“Ricordati sempre: la sofferenza passa, la bellezza resta”

Pierre Auguste Renoir

Venerdì, 24 Luglio 2015 00:00

La casa dei guaglioni

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“Uno dei miei primi vanti era stato il mio nome. Avevo presto imparato (fu lui, mi sembra, il primo ad informarmene), che Arturo è una stella: la luce più rapida e radiosa della figura di Boote, nel cielo boreale! E che inoltre questo nome fu portato da un re dell'antichità, comandante a una schiera di fedeli: i quali erano tutti eroi, come il loro re stesso, e dal loro re trattati alla pari, come fratelli”.
(L’isola di Arturo, Elsa Morante)

 

Napoli,
il traghetto transita, si arena sul porto, sembra quasi che voglia entrare sulla banchina e dominare la scena, invadere il molo gettando l'ancora nel cemento, seppellire un viaggio. Però poi è esatto, non sbaglia manovra, si ferma prima dell'errore, prima della terra. Con lunghe funi tiene a bada il suo capogiro, uomini anziani sudano alle dieci del mattino dentro un sole estivo già fuori stagione. Intorno a me una folla dalle mille voci aspetta di salire a bordo e conquistare un altro pezzo di mondo con lo sguardo, acciuffa con gli occhi il primo posto, vogliono tutti entrare per primi, salpare e navigare, restare sul podio umido di salsedine e fermare momenti d'acqua e terra troppo profondi, ancora lontani.

La nave è un animale di ferro, lamiere ed eliche collaborano per rimanere a galla, si stringono a corte e ruggiscono annoiate in quello scalo che è roba di poco, perché il mare è la vera vittoria. L'ora è arrivata, saliamo, ondeggiamo un po', poi ci abituiamo, ci accomodiamo sulla prua e quel bel vedere è ancora un balcone fermo, sicuro, senza scosse. L'aria attorno non esiste ancora, il caldo ha già invaso ogni piccolo spazio destinato al vento, siamo fermi e dentro un barcone carico di gente che stamattina non morirà in mare, siamo la prima classe del Mediterraneo, non ci sono cimiteri marini per noi, nessuno ci rimanderà indietro. Il fumo delle sigarette lavora insieme a quello che sbuffa dai condotti della nave, si agita, ma senza successo rimane interrato nell'atmosfera lanosa. Un fischio stonato interrompe i pensieri, dalla terra arriva il permesso, possiamo allentare, cadere nel mare. Le stesse funi che equilibravano il bilico ora vengono risucchiate come spaghetti nella bocca, non c'è nessuno legame con la terra, ora ci lascia andare, non vuole più parlare. Questa presa che si allenta mi rattrista, l'animale ferroso e la città sembrano giunti ad un accordo urlato dai marinai, hanno ceduto la parola ai condottieri dell'acqua, le mani si slacciano e restano i nodi troppo larghi di un amore abituato a lasciarsi. Il mostro prende velocità, sembra che si muova il cielo, un quadro mobile sta fermo dall'altra parte del mondo e si restringe, si assottiglia, ma non scolora. La città è uno sputo di toni, Dio da questa distanza sembra abbia colorato col cuore. In pieno mare non sei nessuno, sei al sicuro dentro l'animale, ma per il mare rimani uno scoglio duro sul quale sbattere i propri panni salati e le storie degli uomini che non ce l'hanno fatta. Proprio al centro sei un punto senza nessuna parola, sei la pausa del fondo, il posto più alto del mondo e del tempo. Ognuno parla, racconta, un'anziana signora mostra a un'altra la foto del suo defunto marito, sembra serena, rassegnata, le basta elogiarlo, le è rimasto l'orgoglio per quel brav’uomo sposato tanti secoli fa. Trema un po', anche lei sembra una foto in mano alle correnti, è gialla e consumata, aspetta, non piange, in un rigor mortis racconta la sua vita alla donna instabile che ha di fianco. Il silenzio viene interrotto man mano dai sentimenti più disparati, i solchi non fai in tempo a scavarli che spariscono senza aver dato in cambio niente. Qua dentro è sempre così, non ci sono ricompense, il mare anche se lo attraversi non lo conquisti. Le bandiere non le pianti e i semi crescono dove tu non puoi arrivare: un mare omertoso è un mare giusto. Nel nostro viaggio siamo più che a metà dalla meta, infatti affinando la vista, in lontananza si vede un contorno, una linea scavata al centro dello sfondo, pian piano il colore si fa vivace, esiste la terra, sei salvo. Dall'altra parte quello che lasci è un tappeto azzurro, calmo, stropicciato nel punto in cui siamo passati, una scia come l'ultimo saluto, l'ultimo documento, un diario di bordo da scrivere e affogare.
Il mare ha ricordi antichi, ma neppure una ruga.
Fracasso, funi, gente di mare, lo stesso cielo, la stessa calata di cemento, identici i rumori del ritrovo degli amanti. L'animale saluta, trema un po' e poi ricomincia, non c'è pace per questo involucro inorganico, lascia e se ne va, ha piedi giusti solo per nuotare.
È lei, questa piccola isola nata da un vulcano, piena di bocche spente nel fuoco. È il suo fuoco, la sua luce con un solo faro alla fine del porto, ricovero di barche e lampare, ostello di scafi pieni di silenzio e preghiere, delle parole sgrammaticate urlate dentro la notte da pescatori affamati. Il segreto del mare e dell'uomo sta in fondo a quelle luci bianche sull'acqua, luci che sanno galleggiare, che riescono a parlare l'antico idioma della fame e della caccia. Cammino sul lembo di terra emerso, arrivo dove le case sono pareti senza fondali, colorate delle tinte più accese: mi hanno raccontato la storia di questi colori. I pescatori tingevano le loro abitazioni con cromie diverse per poter riconoscerle in mezzo al mucchio, per poter avvistare per prima la loro, quando ritornavano dal mare. Quelle facciate sono poesie bellissime, metafore senza simboli, esplosioni di tinte accecanti. Il primo chiodo piantato a terra. La semplicità e la violenza mi hanno commossa, ho scoperto che in qualsiasi parte del mondo, anche in fondo al mare, seminiamo un ricordo, un segnale, un particolare sereno ma visibile che ci riporti a casa. Ho pensato alla speranza, a quanto la libertà di andare sia la prima conquista, e quella di far ritorno la seconda. Dall'alto l’isola è una curva lambita, il verde e il blu scavalcano i massi pesanti e abbracciano, senza averne cura, i figli e le figlie arse dal sole, su queste mura sature delle stagioni più belle. È la geografia perfetta della natura che nell'uomo ha trovato la grazia, la preghiera atavica della solidarietà. Qui le leggi si confondono, ognuno cerca di sopravvivere meglio che può allo spettacolo della forza, aspettando di riconoscere da laggiù, in fondo al nulla, il rosa o il giallo o il verde e l'azzurro della propria finestra accesa. La pace è indescrivibile, è un mondo adulto bruciato e lavorato da eoni dai quali non è voluto scappare, la terra sta lì solo per essere orlo, approdo o salvezza. È il confine stretto la spiaggia, la parola giusta dentro una stanchezza di fiato. Esiste solo il mare, l'isola lo aspetta, si prepara, ma non è il suo momento, senza di esso resterebbe un lotto sfitto. Una cima cerca si fuggire dal suo destino di sponda, corre verso il cielo ma si ferma, là sopra la prigione senza colpevoli ha fatto il nido, condanna la fuga della terra e ammonisce il resto. Poi ho intravisto un amico in un sogno, un bambino del posto che conosce le spiagge vuote, dove persino il mare non si controlla nella sua sete, calpesta la natura aspra e mi mostra la sua tristezza e la sua attesa. Ha un corpo piccolo, ma crescerà, io so già la sua storia, aspetta un uomo al quale dirà addio un giorno, perdonandogli tutto. Il suo dolore è l'unico suono, oltre a quello del mostro marino qua giù, che non mi fa dormire. Ha il nome di una stella invernale, segue orme che solo lui vede, ama di un amore che presto lo tradirà. Corre e si stanca, un giorno andrà via, verso una guerra che è roba degli altri. La miseria della grande casa che non c'è gli mancherà forse, ma nessuno ha scritto il suo ritorno, nessuno ha più parlato di Arturo dopo che è partito. Ed io lo cerco, puntando gli occhi ovunque, ma sono in ritardo, Arturo non c'è. Non è più tornato.
Attraverso ogni singola pietra, vedo ancora uomini scuri, uno scartavetra lo scafo di una barca, persino per terra, con tutti quei buchi, affonda. Penso al giorno in cui sarà finita, pronta e coraggiosa dentro il suo legno ben trattato, quel giorno in cui l'acqua non riuscirà a penetrarla, il giorno in cui il mare la rispetterà. Per adesso il sudore di quest'uomo scende in picchiata sulle parti che lavora, insieme allo sforzo, al caldo e allo strofinio il suono diventa un odore forte, di fatica e legno bruciato. I sensi sono animali, ritornano alla loro dimensione, mi sporco di tutti i concimi che quest'isola produce, camminando dentro la me stessa sottile e raffinata, ridotta a niente per la troppa cura. Getto un ultimo sguardo all'insieme e mi accorgo che esiste solo questo, una catena trainata da un'unica forza brutale, un laccio umano che cerca di salvare la propria memoria contro l'impietosa irruenza della natura. Il naufragio non è contemplato neppure da chi vive di mareggiate.
Ora il cielo sta cadendo, tutto si ritira dentro il mare, pure l'isola si calma e ritorna nel suo scuro guscio. Una catena in diagonale spezza il molo in due parti esattamente uguali, divide il pane e frange due uomini sul righello di cemento alla fine del porto. La nave ritorna, riprende il discorso e non promette niente, tra pochi minuti ritornerà sulla botola che è centro e mai confine. I due uomini sono arrivati dalla parte sinistra dalla linea spezzata, uno è più veloce, meno riflessivo, quindi scompare. L'altro esita, osserva, aspetta ma non si vede così scisso come lo vedo io, è l'ultimo uomo che mi resta, aguzzo lo sguardo e mi sembra sbilenco ma sicuro, come se stesse tornando da lontano, non voglio perderlo, lo seguo al margine prima che scompaia, devo salire sulla nave, ma non riesco a capire, allora faccio al modo di tutti, gli rendo un nome: Arturo. Si, lui, dall'altra parte della catena, più lento, più cauto, dietro l'animale di ferro che adesso pare che voli.

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