"L'immagine semplice scaturisce dalla complicazione del racconto, proprio come la gioia è il frutto dell'infelicità della vita"

Emanuele Trevi

Martedì, 04 Dicembre 2012 21:10

Immenso respiro di jazz

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Si scrive Over Tour, si legge Ouverture.
Non tanto con il significato musicale di “introduzione”, quanto, piuttosto, con quello letterale di “apertura”. Apertura come contaminazione, dialogo, osmosi tra due mondi tradizionalmente distanti e reciprocamente diffidenti.
Apparentemente, forse.

Martedì, 04 Dicembre 2012 18:28

Ucciderò Roger Federer (parte 3)

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3. “Non mi venderò più, mai più!”

Non si può certo dire che il piccolo signor F non si desse da fare nella vita, non che si dannasse l’anima pur di fare qualcosa ad ogni costo ma, come si suol dire, si muoveva parecchio, si guardava intorno con attenzione, non era una di quelle persone che si arrendevano facilmente, anzi era attentissimo a ogni evento che accadeva all’interno delle agenzie di lavoro interinale dei cui destini si sentiva partecipe – le disprezzava, chiariamo, e il suo odio a tratti era feroce, molti possono testimoniare di averlo sentito inveire contro quelle “vergognose istituzioni figlie di una vergognosa gestione dell’amministrazione pubblica” (usava spesso queste parole, ma ancor più spesso balbettava e sbagliava qualche finale di parola) ma egli non poteva fare a meno, nella sua “analitica” ricerca del lavoro, di entrare in contatto con quella “gentaglia incompetente” (ci scusiamo con tutti coloro che spendono la loro vita soffrendo e lavorando per le agenzie di lavoro interinale, ma per dovere nei confronti del lettore riportiamo le parole esatte del piccolo signor F così come c’è capitato a più riprese di sentirle pronunciare).

C’è una città evidente ed è quella che abbiamo costantemente davanti agli occhi, quando passeggiamo per i nostri Quartieri Spagnoli e inciampiamo con lo sguardo in una delle tante edicole votive che gareggia in kitsch con i peggiori saloni di bellezza dove i nostri concittadini fanno le “lampade” tutte le settimane. C’è una città evidente ed è quella di quando ci guardiamo intorno e troviamo cumuli di vecchi materassi nel solito cumulo di munnezza nel solito angolo della scuola elementare all’interno dei quali si aggirano le figure della marginalità nostrana o immigrata. C’è una città evidente ed è quella di quando cerchiamo ancora nel fondo di uno sguardo, di un gesto, di un comportamento di mutuo soccorso, di un sorriso anche nei confronti della povertà più totale, di lacrime urlanti per la morte di un qualsiasi parente, insomma quando cerchiamo e crediamo di trovare e ci convinciamo che ci sia lì qualcosa che assomigli alla genuinità, allora ci facciamo prendere dal vecchio male dell’intellettuale napoletano, il primitivismo fine a se stesso e a-storico. Eppure c’è questa città evidente ma non c’è la città evidente che ricerchiamo nella nostra costruzione immaginaria, nella nostra fragile e commovente fantasia antropologica. Eppure c’è questa città evidente anche se non c’è e c’è poco altro da dire.

Lunedì, 03 Dicembre 2012 18:08

Liturgie della rivolta

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Una donna furente utilizza la forza del pensiero per fare a pezzi il mondo e porrà se stessa, alla migliore distanza, dalla parte – da questa parte – di un buio a dirotto, insazio e veggente, dove poter lesta indire i riti dell’ombra (agitare, aguzzare; ricucire, dar di filo), finalmente, a teatro, nel solo luogo che permetta la compresenza del molteplice, in scena: ella si rivela, solo così si rivelerebbe: esplode, freme, e dietro scomposte azioni, a nient’altro abbrivo che il proprio dolore, depaluda tutta la vita sua dai personaggi che le gravitano attorno, dal marito come dai fantocci, squallida razione di veleno borghese (se allevare o meno balle di gatto sull’erba dei gardens, prescegliere ozi o foto ritratti, qualche grado di gelo per contraddire la smania sociale con un po’ di protocollo, eccetera).

Sabato, 01 Dicembre 2012 17:12

Il drappo rosso della Madre

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L’Elicantropo ci accoglie in una luce polverosa. Gli attori sono già sulla scena, ombre livide, mentre prendiamo posto sui seggiolini o (i meno fortunati) sui cuscini rossi del gremito teatro.
Lo spettacolo inizia. Le figure si muovono ritmicamente come i personaggi meccanici di un presepe. Le figure sono livide, non si distingue cosa fanno, ma si percepiscono distinti i suoni del lavoro, metallici, ritmici, con una loro musica.
La Madre, Pelagia Vlassova, domina la scena, icona livida anch’essa.

Venerdì, 30 Novembre 2012 10:56

Foglia tra le foglie, in pieno autunno

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Spazio. Una patina curvata fa da fondo; più corta di quanto sia l’ampiezza dell’assito, mostra volutamente i propri limiti. Dinnanzi ad essa una quinta rettangolare allude a una parete: bianca, con macchie catramate e tumorali. Le sedie non sono sedie ma sagome ferrose ed essenziali che consentono un appoggio; di lato due quadrangoli in metallo disegnano l’assenza del mobilio ospedaliero. Il sipario, nero, è lasciato pendere ai margini del palco. Vestiario per chi è di scena è visibile in appoggio: un cappello a falde strette, due camicie di cotone, una borsetta in piume nere, un abito notturno con intarsi argento, un pantalone marrone con cintura, un bastone di legname. Trovarobato buono per la recita: siamo in teatro.

Giovedì, 29 Novembre 2012 16:07

Il mito eterno della porta di confine

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Il filo della casualità, il nastro rosso, il laccio che tiene insieme le cose, l’abitudine, il mondo che gira, con i suoi ritmi e i suoi automatismi, le percezioni inveterate, l’irriflessività dell’esistere, tutto questo ad un certo punto può sciogliersi, oppure può spezzarsi. E quando il filo si spezza, quando le persone sono sostituite dal vuoto della loro assenza, ci si pongono domande, le grandi domande, ci si interroga sull’esistente e l’inesistente e la linea di confine, tra il reale e l’irreale, il pensato e il vissuto, si fa labile, incerta, fluttuante, e come equilibristi si ondeggia, sospesi sul vuoto, sull’abisso delle domande senza risposta, del buio del non conosciuto.

Mercoledì, 28 Novembre 2012 11:47

vite parallele

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   Tori era la miglior puttana della città, di sicuro la più brava ed esperta pompinara del quartiere, per questo era la più richiesta sul mercato e aveva la miglior clientela fra tutte le sue rivali 

Martedì, 27 Novembre 2012 20:58

Ucciderò Roger Federer (parte 2)

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2. “Il mese peggiore è ottobre, senza ombra di dubbio”

“Uccidere Roger Federer, mica cosa da poco”, ragionava il piccolo signor F mentre disperatamente cercava di tamponare il sangue che a leggeri ma rapidi e costanti fiotti fuoriusciva da un piccolo taglio situato poco sotto l’orecchio, “Uccidere Roger Federer” sembrava proprio il titolo di un romanzo o di un racconto, o addirittura il titolo di un film, un po’ come “Essere John Malkovich”, film che il piccolo signor F non aveva mai visto ma di cui amava profondamente e senza darsene ragione il titolo.

Mark Spencer gli era sembrato da subito un nome appropriato e se l’era preso al volo… pensava che fare la vita e la carriera dello scrittore con uno stupido nome italiano sarebbe stato più da coglioni che altro “meglio l’america” ripeteva e s’era messo un nome americano che gli scivolasse addosso come un vestito fresco di sartoria
praticamente nessuno dei suoi amici o conoscenti di sorta sapeva il suo vero nome di battesimo forse solo la madre ma anche lei per vantarsi con le amiche dal parrucchiere o al club del taglio-&-cucito diceva con certa boria da laureata “si… io sono la mamma di Mark Spencer lo scrittore”

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