“L'attore è un catalizzatore di presenze invisibili e inattuali”.

Attilio Scarpellini

Giovedì, 16 Luglio 2015 00:00

Il discreto romanticismo dell'orgia

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Chi può negarlo? Viviamo in un mondo dalle relazioni sempre più impostate sul modello del consumo al centro commerciale, intense per la loro quantità e non di certo per la loro qualità, dove ci approcciamo gli uni agli altri innanzitutto col desiderio reciproco di toglierci voglie, spendendo pochissimo per avere subito quanto desideriamo e non rischiando praticamente nulla, ossessionati dalle svariate possibilità attorno a noi che sono i nostri nuovi fantasmi, incredibilmente efficaci nell'essere indifferenti quando necessario e diabolicamente capaci in ogni istante di valutare come abili azionisti tanto i vantaggi di un investimento emotivo quanto i rischi ed il miglior momento per disfarcene e perfino con cosa sostituirlo facilmente.

In questo ipermercato delle relazioni siamo preoccupati soltanto di apparire desiderabili oltre la nostra stessa identità per essere amati proprio per ciò che non siamo ed evitare così ogni possibile messa in crisi della nostra persona, ogni cambiamento, e lo stesso pretendiamo dagli altri: soddisfatti o rimborsati, la riparazione è una condizione not available e le garanzie che diamo e abbiamo sono tarate per finire esattamente quando i problemi sorgono.
Conoscere persone e stare insieme ad altri non è mai stato così facile e così impossibile, non siamo mai stati così allegramente in compagnia e così disperatamente soli, non ci siamo mai trovati così tanto e cercati così poco, l'incrocio di Shibuya è divenuto il modello dell'incontro umano, il rapporto finzionale ha superato quello reale (per cui piangiamo pochissimo i veri morti ma in milioni non siamo capaci di accettare la morte di Jon Snow), la Chatroulette e l'orgia sono divenute l'unica forma concreta di relazione che conosciamo e di cui siamo capaci.
Ma se la scomparsa dell'umanità è una banalità provata dagli uomini di ogni tempo, quello che oggi ci contraddistingue è il nostro smisurato amore per questo mondo dove la morale è immorale e dove bello/brutto/cattivo/buono/vero/falso non significano più niente. Questa sparizione ci dà pace e sembra vantaggiosa nel non dover più rinunciare a nulla a priori. Così pur senza scopo non abbiamo rinunciato al viaggio, anche se una volta perduta per sempre la fede in un'Itaca attraversiamo ponti che ormai non portano ad altro che ulteriori ponti, presto incapaci di ricordare persino il nome del nostro posto in cui tornare. Allo stesso modo non abbiamo rinunciato neppure all'incontro, ma terrorizzati dal ciclope dei sentimenti ci presentiamo gli uni agli altri come “nessuno”, condannati a “vivere dello stesso e a morire dello stesso.1 Se la figura dello sconosciuto è sempre stata al centro dell'erotismo, pensiamo al colpo di fulmine, questo sconosciuto nell'ideale romantico è innanzitutto un esotismo, un misticismo, non è mai stato un nessuno, è esistito come irresistibile tentazione di sentire “vacillare la lingua dei padri2 dentro di sé e di esplorare l'ignoto fino a perdere la propria identità nell'alterità, come impeto sì ma anche e sopratutto come tempesta. Oggi che l'esotismo è perduto, lo sconosciuto è amato proprio in quanto sconosciuto, è erotico perché non lo si conosce e non lo si conoscerà, perché la sua figura senza passato non può avere un domani, ed in questo Ultimo tango a Parigi  è stato un film visionario. Così la pulsione sessuale “pura” è divenuta la principale causa delle nostre incessanti relazioni sociali, l'unica buona ragione per compiere quel pazzo passo verso l'altro contro la legge di Draconte del “ci si vede in giro” e della distanza.
Ne siamo così inebriati che a furia di tanto sesso sembra non rimanga nemmeno più il tempo di fare l'amore e cioè di arrivare assieme fino al momento della colazione. Viviamo con l'orrore del dono e del gesto gratuito (che oggi non siamo più capaci di comprendere fuori dal ricambio) anche durante l'orgasmo, viviamo contro tutto quanto l'antropologia della specie umana ci abbia insegnato: pretendiamo il valore senza alcun sacrificio e senza alcuna differenza negativa.
Non siamo più né sappiamo più essere l'uno per l'altro una meta né una metà, ma sopratutto non vogliamo più essere né legati né la prigione dell'altro: il nostro amare ha come tacita condizione la scelta razionale, di non essere tutto per l'altro, di non essere per sempre, di non dirci patetici “ti amo”, di non farci soffrire né ora né mai, di non essere a priori né a prescindere né una promessa, di poterlo dimenticare e di poterne fare a meno in ogni istante. Ed è proprio rinunciando a tutto questo che ci si ama “liberamente” a vicenda dentro il the terminal delle relazioni umane trasparenti felici intraducibili e impossibili dell'età contemporanea.
Tutto ciò, che un po' ingenuamente pensiamo di fare non nome della felicità e della libertà personale urlando incessantemente carpe diem stuprati, lo facciamo però con gli occhi e i cuori colmi di paura abbracciando una vita che smettiamo di amare non appena la catena del piacere e dell'oblio s'interrompe.
Sì, tutto questo è vero, ma forse si fa un po' troppo presto a dire come Bauman (ma in fondo anche come un ottantenne!) che il relazionarsi di oggi è una “degenerazione” del rapporto umano.
È davvero così? Abbiamo davvero rinunciato ad un destino con gli altri? Davvero non ci importa più di essere importanti? Il pensiero è indubbiamente invitante... ma cosa potrebbe mai convincere i cultori del rapporto facile che essi stanno facendo qualcosa senza senso? Che quei loro piccoli momenti perpetui di felicità fra sconosciuti e senza progettualità né intimità siano uno sbaglio? Quale modello culturale di felice rapporto romantico possiamo citare per convincerli? Giulietta e Romeo, Isotta e Tristano, Werther, Heatcliff e Catherine, Cyrano, Ofelia?
Aveva certo ragione la mammina del Troisi di Ricomincio da tre quando diceva che "i giovani oggi non sono mai contenti, vogliono tutto e lo vogliono in fretta", la categoria mentale della frutta di stagione non è oggi più che un feticismo, la lenta e difficile parola scritta è pervertita e quasi morta, nessuno più ha la pazienza di passare dai sessanta minuti della sinfonia (di cui un tempo, incredibilmente, si godeva!) per arrivare all'Inno alla gioia, i pigri sono gli ultimi rivoluzionari e i tempi della natura sono divenuti ovunque quelli della produzione di massa e della tecno.
In una recente indagine sulla prostituzione un cliente interrogato sul perché vi ricorreva ha risposto: “Viviamo nell’era del fast food, dunque è normale che vi sia anche il sesso veloce”; come dargli torto? Ormai liberi con la contraccezione dalle conseguenze più a lungo termine del rapporto, in un mondo dove il porno ha invaso persino la TV a ora di cena e sempre meno convinti che l'attesa del piacere sia il piacere stesso, nulla sa andare più veloce del sesso. Resta però da capire se questa fretta frenetica sia "generata dal demonio" o se invece non sia la via verso un paradiso finalmente ritrovato. D'altronde non è neanche vero che i giovani non sono mai felici, mai una generazione infelice come quella di oggi è stata così gioiosa ed è forse questo che nessuno sembra volerci perdonare: poco importa quanto tragiche siano le notizie quotidiane, tutte le notti le città sono affollate da brindisi, canzoni, danze, risate, progetti, eventi, nuovi amori e l'indomani senza speranza e senza risparmiare energie si continua ineluttabilmente a correre verso un futuro che non c'è fuggendo lontani da un passato sconosciuto e già dimenticato. Ma in questa corsa siamo davvero come i ciclisti morti sulla Transiberiana che continuano a pedalare per inerzia e senza legami allo stesso modo in cui Ulrich era senza qualità? Siamo davvero nel dopo l'orgia di Baudrillard dove tutto è stato già fatto e liberato invano per cui dove bisogna continuare a credere che non lo sia? Davvero ogni cosa, persino la relazione umana, continua a esistere senza più la sua idea? Sembra così, ma permane il dubbio che l'orgia sia ancora in corso e che sia più romantica di quanto appaia.

Bisognerebbe prima di tutto chiedersi se vi è davvero qualcosa da rimpiangere delle relazioni passate. Se in Amore Liquido Bauman ci racconta delle “vittime del sesso puro” che non sono altro che persone insicure e deluse, egli tace invece le milioni di vittime del “sesso contrattuale” unite ieri come oggi sotto il segno della dipendenza emotiva e della convenienza economica, del dovere della famiglia, della menzogna e della paura, della mancanza di alternative, della soluzione “meno peggio” e della legittimità sociale del rapporto sessuale. Non è forse proprio guardando la loro famiglia e quella degli altri che i giovani hanno cominciato a smettere di credere nella relazione umana? Non sono state le statistiche sulle violenze dentro il tempio dissacrato della casa e quell'abominio genetico e sociale che va sotto il nome di famiglia? Non sono forse stati i nostri genitori a metterci in guardia contro i rischi del sentimento, i primi a credere nel compromesso più che nelle promesse? A darci il cattivo esempio? La nostra sofferenza più intima e più profonda, da cui oggi fuggiamo a ogni costo schiavi di tutte le possibili forme di incoscienza (di cui il sesso-lexotan è quella più prelibata) non è forse iniziata proprio perché abbiamo creduto in quelle idee ottocentesche che ci sono state raccontate solo per il quieto vivere di chi le aveva già tradite?
Gli indifferenti di Moravia non ci ha insegnato niente? La relazione su cui si è fondata la società occidentale ancora prima che la monogamia non è stata forse soprattutto il tradimento (pensiamo a quanto sia centrale in tutte le nostre narrazioni!)? È questo proprio sin dai Greci e dai Romani dove la moglie legittima era sì una sola ma dove il libero concubinaggio era una prassi di cui nessuna società sembra aver saputo fare a meno nel passato come oggi (oggi in Italia il gli uomini sposati costituiscono circa il 50% dei clienti delle prostitute e si stima che sei donne su dieci tradiscano il proprio partner). Ma in fondo altrettanto fallimentare è stata altrove la poligamia legittima, che sul modello del maschio dominante in natura è stato per lo più privilegio di uomini ricchi e potenti di avere molteplici donne alle loro dipendenze. Il fallimento delle società nel regolare i rapporti umani è così grande che per Freud addirittura l'equilibrio della civiltà poggia in gran parte sulla sublimazione degli istinti sessuali repressi per cause “socialmente utili”. Se si accetta che le relazioni fra gli uomini sono la base di qualunque società, allora non si può leggere la drammatica storia dell'umanità che innanzitutto come il fallimento del rapporto con l'altro di cui la degenerazione, ancora prima che essere nei club scambisti, incomincia forse con la coppia stessa. Forse abbiamo sbagliato tutto sin dalla proibizione dell'incesto, chi può dirlo!
A maggior ragione questo appare vero se pensiamo all'atto che ha sancito il paradigma della modernità (di cui la contemporaneità è l'apice): la scoperta dell'America. Non solo quel viaggio avido per strade ignote verso una meta vaga e ingannevole appare molto contemporaneo, ma esso è stato sancito non tanto dall'incontro quanto dal massacro dell'altro. Quale miglior dimostrazione del nostro modello passato fallimentare del rapporto con l'alterità, dell'umana disumanità nascosta dietro le parole più belle, quale miglior prova di non aver mai saputo amare l'altro il cui cuore quando non è l'inferno di Sartre rimane inevitabilmente sempre e comunque un triste tropico?
La corsa “pazza” alle relazioni contemporanea è allora senza meta ma forse non così insensata, è senza meta forse proprio perché ciò da cui l'uomo contemporaneo fugge è la sua stessa Storia che dovunque lo circonda. Egli percorre così ogni direzione nella speranza di poter cancellare le proprie tracce e di cominciare finalmente una vita nuova e più vera. La fretta è così l'unico modo per vivere velocemente e felicemente una storia umana che appare in fondo sempre la stessa (prima felici, poi infelici; prima illusi poi delusi) deformandone l'esperienza attraverso la deformazione delle immagini (proprio come avviene con l'avanti veloce guardando un film), che si prestano così a qualunque interpretazione secondo il gioco fra forma e trasformazione di Escher (chi può dire che quella storiella non sia davvero la storia d'amore più bella della mia vita?) e potendo così cambiarne il finale che nella frenesia e molteplicità delle storie permette finalmente alla felicità di subentrare dopo l'infelicità grazie al loop.
È da questa perdita di fiducia nell'individuale (nell'altro in quanto altro, di sé in quanto sé, della relazione in quanto unione di individui e cioè nel tu ed io) che deriva il reciproco e consensuale consumo indiscriminato dei corpi e sentimenti. Questo consumo non è solamente puro edonismo, pura ingordigia ed egoismo, ma è anche l'unico modo per consumare sé stessi, per giungere al proprio vuoto e all'origine della nausée: abominio sociale sì ma la cui fine ultima è quella di porre fine al proprio abominio individuale. Così si riproducono d'altronde gli organismi semplici per scissione binaria, mangiando fino a esplodere in due parti di sé uguali alla prima: è il grande salto genetico (già inaugurato in parte dal sogno della clonazione) ed evolutivo dell'uomo solo nonostante i legami. Non è così un caso che gli unici esclusi a priori da queste molteplici relazioni sessuali “libere” sono oggi coloro che sono per noi individualmente preziosi, gli amici più cari e stimati che sono il confine ultimo della relazione individuale insostituibile. Da un lato infatti questi amici del cuore (che se tutto va bene non abbiamo scelto in quanto tali perché li riteniamo indesiderabili o perché sono non disponibili per un altro tipo di relazione) possono sembrare i più indicati per il rapporto sessuale “libero” (la lingua stessa chiama in causa l'amicizia coi veri termini “trombamici” e “scopamici”). Eppure essi sono proprio coloro con cui l'atto sessuale è inaccettabile proprio perché con loro non sarebbe più un gesto fatto principalmente per reciproco amore di sé ma anche per reciproco amore dell'altro, perché sarebbe inevitabilmente un far l'amore fra conosciuti opposto al sesso erotico dei conoscenti-sconosciuti-indifferenti. Questo a dimostrazione del fatto che non è affatto vero che oggi il sesso non significhi più niente e non abbia più valore, che sia completamente gratuito e libero, ma che semplicemente i suoi confini si sono capovolti di senso pur rimanendo gli stessi proprio perché in fondo noi siamo ancora romantici... Così tanto romantici da non voler mai più vedere morire l'amore.
L'insensatezza ha dunque un senso, la fretta ed il molteplice sono il nuovo eterno, l'orgia esiste proprio perché esiste una volontà romantica delusa. E chi ha il diritto di decidere se è meglio ridefinire l'Amore unicamente come possibile amore di sé o lasciare che ancora il presupposto Amore ottocentesco sia nient'altro che l'omicidio perpetuato in noi dell'altro?
Sì, oggi abbiamo sputato sulle menzogne passate solo per ingannarci nuovamente con l'utopia estrema di poter giungere ad una libera vita sfaticata di piena felicità distruggendo di fatto il legame e risemantizzando la relazione come relatività... Ma chi può giudicare quale delle due sia la migliore bugia? In fondo senza l'illusione della persona giusta, dell'anima gemella e della propria metà, il mondo non è più infelice di prima ed appare invece assai più spensierato...
Solo in questo modo e mondo siamo forse finalmente veramente i soli responsabili della nostra infelicità, vittime delle nostre sole paure e debolezze, messi di fronte alla vera possibilità di Amare e consapevoli di andare esattamente verso il più terribile dolore... o in alternativa liberi di inseguire quella leggera felicità che non compromette quella degli altri.
Possiamo davvero criticare questo? Chi lo critica non lo fa forse perché è invidioso ed escluso dal parco giochi per la sua inettitudine? Un mondo dove la relazione non ha bisogno né di un prete né di un 'ti amo', non può forse che essere migliore e dare il loro vero valore a queste due parole? Possiamo davvero dare a torto a cuor leggero a “diavolettodolcissimo” su forumalfemminile.it che scrive: “Ecco io faccio cosi . .cioè mi scopo le mogli / fidanzate insoddisfatte .. vengono .. do loro quello che vogliono . .poi tornano a casa serene .. a fare teatro con il marito / fidanzato ... ma quale sposarsi ma quale fidanzarsi . ma smettiamola di dire cazzate .. l amore nn è eterno .. ha una scadenza . come gli alimenti !! mai mettere la felicita in mano ad un altro /a permettere a qualkuno di fare il bello o cattivo tempo nella mia vita ? ma scherziamo ? ..GODERE - VIVERE l attimo .. conosco amici che si sono sposati innamoratissimi i primi tempi poi .. tutto in mano all avvocato ..e giu assegni a fine mese ... si scannano per la piattina del dvd.. l amore nn esiste .. sveglia !!”? ... Forse dobbiamo dare torto a queste affermazioni, ma no, non possiamo.

Solo una cosa si può e si deve allora rimproverare a questi facili amanti assetati di facilità relazionale, a questi poverini terrorizzati dall'idea che qualcuno possa infrangere la loro libertà immaginaria diventando per loro importanti, a questi impazienti ignoranti del lavoro, a questa generazione così positiva da non avere colore né carica, a questi smemorati ed atei edonisti dai mille volti sempre pronti ad adattarsi alla migliore offerta, a questi bambini spaventati dal male, a questi allergici al disaccordo e oppositori del pensare polemico, a questi disonesti immaturi a lungo termine, a questi disillusi inconsapevolmente illusi delle menzogne più grandi...
A tutti questi giovani anti-eroi del momento, degni discendenti delle affinità elettive e che sono molto probabilmente il meglio dell'umanità, va rimproverato di non avere coscienza della forza delle proprie idee. Certo, queste idee non sono state il frutto consapevole una scelta critica e costosa quanto per lo più di un adattamento comodo... E tuttavia quando Bauman propone il modello del Don Giovanni come “uomo incapace d'amare” li si vorrebbe più indignati ricordare all'egregio signore quale meraviglioso e umanissimo, fortissimo e fragilissimo, amante della verità è innanzitutto il Don Giovanni libertino di Molière che fino alla fine rifiuta di pentirsi opponendosi così da un lato a Dio e dall'altro alle ipocrite convenzioni dell'uomo proprio attorno all'amore.
Li si vorrebbe vedere più decisi nelle loro convinzioni che tanto li rendono felici e gli danno ragione, si vorrebbe veramente che smettessero di dire in modo ridicolo che fra una scopata e l'altra essi cercano “la persona giusta” ma piuttosto che essi non vi credono e non la desiderano affatto. Oppure, in alternativa, lì si vorrebbe pronti ad amarsi romanticamente ponendo come base relazionale un sacrificio assai più importante della monogamia mostrandoci quanto ci siamo sbagliati nel credere essenziale alla relazione un qualsiasi patto di fedeltà sessuale nato innanzitutto per ovvi scopi politici. Li si vorrebbe ricordarci non solo che gli ominidi da cui discendiamo non sono affatto monogami, ma anche la tristezza infinita degli animali che lo sono: il cigno, l'avvoltoio dalla testa nera, il pesce angelo grigio “inconsolabile”, l'albatro, e la termite!
Invece essi costantemente fuggono da qualsiasi categoria e definizione, per loro una cosa non ne esclude mai un'altra, il paradigma è per loro una violenza, non vogliono rinunciare a niente, non decidono mai prima, qualsiasi idea a priori e fedeltà gli pare assurda (persino quella a sé stessi), l'impegno sotto tutte le sue forme li ripugna. È proprio questo d'altronde il fulcro della loro grande “libertà” che è quella di non-essere, basata sull'illusione di vivere in un mondo che oggi tutto cambia troppo in fretta (per primo Bauman dimentica quanto il mondo non sia mai stato solido, e tutti noi ci scordiamo volentieri che le persone si sono amate anche durante le guerre...) per fermarsi ed essere roccia... Ma senza una pietra non è possibile fondare alcuna chiesa, e così senza un coscienza quella che sarebbe una possibile nuova storia diventa inevitabilmente la solita vecchia storia: questo modo di vivere le relazioni finirà nel momento in cui, per mancanza di alternative, tutti questi coraggiosi amanti dell'amor libero rientreranno (come le generazioni prima di loro) nella normalità della relazione che tanto hanno fuggito in gioventù perché ne hanno visto la menzogna e un malsano modo di attaccarsi alla vita. Chiunque sarà allora libero di pensare che quell'orgia era vuota di senso, che in fondo quei giovani erano solo egoisti troppo codardi per amare, poverini disposti ieri come oggi a qualunque menzogna pur di non vivere e morire soli in un mondo dove gli altri non hanno mai significato e non significheranno mai niente per loro.

 

 

 

Bibliografia essenziale:
– Zygmunt Bauman, Amore liquido, Laterza, Bari, 2006
– Tzvetan Todorov La scoperta dell'America, Einaudi, Torino, 2005
– Jean Baudrillard, La trasparenza del male, SugarCo, Milano, 1991



1) La trasparenza del male, Jean Baudrillard
2) L'impero dei segni, Roland Barthes

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