo ritorno al passato è tuttavia ancora più evidente in video non caricati di recente ma in cui è possibile riscontrare lo stesso fenomeno. Un esempio di passato vicino in cui questo accade è il video musicale di Kanye West No Church in the Wild, che rappresentava, nel 2012, uno scontro fra polizia e cittadini con una cura cinematografica fuori dal comune. Non soltanto in questo caso una finzione (non si tratta di un documento storico ed esplicito) assume la stessa funzione del caso precedente, con l’immaginario cinematografico passato che viene storicamente a coincidere con l’immagine televisiva che abbiamo davanti ai nostri occhi guardando un telegiornale, ma si può osservare anche qualcosa di nuovo: migliaia di ‘mi piace’ dati ai commenti che si riferiscono agli eventi di Minneapolis. Se solitamente e giustamente siamo abituati a dare poco valore a questa strana forma contemporanea di apprezzamento, qui non è più possibile comportarsi con altrettanta superficialità. I 3458 ‘mi piace’ (ad oggi) dati al commento “Streets of LA and Minneapolis and probably many more cities soon” sono il modo più sicuro che ha la cultura digitale per scegliere di conservare un segno e di farlo diventare una traccia non facilmente cancellabile e fissarla. I ‘mi piace’ dati ai commenti (così come quelli dati ai video) non hanno qui il frivolo ruolo che possono avere su molti social ma determinano sia la visibilità di un dato commento nell’oceano infinito di altri commenti che la loro resistenza al passare del tempo. Se da un lato c’è chi usa lo spazio digitale per (ri)scrivere la Storia, dall’altro c’è chi, consapevole o meno, con un semplice click si assicura che quella riscrittura non venga né occultata né dimenticata. Questo accade in maniera ancora più eclatante nel video della canzone Changes di Tupac, pubblicata nel 1998 e le cui prime righe recitano “I’m tired of bein’ poor and, even worse, I’m black. My stomach hurts so I’m lookin’ for a purse to snatch. Cops give a damn about a negro. Pull the trigger, kill a nigga, he’s a hero”. Parole che oggi assumono un senso ancora più forte e drammatico. Rispetto ai due casi precedenti qui non solo entra in gioco la figura storica del cantante come figura di riferimento riguardo al problema sociale specifico che vede coinvolto il movimento Black Lives Matter, ma possiamo anche osservare come il footage vecchio stile presente nel video, che porta con sé delle chiare tracce delle forme di rappresentazione del passato, assume un valore documentario a posteriori e in qualche modo violando le più ovvie regole di credenza. Lo spazio dei commenti di YouTube, spazio tipico della nostra cultura digitale, è così oggi uno spazio in cui riprendersi, riscrivere, riconfermare e riappropriarsi di storie che riguardano lo spazio fisico in cui l’America brucia. Ma quello spazio non è l’unico luogo digitale in cui questo accade.
Appena resomi conto delle molteplici occorrenze di quanto ho finora esposto, e di cui non ho fatto che pochi esempi, da ricercatore impegnato nello studio delle narrazioni digitali, ho subito immaginato che nei mondi virtuali e digitali i giocatori avrebbero sicuramente usato tutte le potenzialità enunciative di quella forma di espressione (nei due sensi del termine) per manifestare la loro rabbia e riscrivere la storia. Questa mia intuizione trova subito conferma digitando l’acronimo “BLM” accanto al titolo di un gioco noto al tempo stesso per la sua libertà e per la sua violenza: GTA. Trovo così una prima registrazione di un videogiocatore che manipola il codice informatico del gioco per rappresentare prima una manifestazione pacifica in cui, con in sottofondo una musica triste, la polizia aggredisce e uccide il manifestante, solo per poi diventare la rappresentazione ultra realistica di un vero e proprio massacro delle forze dell’ordine da parte del manifestante. Non soltanto rappresentazione della storia ma, appunto, riscrittura. Il secondo video che trovo accade invece durante un gameplay online in cui dei giocatori, con degli avatar di colore, creano del caos in città e vengono uccisi dalle intelligenze informatiche che controllano gli agenti di polizia di quel mondo. Ma il terzo e quello forse più interessante è quello di uno youtuber che creando un semplice tamponamento in città riprende come le intelligenze artificiali degli agenti di polizia pestino e uccidano brutalmente i cittadini. Anche qui la finzione si presta a diventare una forma di veridizione e di denuncia, e la tanto rinomata e biasimata violenza del gioco GTA viene improvvisamente capovolta: è il mondo di GTA, purtroppo ispirato a quello non digitale, a essere violento nei confronti dei suoi giocatori. Ma anche in spazi apparentemente meno violenti il movimento BLM è ben presente e plasma le realtà che di virtuale non hanno forse poi così tanto. Così i giardini di Animal Crossing si riempiono di cartelli BLM creati dagli utenti stessi e così su Minecraft sorgono tutorial su come creare cartelli con su scritto “Black Lives Matter” che animano ora questi mondi digitali. Infine, i videogiochi sono diventati anche l’occasione concreta per creare numerose raccolte di fondi a favore di questo movimento; raccolte che avranno, si spera, una influenza tutt’altro che virtuale e in cui lo spazio digitale determinerà, seppur parzialmente, quello del reale. Tutto questo certo non vuole affermare che i giocatori di videogiochi e commentatori di YouTube, al sicuro dietro i loro schermi, stiano scrivendo la Storia nello stesso modo in cui lo stanno facendo le persone per strada che rischiano la loro incolumità e si espongono in prima persona.
Piuttosto quello che si è voluto qui mettere in luce è come non sia più possibile comprendere le nostre società, i modi e mezzi del nostro pensare e sentire sociale, immaginando una linea netta fra virtuale e reale così come non considerando le potenzialità offerte dalle tecnologie del digitale come potenzialità di scrittura e riscrittura che sono strettamente legate alle nostre interpretazioni del mondo.

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