“Cunto cantanno schiante... / Chiagne scuntanno cunte... / Sconto cuntanno chiante... / Schianto cantanno... punto”.

Mimmo Borrelli

Venerdì, 04 Dicembre 2015 00:00

Una passeggiata al cimitero

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Ci sono alcuni luoghi che frequentiamo sin da piccoli e fino a vecchi, e che eppure non conosciamo mai veramente. Questo perché vi andiamo sempre a compiere i nostri piccoli gesti abituali, indifferenti a tutto quanto vi è e vi accade, convinti della normalità dei nostri atti folli ed incapaci di cercarvi la meraviglia. A maggior ragione quando si tratta di luoghi come i cimiteri, ne stiamo volentieri alla larga tanto fisicamente quanto col pensiero. Eppure molti di questi sono ricchi di significato e se interrogati sanno rivelarci deliziose verità:

“È normale passeggiare indifferenti in mezzo a tanti morti e poi davanti ad una certa tomba piangere solo per “quelli nostri”? Ha un qualche senso volersi prendere cura dei morti portandogli dei fiori o lucidando il marmo? Che significato hanno veramente in luoghi come questi i cristi e le croci? Se davvero crediamo che quello sia il luogo dove finalmente si riposa in pace, perché mai ci angoscia così tanto? Chi, o magari cosa, andiamo veramente a trovare nei cimiteri? Crediamo veramente di andarci per dei morti e non per noi stessi? Cos'è propriamente la mancanza?”
Sono queste e tante altre le domande che sorgono recandosi in un cimitero senza un perché, andando a trovare qualche defunto che dopotutto solo per caso non è stato nostro parente, il nostro migliore amico, o ancora l'amore della nostra vita. Una passeggiata decisamente diversa dal solito, e certo un po' strana, ma che sa suscitare tanti pensieri preziosi, stupore e molte lacrime inaspettate.
Questo prima di tutto perché i nostri cimiteri sono luoghi di forti contraddizioni, a cominciare dai diversi tipi di persone che vi si trovano nello stesso identico momento. Per i più piccoli, ad esempio, i cimiteri sono dei parchi fioriti in cui divertirsi, mentre per gli adolescenti annoiati sono dei luoghi d'incontro in cui, di nascosto dietro qualche tomba, scambiarsi il primo bacio. Per alcuni adulti sono invece un luogo di lavoro, e al custode solitario magari fa anche piacere vedere un po' di gente e fare quattro chiacchiere quando c'è un funerale. Mentre per altri adulti ancora sono dei luoghi di raccoglimento, preghiera, ricordo, intimità, chiacchiere coi fantasmi e di pianto.
In quelli che sono poi i cosiddetti cimiteri monumentali, come quello della Certosa di Bologna, vi è anche un'ulteriore categoria che è quella del turista o del gruppo di turisti con la loro guida che fra due aneddoti non manca di farli ridere fra le lapidi più isolate. E tuttavia, nonostante la diversità delle persone e degli scopi, in una specie di tacita intesa tutti quanti collaborano adattandosi nei comportamenti non tanto alla realtà, appunto complessa e controversa, inconoscibile, quanto ad un immaginario. La sola idea che qualcuno da qualche parte possa piangere un caro spinge tutti al silenzio, alla calma, a un certo tipo di passo e di sguardi, a uno strano stato d'anima, e fa così dei cimiteri dei luoghi di umanissima fraternità dove a godere della pace sono forse sopratutto i vivi.
Ma anche dal punto di vista dei morti che vi si trovano le contraddizioni non mancano. Nei cimiteri c'è infatti chi con orgoglio è morto “lottando contro l'orrore nazista”, e chi sulla lapide accanto con orgoglio indossa la divisa del regime. C'è chi è morto di fame e chi con la fame degli altri c'è vissuto ad agio, ci sono statisti e anarchici, ci sono a volte nella stessa tomba mogli e suocere che per tutta la vita si sono odiate, o ancora dongiovanni e cornificati, e quanti amanti segreti o amici vi sono invece ingiustamente separati. Ci sono poi le classiche tombe famigliari, ma anche tombe e mausolei di marinai, suore, monsignori, torturati, bambini, partigiani, ebrei, che assieme invocano tante altre accezioni del concetto di famiglia. All'interno dei cimiteri può persino capitare che Lucio Dalla e il Carducci si trovino lì l'uno accanto all'altro, forse un po' in imbarazzo. O ancora che vi siano coinquilini due pittori come Saetti e Morandi... Proprio quel Saetti che nel '39 fregò il primo posto di quel concorso di pittura proprio a quel Morandi! A voglia di buoni motivi per tirarsi i vasi di notte e dare la colpa al brutto tempo...
Ma i cimiteri ci dicono anche molto sulle nostre società e sulle loro disuguaglianze. Così ad alcuni morti è riservata una targa più piccola di una piadina in zone recondite e buie, un vaso, la croce di legno sul prato comune, o persino una parte di pavimento sulla quale sbadatamente si cammina calpestando fisicamente i morti. Mentre per molti altri defunti, invece, la ricchezza materiale in vita perdura fino a dopo la morte con tombe appariscenti in stile faraonico, statue gigantesche di angeli di marmo, o ancora col privilegio di essere situate nel centro del chiostro o nelle zone più luminose e curate del giardino principale.
I cimiteri non solo rispecchiano la realtà, ci parlano della nostra Storia, ma sono anche immensi romanzi che si percorrono come pagine di un libro e che durante quel percorso ci fanno immedesimare e versare lacrime per persone che non conosciamo e che diventano personaggi.
Figli che piangono madri e padri, padri che piangono figli e mogli, storie di terribili morbi e di guerra, orfani e poeti, innamorati congiunti in eterno, chi si rassegna alla pace dei cari e chi prega invece perché questi “erompano dal marmo” e tornando alla vita rincuorino coloro che sono rimasti soli. E proprio come i buoni romanzi attraverso la finzione sulle lapidi leggiamo così i nostri valori, in quelle piccole storie troviamo ciò che ci commuove: l'amore fedele, l'umiltà e la carità, la famiglia, l'orgoglio del professore, del farmacista, del soldato, del notaio, dell'artista. E sono testi bellissimi, dove tutti sono eroi ed eccezionali, pieni di sorprese e strane coincidenze che ci fanno riflettere: ecco così che ci ritroviamo a piangere davanti al cognome di nostra madre o davanti al giorno di nascita della nostra migliore amica. Ecco così che rimaniamo senza respiro trovandoci davanti al nome di chi se n'è andato il giorno stesso in cui noi siamo nati, o davanti alla tomba di chi portava il nostro stesso nome ed è morto alla nostra stessa età. Ecco infine che davanti alla tomba di qualche giovane defunto sorridente, con la lapide cosparsa di regalini e fiori, ci ritroviamo a provare non già dispiacere ma invidia. Diamine come sarebbe bello essere così tanto amati! E come sarebbe bello avere un po' di quella pace! E come vorremmo non dover stare qui, così soli fra così tanti, con tante domande e senza risposte fra quelli che i morti non possono far altro che piangerli.
C'è infine un'ultima cosa che i cimiteri paradossalmente c'insegnano, ed è quanto fragile sia il ricordo. Fiori appassiti mesi fa', nomi cancellati su targhe divorate un po' da chi ha dimenticato e un po' dall'umidità, croci senza date, morti da cui nessuno va, candele arrugginite e posti vuoti nelle tombe di passioni morte prima del tempo. Sono innumerevoli le traccie dell'assenza in luoghi come i cimiteri, e ci costringono ad accettare l'innocenza di chi dimentica. Se all'apparenza essi sembrano luoghi della memoria, questa memoria di fatto rimanda ad una infinità al tempo stesso virtuale e vera di cose forse mai accadute, forse mai sapute, forse segrete e di tante altre dimenticate.
I cimiteri esistono cioè proprio perché noi dimentichiamo e veniamo dimenticati, lentamente ed inesorabilmente, da chiunque e già da vivi. Cosa sono questi luoghi in fondo se non il tentativo, dolce e goffo, di immortalare in un'istantanea qualcuno di cui sappiamo in fondo sempre così poco, di mettere un punto finale ad una storia che intimamente sappiamo di non conoscere mai per intera?
È quello che accade al povero Paolo, la vittima della supercazzola del secondo atto di Amici miei che davanti alla tomba dell'amata non ha e non avrà mai modo di sapere se essa ha avuto veramente un amante. Chi oggi, davanti alla sua bella tomba, può mai veramente ricordare ancora il Carducci nella sua persona? Chi oggi sente mai la sua mancanza? Semplicemente nessuno, il suo nome è rimasto insieme a tante altre parole volubili e vuote ma questo non ha affatto impedito il suo oblio.
Ecco così che questi campi dell'eterno divengono dei teatri satirici dove in vano si recita il ricordo e si predica un po' ingenuamente l'effimero. Com'è infatti possibile fare tesoro d'ogni momento e di trovare la gioia in ogni attimo, senza dimenticare il dolore, e cioè il senso profondo e l'identità, di quelli passati? Forse, così, se i cimiteri ci angosciano non è tanto perché essi evocano la morte, ma semplicemente perché al tempo stesso ci mostrano quanto siamo insignificanti, posizioni vuote decorate, ma ci ricordano anche che nonostante tutto noi non vogliamo essere dimenticati e che il primo diritto naturale dell'uomo è quello di aspirare, fosse solo nel cuore d'un altro, a niente meno che all'eternità.

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